PER UNA RENOVATIO FLEGREA

 

di Nicola Magliulo

 

Noi abitiamo tra e su crateri vulcanici, nella cosiddetta Caldera flegrea.
Non solo gli uomini ma anche la Terra ha le sue depressioni: si chiamano appunto caldere. Anche la Terra soffre di sbalzi umorali, è un po’ ciclotimica: si esalta, esplode con le eruzioni vulcaniche e poi si deprime. Negli intervalli che separano le fasi acute, sa regalare anche lunghi periodi di equilibrio e stabilità, di quiete. Naturalmente bisogna non cullarsi troppo sulla pace raggiunta perché in brevi attimi di tempo tutto può essere spazzato via; non sprecare il tempo che separa le vite individuali e delle comunità dal pericolo passato e da quello a venire, sempre possibile.
Ma come è noto, nei suoli vulcanici, proprio lì dove la distruttività si è manifestata con più forza e radicalità, il suolo è fecondo, particolarmente ricco e generoso, e può generare frutti preziosi, purché si sappia coltivarli. Qui, nella ex cava di tufo di via Risorgimento, deposito anch’esso di materiale eruttivo emesso dal vulcano che ha il suo centro in via Bellavista, si sta consolidando un buon esempio di utilizzo positivo di una depressione e di un suolo vulcanico: ci sono gli alberi più comuni e piante più rare, con i loro nomi fantastici che non si conoscono e che sarebbe bello imparare, e perfino un orologio di Linneo. Dall’anno scorso, in primavera, fioriscono qui anche opere d’arte che si arrampicano e dispongono spontaneamente lungo le pareti di questa cava di tufo.
Lentamente, troppo lentamente, dopo tanti anni di attese, finalmente i beni straordinari della nostra terra vengono valorizzati: si pensi in primo luogo al Rione Terra o al Castello di Baia. Ma, insieme all’opera di completamento dei lavori di tutela e valorizzazione dei beni culturali flegrei, tutt’altro che esaurita, manca una vita culturale adeguata ad una zona ricca di un tale patrimonio e che vanta una Storia antica così prestigiosa.
Le manifestazioni culturali che si svolgeranno nella ex cava di tufo di via Risorgimento costituiscono un tentativo nella giusta direzione: far diventare questi beni, ed il territorio intorno a essi, luoghi pulsanti di ricerca, espressione e divulgazione culturale, in relazione con la parte più attiva e qualificata del mondo universitario, artistico, culturale.
Problema, certo, non solo flegreo: da tempo un esperto attento come Salvatore Settis chiede di potenziare quei servizi (guida e assistenza didattica, fornitura di sussidi cartografici, audiovisivi ed informatici, organizzazione di mostre) che vengono normalmente esercitati negli Stati Uniti e in Francia dallo staff interno dei musei; insiste sulla necessità di motivare funzionari e personale in genere della pubblica amministrazione, delle Soprintendenze come degli enti locali, favorendo e ampliando la permeabilità tra queste istituzioni e le Università, anche con contratti ed incarichi temporanei per docenti universitari da ‘impiegare’ appunto presso Soprintendenze e musei per migliorare la presenza di specialisti in campi determinati.
Per i Campi Flegrei un buon uso della globalizzazione deve compiersi innanzitutto attraverso la promozione di relazioni culturali e turistiche, aperte da un lato all’Europa mediterranea e dall’altro a quella centro-settentrionale, in primo luogo a quei tedeschi che amano e conoscono come pochi il nostro territorio.
La nostra terra è stata ed ancora è per tanta parte res nullius, sottoposta ad un assalto devastante: leggi, norme, pianificazioni da sole, non sorrette da un rinnovato ethos, da un progetto di alto profilo, da uomini responsabili, non possono invertire questo scempio.
Dovremmo fare un salto di qualità che preveda, tra l’altro, come suo prerequisito essenziale, la possibilità di giungere ad un Comune dei Campi Flegrei: idea particolarmente emarginata nell’attuale dibattito politico e culturale. Forse una visione ancora paesana, che contempla il proprio orticello credendolo il centro del mondo, impedisce di vedere come oggi potrebbe essere feconda l’invenzione di una simile convergenza. Già di fatto alcune funzioni, istituzioni, sono unite e richiedono una gestione comune: resta da avviare il processo.
Si può pensare ad un patto tra le comunità locali flegree essenzialmente finalizzato ad una crescita dello sviluppo economico, ad un miglioramento dei servizi, ad una migliore capacità di difendere e promuovere immagine e realtà del nostro patrimonio, coordinando e potenziando l’offerta turistico-culturale. La convenienza di tale progetto dovrebbe essere sufficientemente persuasiva e richiede che si ridisegni una nuova forma urbis radicata nella memoria e proiettata verso una renovatio: un intelligente progetto e processo politico-culturale unitario, capace di dar vita ad un nuovo soggetto politico-istituzionale che componga interessi e particolarismi, provando a superare le dannose frammentarietà, debolezze e beghe dei singoli comuni flegrei.
Ne potrebbe derivare la crescita di peso politico, economico, culturale, la possibilità di più forti relazioni con le altre regioni mediterranee, italiane, europee; la maturazione di un territorio che offra luoghi, passioni e occasioni per una vita migliore: la possibilità di consegnare ai nostri figli una realtà in espansione, un’esistenza più aperta e ricca della nostra, una buona eredità di cui andare fieri.
In questo senso avremmo non poco da riflettere e imparare da una relazione verso il nostro antico passato che non si limitasse ad uno storicismo datato, o ad una venerazione acritica e fine a se stessa delle antiche glorie, e che Nietzsche definiva storia antiquaria.
Guardiamo a due temi cruciali per l’epoca contemporanea: la costruzione di società multietniche, e il problema di quale Politica e Impero siano adeguati al governo del nostro mondo.
Dovremmo in questo senso ricordare, ad esempio, che non solo il grano egiziano transitava a Puteoli, ma, con esso, dei e culti. Matvejevic, nel suo bel libro sul Mediterraneo, distingue le città mediterranee in città con il porto e città-porto, come le antiche Cuma e Puteoli: dai rispettivi porti dipendeva non solo lo sviluppo e il declino economico delle città, ma anche l’apertura ad un rapporto con altri popoli che era all’origine della formazione di antiche comunità multietniche. Come ha scritto recentemente Massimo Cacciari, riflettendo sull’Impero romano in relazione ai nuovi problemi posti dal nostro tempo: “Crescere è trasformarsi. Crescere sempre implica il sapersi trasformare in relazione alle novità che si presentano, all’occasione che si manifesta…Trasformarsi significa perciò rinnovarsi. L’eternità di Roma non esprime statica capacità di durata, ma la dura fatica per il suo perenne rinnovarsi. Renovatio esige la civitas augescens…Nulla più della presenza di tanti <<dei ospiti>> (e non esuli!), attesta la potenza universale romana…la civitas augescens allargherà progressivamente il diritto di cittadinanza fino a comprendere, con la Constitutio Antonina, pressoché tutti i liberi residenti nei confini dell’impero”.
Non possono anche i Campi flegrei, che dell’Impero romano sono stati luoghi di primaria importanza, essere capaci di far vivere, di darsi sedi, istituzioni, momenti permanenti di ricerca, produzione, discussione, divulgazione intorno a questi temi?
Ma provare a crescere e guarire dai nostri mali, implica la capacità di andare più a fondo, di aprire il nostro esserci ad un altro sguardo, un altro ascolto: la possibilità di pensare ed esperire una dimensione gratuita, una Sorgente per le nostre esistenze, in quell’istante in cui poeticamente abita l’uomo, in cui splende l’incanto della Bellezza, della luce, dei colori della nostra terra aperta sul mare – come evidenzia anche la traccia della nostra manifestazione. Fonte che sola rende possibile sopportare e far divenire meno banale la prosa del nostro quotidiano produrre e discorrere; che ci chiama a liberarci da un arredo urbano infestato sempre più dalla monnezza, da una convivenza dai tratti ‘incivili’, dal ricatto della delinquenza; e che ci invita a nutrire non solo le pance ma anche i cuori e le menti.