BACOLI  MUTA

Qualche riflessione intorno al libro di Ernesto Salemme.



Foto di: Peppe Del Rossi

 

Bacoli muta è un racconto che ha, seppure con alcune contraddizioni di cui poi diremo, un valore che oltrepassa la nostra terra e anche un ambito strettamente letterario: esso assume, infatti, significati e tratti di un’indagine esistenziale e antropologica di tipo filosofico e, a suo modo, religioso, non tanto e non solo per le esplicite citazioni in tal senso, ma per come l’itinerario narrativo si  delinea soprattutto nella terza e ultima parte. Per questo il lavoro di Salemme appare utile, stimolante nella sua ‘inattualità’ visionaria.

Si narrano le vicende del protagonista, un cantante, venuto da fuori, che precipita nella follia per via della moglie che lo ‘tradisce’; intorno gli umani, nella fattispecie gli abitanti di Bacoli sono immersi nella loro saggia indolenza, direi tipicamente meridionale, cullati dalla bellezza della loro terra che così dice di sé: ” Prima di tutto allontano gli uomini dalle ambizioni inutili e tormentose. Qui nessuno si danna l’anima per cose superflue, per primeggiare a tutti i costi, per inebriarsi al falso profumo della gloria e della ricchezza…Li vedi contenti di passeggiare lentamente parlando con un amico, li vedi seduti intorno ad un tavolo, a godersi non solo i reciproci sorrisi, ma anche un pomodoro, una fresella, un poco di dolce vinello. Questa si chiama saggezza, amici miei, altro che corruzione! ”.(p.26).

Ma co-protagonisti sono anche i luoghi naturali e mitici dei Campi flegrei e di Bacoli, che l’autore fa parlare e intervenire, sottraendoli ad un oblio che li confina in un interesse solo turistico o storico, e restituendoli, in tal modo,  ad un legame con il vissuto delle persone.

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