Una montagna per subacquei


Testi di Giovanni Rossi Filangieri e fotografie di Elena Lipera


“Cavolo, adesso anche la pioggia!!”- Il tempo si mantiene bizzarro da molti giorni. La mattina con sole e tempo sereno, il pomeriggio con nuvole ed acquazzoni improvvisi. Pochi minuti e poco importava, saremmo stati comunque bagnati. Siamo sulla spiaggia di Scilla, è il 27 agosto di un’estate dal clima sorprendentemente instabile. Alla estremità nord della marina, sotto il viadotto che conduce a Chianalea, ci stiamo preparando in tutta fretta per non perdere la stanca delle 18.30, quando ci sorprende anche un brevissimo rovescio che rallenta ulteriormente le operazioni. La spiaggia è ancora affollata, nell’aria tiepida del tardo pomeriggio alcuni ragazzi preparano la brace per la sera. L’imbrunire avanza e con esso le tenebre, ma non è questo che ci preoccupa. La stanca dura poco e non vorremmo essere sorpresi fuori, alla “montagna”, da quell’autentico fiume in piena che è la corrente di marea dello stretto. Quando finalmente entro in acqua e indosso il gruppo sono decisamente affaticato, il tempo è davvero pochissimo e bisogna nuotare fino allo scoglio di Ulisse, punto di discesa. Siamo in quattro: il sottoscritto, la mia compagna Anna, Fabrizio e la sua compagna Francesca. Il punto di arrivo è un grosso monolito denominato la montagna, considerato ormai un autentico must, anche per i subacquei più navigati. La particolarità della montagna è quella di offrire il meglio che una secca d’alto mare sa dare, in termini di vita bentonica, di presenza di pesce anche di corsa, e specie rare, il tutto a poca distanza dalla costa. La montagna, facile da localizzare, si raggiunge anche dalla spiaggia, dopo aver nuotato per un tratto fin sotto la rocca del castello dei Ruffo che divide la marina di Scilla dal borgo di Chianalea. All’altezza dello scoglio più alto, detto lo scoglio di Ulisse, si punta in basso e, giù sui trenta metri di un fondale roccioso precipite a franata che incontra un pianoro di sabbia chiara, ci si dirige a destra verso il mare aperto incontrando dopo poco con lo sguardo il monolito. L’acqua è sempre limpidissima, la visibilità notevole come la presenza di molto pesce.

Purtroppo, negli ultimi 5 /6 anni si è radicata, in gran quantità, la caulerpa mexicana, che in alcuni punti forma ormai una fitta prateria. Alcuni biologi, tra cui Mojetta interpellato da me sulla questione, non ritengono la situazione a tutti i costi svantaggiosa, nell’ottica di una selezione che vedrà soccombere, almeno in certi contesti, la nostra amata, millenaria, molto mediterranea poseidonia. Siamo ormai sul punto in cui conviene scendere, divisi in due essenziali gruppi autonomi. Fabrizio, subacqueo di grandissima esperienza, si dedica al perfezionamento di Francesca, laureanda in oceanografia. Si immergono molto spesso e noto un grande affiatamento. Anna, che non scende da un po’ di tempo, ha qualche problema di compensazione e così in breve vedo i nostri compagni d’immersione allontanarsi verso il basso nell’acqua cristallina. Nonostante ciò, riesco a non perderli di vista e dopo qualche fastidioso su e giù per la risoluzione del problema, picchiamo anche noi decisamente giù e ci ritroviamo tutti sulla montagna. La luce del giorno avanzato la rende più cupa, ma non per questa meno bella. Un branco di ricciolette gira sulla sommità aggiungendo toni freddi ai quelli caldissimi delle paramuricee bicolori.
Mentre ci accingiamo a girargli intorno in senso orario, in un profondo camino a circa 41 metri vediamo una grossa cernia che ci osserva sonnolenta.

Purtroppo non ci possiamo attardare che pochi minuti: la montante sta certamente per arrivare e conviene riguadagnare la costa, la franata prima e la baia poi, ed anche in fretta. Percorso il tratto sabbioso tra la montagna e la franata, ci ritroviamo sul crinale di quest’ultima. Forse per l’ora tarda, c’è presenza di molto pesce bianco: saraghi, grossi banchi di salpe, occhiate. La sorpresa vera, però, sono due coppie di cernie di discrete dimensioni in acqua libera che notiamo in controluce a poca distanza: una più sotto la franata e l’altra verso l’esterno, sicuramente in caccia. Ci sistemiamo dietro gli enormi massi della franata, mantenendoci a qualche decina di metri per non impaurirle, attardandoci un po’ ad osservarle. Una di queste ci fa spostare verso l’interno della baia, più in profondità e ci espone alla montata ormai imminente. Ora, la caulerpa è tesa verso il basso e vibra, segno che siamo immersi in quell’invisibile fiume che si sposta dallo jonio al tirreno e dal tirreno allo jonio, rendendo così straordinari questi fondali. Prendo per mano Anna, il contatto la rassicura ed al riparo delle rocce, mantenendo un profilo il più possibile aderente al fondale, avanziamo come possibile. Inutile nuotare, più producente tirarsi a braccia sulle sporgenze della roccia. Faticosamente, lentamente guadagniamo la baia e la minore profondità. Mi accorgo che lo sforzo mi ha fatto consumare un’enormità di aria e così decido di esaurire la scorta d’aria rimanente in maniera graduale tra i 12 metri e la superficie. Ad emersione, il mio gruppo è completamente scarico. La serata è serena, l’aria tiepida e profumata. La marina sta indossando i colori della sera: un incanto. Sulla spiaggia, un gruppo di una decina di sub si prepara ad una notturna e ci chiedono notizie del fondale. I sub, quando si incontrano, hanno sempre molte cose da dirsi; così si rimane a chiacchierare sulla spiaggia fino a tardi. Dopo la fetta d’anguria d’obbligo al chiosco, carichiamo l’attrezzatura in macchina e torniamo verso Reggio. La strada che passa sopra punta Pacì è magnifica, la Sicilia a portata di mano con l’immenso traliccio illuminato di Ganzirri. Un’altra magnifica immersione da ricordare in questa estate dal tempo davvero bizzarro.

 

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