Il De finibus bonorum et malorum di Cicerone

Quando a Cuma si dialogava intorno alla gioia e al dolore, all’utilità e all’amicizia…

 

di Nicola Magliulo

 

Nelle ville presenti nei Campi flegrei in età romana, l’influenza ellenizzante non si evidenziava solo nello stile architettonico ma anche nella passione per le ricerche e le discussioni filosofiche.

Si sapeva fare buon uso della ricchezza, del lusso e dell’ozio, si comprendeva che anche il piacere di una cena stesse non solo nei cibi e nelle bevande ma anche in una buona conversazione (sarebbe interessante confrontare questo modello con quello della cena di Trimalcione narrata nel Satyricon di Petronio).
Non solo: ma accadeva che nascessero, dalle nostre parti, anche opere filosofiche significative come quelle scritte da Cicerone. Il Primo dei tre dialoghi che compongono il De finibus bonorum et malorum (I termini estremi del bene e del male) è infatti ambientato nella villa di Cicerone a Cuma nel 50 a.C.. Vi partecipano: Cicerone, Lucio Manlio Torquato, Gaio Valerio Triario.

In esso si discuteva se fosse giusta la dottrina epicurea per cui il bene si identifica con il piacevole: e quando Cicerone fa un esempio di cosa debba intendersi per vita piacevole, scrive di quel Lucio Sergio Orata, noto tra l’altro per i suoi allevamenti di ostriche nel Lago Lucrino: “Quale argomento rechi per dimostrare che Torio o Gaio postumio o, il maestro di tutti costoro, Orata, non ebbero una vita del tutto piacevole?
Ma ancora Cicerone – proseguendo l’esposizione e discussione della filosofia epicurea – argomenta intorno al problema se piacere possa dirsi semplicemente l’assenza di dolore – piacer figlio d’affanno per dirla con il celebre verso leopardiano.

L’unica felicità che ci è concessa è forse quella che nasce dall’esserci liberati da una pena? O esiste un altro tipo di felicità che accade indipendentemente da ogni sofferenza? Cicerone – contra Epicuro - insiste che “altro è provar gioia, altro non sentir dolore”, approfondendo la distinzione tra letizia e piacevolezza, di origine platonica, e i significati del termine latino voluptas, e la traduzione della parola greca hedoné.

Cicerone mostra di non accontentarsi del primato di ciò che è considerato "utile" e sa che il divertimento della vita sta in relazioni umane non asservite ad esso, conoscendo il piacere di ciò che è massimamente "inutile".
La possibilità di gioire di questa dimensione gratuita dell’esistenza, non deriva dalla "calcolata considerazione dell’utilità… ma trae da se stesso la propria origine e nasce di sua iniziativa… E che altro significa amare, da cui derivò il nome dell’amicizia, se non volere che ad uno tocchino i maggiori beni possibili, anche se a stessi non ne vien nulla?”.

Durante il dialogo, appare anche un riferimento diretto ai granai di Pozzuoli, citati come simbolo di chi persegue un’accumulazione di ricchezza e possiede beni ingenti.
Ma Cicerone sa bene come occorra confrontarsi anche con il lato oscuro e doloroso della vita: come si regge nella vita l’estremo male? Dobbiamo solo sperare che l’intensità e la durata del dolore passino, sfumino? O coltivare faticosamente, come un giardino, la letizia dell’anima capace non di annullare ma di convivere, senza smarrirsi, con le pene e le sventure che la vita ci riserva?
A questo scopo, più che la memoria, ci viene in aiuto anche la capacità di oblio. Non sono in nostro potere i ricordi, scrive Cicerone, citando Temistocle a Simonide che diceva di preferire all’arte della memoria quella delle dimenticanza, "perché ricordo anche ciò che non voglio, ma non riesco a dimenticare ciò che voglio”.

Le pagine ciceroniane ci mostrano la filosofia nella sua accezione migliore di vita pensata che arricchisce un’esistenza altrimenti banale; la necessità di esprimere le esperienze vissute attraverso le domande poste su ciò che più importa.
Dovremmo riflettere sulle nostre pance piene e su cuori e menti vuote, o su avere beni culturali ma non vita culturale; non per contemplare le antiche glorie della nostra terra, o fare salotto, ma per provare a guarire dai nostri mali presenti e futuri.