ADATTAMENTO ALLA CAULERPA (parte prima)


Testi e foto di: Francesco Turano


Avete mai provato a realizzare un acquario marino mediterraneo? Se lo avete fatto vi sarete sicuramente accorti, da bravi subacquei, delle variazioni subite dalle diverse specie introdotte in cattività, variazioni sul comportamento, le abitudini alimentari e altro ancora. E vi sarete anche accorti di quanto rapidamente si siano verificati questi cambiamenti. Bene, il fenomeno al quale avete assistito si chiama “adattamento” e si verifica, anche se su scala diversa, pure in natura.
Ma perché questa introduzione? Mi spiego. Nel Mediterraneo si è assistito, nell’ultimo decennio, ad una serie di cambiamenti e sconvolgimenti, alcuni legati alle mutazioni climatiche (e quindi ambientali) altri legati all’inquinamento e alla pesca intensiva e indiscriminata. In ognuno di questi casi la natura è subito entrata in azione per adattarsi alle nuove condizioni. Quindi, nel nostro caso, il Mediterraneo ha iniziato un rapido processo di adattamento al nuovo ambiente e nello stesso tempo ha messo in atto dei meccanismi di difesa verso l’inquinamento e la pesca eccessiva (in quest’ultimo caso non sempre con successo – da qui il depauperamento della fauna marina), nonostante le pessimistiche previsioni di J.Y.Cousteau.

In questa sede mi preme prendere in considerazione l’adattamento alle nuove condizioni ambientali e le strategie messe in atto di conseguenza dalla fauna marina; nello specifico, prenderò in esame l’adattamento a quel fenomeno, tra i tanti, più eclatante e appariscente, che riguarda la presa di posizione sui nostri fondali di un’alga molto particolare, che va sotto il nome di Caulerpa taxifolia. Molte sono state le specie entrate in Mediterraneo dai mari limitrofi, sia animali sia vegetali, ma questa splendida alga di origine tropicale, particolarmente invasiva, si è adattata talmente bene al nuovo ambiente tanto da ricoprirne i fondali a tappeto ed entrare in competizione non solo con gli altri vegetali ma anche con la fauna, in special modo quel tipo di fauna la cui vita è strettamente legata al fondo (benthos sessile). I primi anni fu allarme generale e se ne dissero di cotte e di crude. L’alga “assassina” è ormai, in ogni caso, il flagello dei nostri tempi. Sono state avanzate diverse ipotesi e condotti numerosi studi, ma a poche conclusioni si è comunque pervenuti, con forti contrasti tra tesi pessimistiche e ottimistiche. Quel che è certo è che l’alga c’è ed è ormai diventata parte integrante del paesaggio sommerso di molti fondali del “Mare Nostrum”. E non si tratta di una specie tropicale adattatasi a un mare più freddo, bensì di una specie anomala, trasformatasi geneticamente in acquario (la storia di colui che gettò in mare dalla finestra il primo ciuffo a Montecarlo, prelevandolo dall’acquario, è ormai nota) e poi adattatasi alla perfezione negli ambienti mediterranei. Ma come si è adattato il Mediterraneo a questa nuova realtà? E chi veramente può rispondere a questa domanda? Da un punto di vista pratico, studiosi a parte, una risposta la può fornire solo il subacqueo; anche se mi riferisco a colui che si immerge per almeno 200 ore all’anno o che comunque si dedichi all’osservazione attenta di determinati problemi legati alla biologia e all’ecologia marina. Nel mio caso ho limitato le osservazioni all’areale dello Stretto di Messina, uno dei punti più colpiti dall’invasione dell’alga, dove ho notato numerosi cambiamenti, graduali e progressivi, e documentato fotograficamente alcune interessanti novità. Vediamo di scoprirle insieme.

Intanto è opportuno inquadrare l’evoluzione della Caulerpa taxifolia sui fondali dello stretto, in modo tale da seguire i mutamenti ambientali verificatisi negli anni. Esaminando accuratamente il versante calabro del canale si evince come l’alga si sia rapidamente ed omogeneamente sviluppata sia sui fondali rocciosi che su quelli sabbiosi e detritici. In queste acque la luce ha favorito tra l’altro la crescita fino a grandi profondità, ma non mi sembra che ci sia stata alcuna regressione né da parte della Posidonia oceanica né tantomeno della foresta di gorgonie (Paramuricea clavata), danneggiate invece dalla mucillagine e comunque circondate dal verde intenso di queste foglie fino a quasi -50 metri. Le “chiazze verdi”, dopo anni dalla loro comparsa, cominciano adesso ad essere sfruttate dalla fauna marina, grazie ad un “adattamento” continuo nei confronti della nuova realtà.

Le foto di queste pagine sono la testimonianza tangibile di quanto affermo. Cito alcuni esempi delle osservazioni dirette in natura, che possono essere poi utilizzati sia dagli accusatori che dai difensori dell’alga secondo i casi, e che comunque sono privi di opinioni scientifiche, limitandosi alla mera descrizione di quanto osservato. Tra i pesci le salpe per esempio, sparidi erbivori per eccellenza, pascolano alla grande sulle praterie di C.taxifolia e sono aumentate di numero e taglia; apparentemente sembra se ne cibino: è possibile? I poveri ippocampi, ormai turbati profondamente dall’azione dell’uomo nel sottocosta, hanno trovato una nuova prateria da sfruttare a loro vantaggio: non è difficile trovarne nascosti tra le foglie, insieme a stupendi pesci ago. I fondi mobili, a tratti invasi dal verde, presentano sempre e comunque gran parte della superficie del fondale scoperta, con un alternarsi di ambienti per il momento interessante anche per la biodiversità.

Tutte quelle specie tipiche della sabbia sfruttano l’ambiente a caulerpa per sollevarsi dal fondo, come nel caso dell’Alicia mirabilis, per nascondersi, come nel caso di piccoli molluschi, crostacei e piccoli pesci, o ancora per deporre le loro uova. Molluschi opistobranchi come Aplasia punctata, Notarchus punctatus e Melibe fimbriata sono ormai un tutt’uno con la prateria verde brillante e usano le foglie sia per deporre le uova sia per …cibarsi? La conferma agli esperti. A giudicare dalle apparenze questi molluschi o si nutrono dell’alga o di qualcosa che vi cresce sopra. Basta osservarli in azione per rendersene conto.

Nelle immagini in alto si possono osservare due dei molluschi che vivono a stretto contatto con questo incredibile vegetale. A sinistra un raro esemplare di Oxinoe ulivacea, a destra un comune Notarchus puncatatus. A tal proposito mi pare doveroso sottolineare che, tra i tanti tentativi che furono compiuti per trovare un naturale predatore di quest’alga carica di tossine, uno in particolare portò a dei risultati positivi: quello compiuto con il mollusco saccoglosso Elysia subornata, proveniente dai Caraibi, che durante le prove dimostrò di cibarsi tranquillamente di Caulerpa taxifolia. Forse non tutti sanno che anche in Mediterraneo c’è un saccoglosso, molto simile a quello tropicale, che l’altro giorno ho colto di sorpresa a cibarsi di caulerpa; e sto parlando proprio di Oxinoe ulivacea, difficile da individuare sia per la sua rarità, sia per dimensioni e colore, che lo rendono invisibile nell’intricato mondo delle foresta di alghe. Sembra interessante!

Al contatto diretto i piccoli saccoglossi, una coppia per l’esattezza, hanno liberato in acqua una sostanza lattiginosa di un colore bianco candido, probabilmente tossica come l’alga di cui si cibano.
E tre le fronde numerosissimi i Notarchus puncatatus, piccole lepri di mare che fino a qualche hanno fa vivevano su fondi detritici con popolazioni di Caulerpa racemosa o Halophila stipulacela, sfruttando l’ambiente sia per la nutrizione che per l’ovodeposizione. Adesso lo fanno in modo analogo con la caulerpa, dividendo lo spazio con molluschi come la Melibe fimbriata, la cui presenza lungo le coste italiane fu segnalata per la prima volta dal sottoscritto alcuni anni fa, proprio nello stretto; quest’ultimo mollusco, di dimensioni spropositate (anche 35 cm), è a dir poco spaventoso quando è in azione con l’enorme bocca (radula), ma non si nutre di quest’alga, anche se ne predilige l’ambiente.

Molto ci sarebbe da dire pure sulla convivenza di diversi invertebrati con la nuova alga. I cerianti (vedi foto) non hanno subito, ad esempio, conseguenze negative, mentre alcuni tipi di gorgonie (Eunicella singularis), non molto sviluppate in altezza e che crescono sul fondo anziché sulle rocce, sono state danneggiate dall’invasione opprimente, che ha tolto loro la possibilità di nutrirsi…(fine prima parte).

 

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