Curare l'agonia

a cura di Nicola Magliulo

Questo articolo sarà letto da Laura De Luca in una trasmissione di Radio Vaticana il 27 gennaio prossimo.

Gli avvenimenti tragici accaduti nel sud-est asiatico, sono venuti a suggellare un anno davvero tremendo, in cui gli abissi del male radicale compiuto da uomini (Beslan e non solo) e le conseguenze drammatiche di catastrofi ‘naturali' si sono imposti prepotentemente con apocalittiche manifestazioni. Tutto questo ci impone, insieme al relativo soccorso possibile, una meditazione ancora più seria e rigorosa. Certo, l’agire malvagio e distruttivo degli uomini è male ben più inquietante della "innocente" crudeltà della Natura.
E tuttavia non solo per le ferite inferte dagli uomini ma - come ha ricordato giustamente un monaco buddista - anche quando accadono queste catastrofi naturali, occorre innanzitutto soccorrere materialmente le vittime ma non dimenticarsi poi di curare l'agonia mentale di queste persone e, aggiungo io, di noi tutti.
In questo senso appare utile interrogarsi sulle interpretazioni che provano ad elaborare quanto accaduto. Tralascio qui di polemizzare con il dogmatismo scientifico di scienziati che si credono perfetti Pro-meteo (nome che etimologicamente significa: vedere prima, anticipatamente); né provo ad approfondire l'aspetto pur essenziale della povertà materiale e tecnologico-organizzativa di questi luoghi, che ha facilitato e aggravato gli esiti catastrofici della tragedia. Osservo intanto una certa ipocrisia nella scoperta della generosità di srilankesi e altri, che pur con la morte in casa hanno salvato, accolto e donato quanto potevano agli occidentali: in realtà, quando vengono nel nostro paese, persone di queste o altre popolazioni sono stimate soprattutto in quanto ‘servono’ alla nostra economia, alle nostre famiglie, o si assimilano alla nostra identità culturale e al nostro modo di vivere, mentre raramente si privilegia la loro umanità.
Ma veniamo alle reazioni e interpretazioni che vogliono sistematizzare l’accaduto. Dopo il recente maremoto, ho letto o ascoltato con disappunto le riflessioni di alcuni alti prelati e di qualche filosofo. Cominciamo a discutere le tesi dei primi.
Per alcuni uomini di Chiesa il progetto d'amore divino contemplerebbe un senso nascosto che spieghi e comprenda ciò che ai nostri occhi appare incomprensibile. Qualcuno si è perfino spinto a ripetere vecchie teodicee, a rispolverare antichi provvidenzialismi, a parlare del bene che in ogni caso si potrà trarre anche da queste vicende terribili per l'umanità (certo che da ogni cosa si può trarre del buono, ma intanto solo per i sopravvissuti, e tra questi ci sono poi quelli colpiti più duramente, e così via). Qualche altro ha parlato di eventi contingenti, come se il negativo prodotto dai fenomeni naturali, o dal male commesso dagli uomini, non sia strutturalmente presente nel creato; come se la misura del dolore patito dall’umanità non fosse già da sempre colma.
Se dopo le manifestazioni del male radicale umano, o dopo simili catastrofi naturali, si trattasse solo di decidere se accettare che il male sia strumento del bene, che il dolore sia utile all’economia del Tutto, le lacrime di uno solo dei bambini asiatici ammutoliti basterebbero a farci restituire il biglietto d’ingresso in divine armonie così ancora concepite.
A me pare che emerga invece, anche in queste circostanze, la necessità di un altro cristianesimo che non predichi, rassicuri, consoli in un modo umano troppo umano; di un cristianesimo scandaloso che non produca un senso tappabuchi, un senso che risponde alle tragedie del mondo troppo "sensatamente". Può essere che individui e comunità vogliano, o non siano capaci che di risposte che soddisfino il bisogno di rassicurazione e consolazione; ma il cristianesimo non può edulcorare il suo essere scandalo e follia agli occhi del mondo.
L'intellectus fidei deve invece mostrare come si dia logos adeguato solo ponendosi in ascolto e interrogando l'inquietudine dell'estrema invocazione di senso che prorompe nel grido: Padre, perché mi hai abbandonato?; come a tale e tanta sofferenza possa ‘corrispondere’ solo l’amore che resiste nell'abbandono della Croce, la follia dell'incarnazione, l'insensatezza dell'agape, i paradossi della fede cristiana, la Gloria dell'onnipotenza del Padre.
Venendo invece alle meditazioni filosofiche intorno a tali questioni, qualche filosofo ha ricordato che l'uomo non è il centro della terra, che la natura non è dominata dalla tecnica come sognavamo, che dobbiamo imparate ad essere decentrati ed umili: verità anche sagge o parziali, a volte banali.
L’uomo è un essere la cui natura è di non avere una natura determinata come quella animale, nel bene e nel male, nel suo farsi angelo o bestia, Hitler e Francesco di Assisi: non si può uscire da questa indeterminatezza, e ci si rende solo la vita più facile, non si compie un atto di umiltà rimuovendo questa che costituisce la specificità della nostra natura.
Dovremmo ripensare all’uomo kantiano che, come in successivi pensieri e versi leopardiani, di fronte alla grandezza tremenda di certi fenomeni naturali esperisce l'incondizionatezza della ragione e la nobiltà dell'uomo, senza dimenticare la fragilità misera del nostro corpo spazzato via.
Certo che, sia un virus o un'onda anomala, a quel Altro con cui siamo in relazione è inutile chiedere pietà quando ci assale; esso ci ricorda che gli individui non hanno salda radice e dimora sulla crosta terrestre. Ma il senso stesso del non essere più l’uomo scopo ultimo e centro della terra e dell'universo, dovrebbe essere ripensato in un modo non debole o debolista. La piccolezza e precarietà della condizione umana non cancella infatti l'inquietudine iscritta nell'anima, il nostro essere quel luogo straordinario dove lo spettacolo dell’apparire del mondo e degli enti si mostra in tutta la sua enigmaticità provocando stupore e terrore. Anche la filosofia dovrebbe reinterrogare la nostra relazione con l'Essere senza cercare sensatezze e rassicurazioni umane troppo umane: ripensare l'apeiron del vecchio Anassimandro, l'indeterminatezza, l'assenza di senso dell'Essere prima che si addolcisse nel Bene platonico. Ma l'apeiron che ci sovrasta ed avvolge, e ci appare come privo di fondamento, proprio in quanto tale non può escludere, e resta aperto alla possibilità di un'appartenenza all'Uno più profonda di ogni violenza naturale e umana. La radice del nostro essere qui e ora comunque non ci appartiene, e potrebbe anche far segno ad un Essere inviolabile, all'esperienza di una Bellezza e di un Amore che non si corrompono, e non ad un divenire che annienta.
Chi non può, vuole stare in questo luogo rischioso, tra angoscia e gioia, non potrà che costruire miti e dogmi, raccontare favolette, gettare ponticelli sugli abissi, emettere lamentazioni: ma l'unica cosa che potremmo evitare è vivere e morire da servi che non teorizzano (nel senso del coro tragico) i colpi che si abbattono su di loro; mentre, invece, dovremmo pensare non solo la nostra esistenza individuale, ma quella delle comunità e dell'umanità intera come sospese - per mano di sempre incombenti catastrofi frutto del male radicale umano o di sconvolgimenti naturali – a quella heideggeriana possibilità dell'impossibilità dell'esistenza che è la morte; e, insieme, nell’angoscia per essa, smetterla di crederci padroni di alcunché, e aprirci a quella possibile appartenenza ad una Vita liberata da ogni morte.

Nicola Magliulo