Davanti a me è caduto il cielo

a cura di Nicola Magliulo - foto di Peppe Del Rossi

 

INTRODUZIONE

L’Italia dei luoghi comuni ha tra i suoi argomenti principe l’idea del carcere come di un confortevole hotel in cui delinquenti della peggior specie scontano anni, spesso troppo ridotti, per i crimini commessi. Ma le carceri italiane sono ben altro: sovraffollamento intollerabile, presenza di un’altissima percentuale di detenuti in attesa di giudizio, alta incidenza di tossicodipendenti ed immigrati, tra cui detenuti che non hanno soldi per gli avvocati, per comprarsi merci di prima necessità etc. Si confonde la giusta esigenza di severità e certezza della pena con la condizione generale e reale dei carcerati; si ricade in polemiche stagionali su indulti ed indultini o sulla costruzione di nuove carceri, e non si riescono ad immaginare modi alternativi di scontare le pene che contemplino la detenzione solo per quella minoranza di reclusi socialmente pericolosi.
Per una comunità e per i singoli individui, imparare a guardare e a specchiarsi nel pozzo buio del carcere – e quando c’erano dei manicomi - aiuta a conoscersi meglio, a comprendere i mali della società in cui viviamo e la capacità di prevenzione e il grado di civiltà con cui sappiamo affrontarli.

C’è un ricordo di cui vado un po’ fiero: quando, vent’anni fa, andai a ficcarmi negli scantinati del carcere di Pozzuoli per analizzare le cartelle cliniche – che temo siano ancora lì – delle recluse del manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, trovando alcuni casi incredibili di cui ho poi scritto nel libro: I luoghi del male, voluto dal prof. Vincenzo Montella e dall’equipe del Centro di igiene mentale di Pozzuoli (http://digilander.libero.it/nicolamagliulo). In questo servizio pubblichiamo la lettera di una giovanissima internata.
Per questo ho accolto con particolare simpatia e interesse un libro da poco uscito: Davanti a me è caduto il cielo. Scritti dalla casa circondariale femminile di Pozzuoli, a cura del Gruppo di ricerca Soggettività femminili della Biblioteca nazionale di Napoli, Filema edizioni 2004, con allegato Cd. E’ un ottimo contributo – forse un tantino sovraccarico e pretenzioso culturalmente – nella direzione di rompere l’isolamento. Il libro riporta i testi poetici, i racconti e i commenti scritti da alcune donne recluse in relazione a testi di autrici, poetesse, pensatrici note come Nadia Fusini, Adriana Cavarero, Etty Hillesum, Patrizia Cavalli e tante altre, che le curatrici del libro hanno proposto alle donne detenute nella casa circondariale.
Da questo libro traiamo, tra i tanti testi belli e coinvolgenti, solo due piccole poesie e il racconto crudo, amaro della scoperta di una violenza sessuale consumata sulla figlia, da parte del convivente, che ha sconvolto la vita della madre. Casi tutt’altro che rari nelle nostre desolate contrade napoletane.

Nicola Magliulo

UNA LETTERA DAL MANICOMIO

Il 14 luglio del 1968 faceva il suo ingresso nel Manicomio giudiziario di Pozzuoli, una ragazza di nome Immacolata. Di lì a qualche settimana avrebbe festeggiato, tra le mura del manicomio, in compagnia di donne adulte e malate di mente, il suo diciassettesimo compleanno. La preziosa ottusità della censura carceraria ha conservato nelle pieghe della cartella clinica, una lettera scritta da Mimma e indirizzata al fratello:

Mio caro fratellino, sono rimasta tanto contenta della tua attesa lettera. Mi prometti sempre di venire e non vieni mai; perché fai sempre così? Non vuoi più bene alla tua sorellina? Io non so di preciso quando vado a casa, il direttore mi ha detto che mi ci manda solo per sette giorni e deve venirmi a prendere la mamma. Non credo che mi lasciano venire con te a casa. Io sto bene. così spero di te. Le giornate le passo cantando e meditando nei momenti di pausa; va bene che questo non è il posto adatto per meditare, ma in fondo potrebbe anche esserlo. Non temere, non mi annoio, anzi trovo sempre qualcosa da fare; c’è parecchia gente interessante ed io mi diverto a studiarla, squadrarla, giudicarla; seppure con poca precisione, riesco a trarne un giudizio mediocre Anche qui a Napoli fa freddo e non vedo l'ora di tornare a casa per rifarmi un po’ le ossa; anche la mia sventura è finita, se così si può chiamare: finita, sotterrata. Non prendertela se ti ho chiamato bidonista, ero solo un po’ nervosa: dici che vieni e non vieni mai; spero che almeno per dopodomani, come hai promesso, sarai qui perché, caro 'fratellino, mi serve della roba: una sciarpa, uno scialle, un cappellino di lana e una calza a brache e due o tre stecche di Kent lunghe. Mi piacciono quelle lunghe perché hanno un bel sapore. Perciò vedi fratellino , devi venire presto e subito! Perché altrimenti mi troverai come uno scheletro e scrivimi, scrivimi più spesso, scrivimi di più; qui il tempo non passa mai senza la tua posta; sei l’unica persona che voglio bene fuori di questo mondo così triste e lugubre. Se non scrivi io piango e sono proprio come un funerale; ho bisogno di te, delle tue lettere così belle, così tanto affettuose. Non ti preoccupare per la linea: sono nel fiore della gioventù e sono uno scheletro; a parte gli scherzi, sono molto dimagrita, ma spero di tornare subito a casa, così almeno potrò rifarmi… Ti lascio con la penna ma non con il cuore che spera di rivederti al più presto. Ti bacio caldamente sul viso, la tua cara sorellina.

28 novembre 1968

POESIE DAL CARCERE

La mia vera identità
è come un telaio da disfare
e tessere.
E’ come affrontare il cuore in tempesta
mio rivale, mio amico.
Dolce è l’urlare del vento,
mi entra dentro l’anima.
Così sconfiggo la mia paura.

Su un grande telaio
vorrei tessere la mia identità
triste e malinconica.
Potrei affrontare il mare.
Disfo la tela.
Ricostruisco l’esistenza.
Ora sono serena.

Filomena Della Magna

UN RACCONTO AUTOBIOGRAFICO

Un giorno mi decisi a convivere con un uomo per motivi economici, per i miei quattro bambini, dopo essere stata lasciata da mio marito… Conobbi un uomo molto più grande di me, anche lui separato ed era anche nonno da tempo… I primi anni lui era così gentile che quasi baciavo i suoi passi…I miei figli gli volevano molto bene, ma quando un giorno sono ritornata a casa stanca dal lavoro, ho trovato mia figlia di appena nove anni chiusa nella sua cameretta, singhiozzava… Non era capace di spiegarmi fra i singhiozzi e le lacrime e io, a quel punto, ho cercato di calmarla. Pensavo lui l’avesse picchiata, ma purtroppo non era così. La bambina mi ha chiesto di chiudere la porta della sua cameretta, aveva paura che lui la sentisse mentre mi raccontava, e mi ha detto: “Mamma, io non voglio più stare qui, voglio andare da papà”. Ho chiesto il perché e così mi ha confessato che lui le aveva fatto togliere le mutandine e la toccava dappertutto e faceva le cose sporche su di lei. Io volevo morire, non volevo crederci. Lui non negò. Si scatenò in me una furia tale che oggi non credo di essere stata io ad impugnare l’arma e sparare. Io ero stata così sensibile nei suoi confronti e lui aveva approfittato di mia figlia e della mia sfortuna. Dov’era il cuore di quell’uomo?

Maria Giuseppa Pagano