SOMMARIO:

 

Introduzione

Prefazione

 

 

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copertina

 

 

 

Il libro:
L'ultimo uomo

(1826) di
Mary Shelley
edizione:

A. Mondadori

 

 

Introduzione di:
N. Magliulo
sito

Foto di:
P. Del Rossi

Servizio a cura di:
N. Magliulo e
P. Del Rossi

 

 

 

 

 

 

 

La visita dell’autrice di Frankestein nei Campi flegrei e i vaticinii della Sibilla cumana


Mary Shelley (1797-1851) è l’autrice del celebre romanzo Frankestein o il Prometeo moderno (1818). Dopo di esso, il suo romanzo più noto, L’ultimo uomo (1826) narra della fine dell’umanità sterminata da una epidemia di peste che lascia in vita un solo individuo. Ma ciò che attira in particolare la nostra attenzione è il fatto che la prefazione de L’ultimo uomo, che pubblichiamo integralmente nella nostra rubrica, narra di una visita realmente avvenuta della Shelley a Baia, e dell’affascinante resoconto del ritrovamento di tracce di quelli che la scrittrice immagina essere vaticinii della Sibilla cumana. A partire da  questa prefazione si dipana poi l’intero romanzo.

Per quello che ne so, tale visita, e il relativo racconto, non hanno ricevuto, nei testi dedicati alla presenza di personaggi illustri nei Campi flegrei, che una scarsa o nessuna attenzione (nel testo di Race L’impero sommerso, si citano alcuni versi  dedicati  a Baia e scritti dal marito di Mary, Percy Shelley).

Del racconto di Mary Shelley riferisce invece un testo recente dedicato però al Vesuvio: Vesuvio, il vulcano. La storia, le eruzioni, la natura, l’arte, a cura di Antonio Emanuele Piedimonte, edizioni Intra Moenia, 2001; l’autore ricorda la visita della Shelley in relazione alle suggestioni che per la letteratura gotica sette-ottocentesca hanno esercitato il Vesuvio e Napoli.

Al di là del valore letterario e fantastico del racconto della Shelley, (e degli scontati  interrogativi che pone allo studioso: quale galleria è quella realmente visitata? cosa potevano essere questi frammenti scritti ritrovati? etc.), è significativo che nelle pagine della Shelley torni a rivivere la figura della Sibilla cumana.

L'origine della Sibilla cumana fa probabilmente riferimento all'esistenza di culti  legati ad una cultura matriarcale e a divinità femminili come la Grande Madre Terra; per questo le sue profezie sono state interpretate anche come espressione di opposizione ad una dominante civiltà patriarcale.

Successivamente la sua figura e il suo culto  vengono inglobati all'interno di una mantica apollinea: lo stesso oscuro conflitto tra Apollo ed Hera nella storia dell'antica Cuma ne potrebbe rappresentare  forse una traccia. La Sibilla emigra poi nella religione romana: i libri sibillini, che  bruciarono nell’incendio del Campidoglio nell’83 a. c., furono poi ricomposti e collocati da Augusto nel tempio di Apollo sul Palatino,  accanto alla dimora imperiale (I Campi flegrei, un itinerario archeologico, a cura di Amalfitano, Camodeca, Medri, Marsilio 1990).

Successivamente il tramonto dei vaticinii sibillini troverà un’ eco letteraria in quel Satyricon di Petronio, ambientato proprio nella terra flegrea: "E una volta anche vidi coi miei propri occhi la Sibilla a Cuma sospesa dentro un'ampolla; e quando i ragazzi strillavano: ¨Sibilla, che vuoi?¨, lei rispondeva ¨Voglio morire¨" (Petronio, Satyricon). Ma la Sibilla viene 'salvata' o, a seconda dei punti di vista, di nuovo ingabbiata all'interno delle religioni ebraica e cristiana: ai pagani Libri sibillini succedono gli Oracoli sibillini che segnano il progressivo assorbimento del culto all'interno di tali tradizioni teologiche; si perviene così alle pagine del De civitate dei in cui Agostino, interpretando a suo modo i vaticinii, affida paradossalmente alla Sibilla la profezia del trionfo di Cristo proprio su quell'Averno che aveva rappresentato  uno dei principali luoghi del suo culto: "L'uomo gli idoli rifiuterà, e persino ogni tesoro, il fuoco le terre brucerà, e il mare e il cielo inseguendo, sfonderà le porte del tetro Averno".

Quando i moderni torneranno a immaginare ed interrogare una fine dei tempi non identificabile  ad un millenarismo medievale, la Sibilla riemerge, e, con essa, le profezie terribili, liberate da ogni addolcimento o annuncio di salvezza. La Shelley immagina di ritrovarne le tracce e ad essa affida l’incipit del suo romanzo sulla fine dell’umanità. Anche per questo, in tempi di clonazione, di fantascienza e di timori per l’estinzione della specie umana per moderne pestilenze, i romanzi della Shelley, che intuiscono in anticipo e rivelano la presunzione e i pericoli  del mito moderno delle magnifiche sorti e progressive irrise dal coevo Leopardi, andrebbero riletti e rimeditati.

La prefazione della Shelley fa riferimento alle tracce di vaticinii della Sibilla scritti sulle foglie. Leggiamo quanto, a tal proposito, scrive Roberto De Simone: “La stessa «scrittura sulle foglie» può essere intesa in vario modo. Sappiamo infatti che tali profetesse masticavano il lauro e che questo era un antico modo di stimolare la possessione. Allora, si può anche pensare che questa «scrittura sul lauro» fosse innanzitutto questo profetare avendo in bocca le foglie mistiche della sacra pianta. In tal modo lo spirito Pizio, salendo dall’utero alla bocca, attratto dalla sacra pianta, esprimeva la voce del vaticinio sulle foglie. Per alcuni casi si è anche accertato che le Sibille imprimevano dei segni geroglifici sulle foglie mentre deliravano, e che tali segni venivano interpretati dai sacerdoti o dai fedeli. Ma l’idea di una scrittura connessa alle foglie è alla base di antichi concetti religiosi. Nella stessa Grecia esisteva un alfabeto sacro il cui segreto si faceva risalire a Io, sorella di Amaltea (la Sibilla Cumana): tale alfabeto era strettamente legato alla ritualità calendariale e le sue lettere non erano rappresentate da segni scritti, ma da piccoli ramoscelli recisi di diversa forma, che simboleggiavano, geroglificamente, i mesi dell’anno. Comunque, non è certo ipotizzabile che le Sibille in prima persona scrivessero o tramandassero, in segni scritti, le loro profezie. E’ senz’altro più naturale che esse conoscessero un vasto repertorio di versi sacri, come nella tradizione degli sciamani, e che in stato di estasi li pronunciassero o cantassero aggregandoli e componendoli in vario modo. I sacerdoti presenti li trascrivevano, ed è chiaro che intervenissero sulle barbare forme del loro verseggiare o del loro cantare. Sorsero così i Libri sibillini che circolarono nei vari templi di Apollo. In questo modo i Libri da un lato servivano ad iniziare nuove sacerdotesse nell’apprendimento del repertorio, da un altro lato, cominciarono ad essere consultati nei luoghi dove non c’era la presenza della Sibilla e dove la tradizione orale si era spenta. A Cuma la Sibilla aveva due modi di oracolare, uno, effettuato con la «scrittura sulle foglie» e l’altro, in stato furente. Per tali motivi, nell’Eneide (libro VI) troviamo che Enea prega la vegliarda di oracolare nella maniera più antica e cioè in stato di furia e verbalmente” (Roberto De Simone, Il segno di Virgilio, Sezione editoriale Puteoli, 1982, p.44).

 

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