UN PUTEOLANO AD ASSISI

di  Nicola Magliulo

rinascita mostra personale di Raffaele Ariante
dal 12 dicembre al 10 gennaio 2002 - Sala delle Volte - Assisi

Caro Raffaele,

quando mi hai parlato della tua futura iniziativa artistica legata al tema della nascita e mi hai chiesto di scrivere su di esso, naturalmente da un punto di vista filosofico, mi hai dato l’occasione per ripensare al modo con il quale la cultura occidentale aveva concepito l’atto iniziale di ogni esistenza.

E mi è venuto in mente, innanzitutto, quell’antico terribile giudizio, meglio sarebbe non essere mai nati, in cui la sapienza del Sileno aveva scolpito la negazione più radicale del valore e della promessa del nascere: l’idea di una nascita come essere gettati in un’esistenza che può procurare solo dolore e indurre il terribile desiderio di restare o di tornare nel niente.

Nell’antica tragedia gli individui nascevano gravati del peso di destini e colpe più o meno atroci che generavano peripezie e conoscenza attraverso il dolore: si pensi ad Edipo.

Molti secoli dopo il nostro Giacomo Leopardi avrebbe ripensato e cantato, nei suoi celebri versi, la tragicità dell’esistenza che si rivela fin dalla nascita: “ Natura, illaudabil maraviglia/ che per uccidere partorisci e nutri” (Sopra un bassorilievo antico sepolcrale) – o - “ Nasce l’uomo a fatica/Ed è rischio di morte il nascimento/Prova pena e tormento per prima cosa…” (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Anche la grande cultura filosofica e religiosa dell’Occidente concepisce il nascere in relazione ad un Destino, ed esso stesso come dolore e pianto: la nascita, allora, non è l’origine prima della nostra storia perché ad essa preesistono una caduta, una colpa da cui proveniamo: il peccato di Adamo nella Bibbia, da cui discende quel ‘Partorirai con dolore’ ; ma anche l’ingiustizia che ogni vivente commette nascendo, separandosi dall’Apeiron, individuandosi e prevaricando, e che deve espiare, secondo le tesi di Anassimandro alle origini della filosofia; o la scelta che l’anima fa del proprio destino nell’iperuranio prima della perdita delle ali e della caduta nel corpo, in Platone.

L’ombra di una Colpa accompagna il nascere perché il nostro venire al mondo come enti specificamente determinati presuppone una separazione dal Tutto, dall’Uno originario, dal Paradiso terrestre etc. Ma non si tratta di una separazione assoluta: nascendo restiamo in relazione con un Passato ma anche con un Futuro che ci oltrepassano, che condizionano il nostro esistere. Inoltre, destino e colpa non sono necessariamente negativi e irrimediabili perché la nostra esistenza è immaginata anche come una tappa di un viaggio più lungo verso una meta felice che sia un ritorno ad un’età dell’oro o l’approdo ad una salvezza eterna, ad una ri-nascita che ci  doni la vera vita.

In particolare, nella stessa cultura greco-romana (si pensi alla profezia virgiliana della IV ecloga in cui si predice l'avvento di un bambino che darà inizio ad una aetas assolutamente nuova) e in quella ebraico-cristiana, si possono ascoltare differenti valutazioni del nascere, che ne addolciscono gli aspetti drammatici esaltandone il potenziale di novitas nel quadro di un ottimismo soteriologico. La più potente affermazione del valore anche salvifico della nascita è annunciata nei Vangeli di Matteo e Luca, e avviene nell’umile mangiatoia di Betlemme: è possibile che questa singola e specifica nascita, stra-ordinaria fin dal suo concepimento, rechi al mondo una inaudita e definitiva speranza di redenzione, che compia il miracolo di un dio che si fa uomo?

Se nascere significa per l’ente separarsi dal Principio - e vivere questa perdita come colpa, mancanza - la modernità, invece, radicalizza tale scissione e libera progressivamente la nascita da ogni destino o colpa ultraterreni; essa non patisce come una pena la separazione dalla realtà originaria, bensì, al contrario, come soffocante il legame con essa, e mette piuttosto l’accento sul destino solo umano, naturale, sociale, culturale che ogni nascita porta con sé. Gli homines novi rompono con il sacro e il mistero naturale e/o divino, che genera timore e stupore, dolore e gioia; vogliono prometeicamente rimediare ai mali e correggere i difetti della creazione, o imitare e gareggiare con la forza sovrastante della Natura (attenuando il dolore e il pianto, le doglie e il grido della partoriente), o di Dio.

 Già Bacone sapeva che scientia est potentia e che imitare Dio è per l’uomo acquisire potere anche sulla nascita fino ad immaginare la creazione di neonature.

Ed è recentissima la scoperta del linguaggio e della struttura genetica dell’uomo; tuttavia questa radice non può essere interpretata solo geneticamente, bio-chimicamente. Infatti il DNA, progressivamente svelato nella sua costituzione e nei suoi meccanismi, clonato e riprodotto, conserva, per chi lo sa esperire, un irriducibile stupore; la sua maggiore conoscenza, infatti, può produrre non tanto il dissolversi di ogni mistero, quanto l’accrescersi dell’enigma cui rimandano congegni così delicati, semplici e complessi insieme. A chi ammira in modo disincantato i passi avanti della scienza - e ne saluta con entusiasmo le possibili ricadute sulla cura di malattie gravi ed ereditarie senza tuttavia soggiacere ad uno scientismo e tecnicismo che tutto pretendono di spiegare e produrre - resta da interrogare il dono del nascere e il potere di generare, che possiamo imitare e correggere ma non capire e fondare.

 Nella filosofia del secolo scorso, si danno tracce significative della necessità di ripensare una differente concezione della fecondazione e del nascere.

Per Levinas la fecondità rompe la concezione eleatica dell’essere, ci conduce fuori e oltre la falsa trascendenza della filosofia occidentale, e apre ad un pluralismo, ad una reale distinzione nell’identità che contraddice il principio della logica tradizionale: “ Il figlio non è soltanto la mia opera, come un poema o un oggetto. Non è neppure la mia proprietà. Né le categorie del sapere, né quelle del potere descrivono la relazione con il figlio…Io non ho mio figlio, sono in qualche modo mio figlio. La paternità è la relazione con un estraneo che, pur essendo altri  è me; una relazione dell’io con un sé che però non è me…” (Totalità e infinito).

Per la Arendt, invece, ogni nascita contiene e dovrebbe dispiegare interamente le potenzialità di spontaneità, di libertà e di trasformazione innovatrice del mondo che sono iscritte in essa, rivelando la possibilità di un’altra comunità e la condizione umana come plurale, la costituzione originaria dell’esserci come mit sein.

Ma ulteriori e più radicali tesi e domande si sono appena iniziate a porre, in particolare nell’ambito della filosofia contemporanea italiana.

Se il generare e il morire dell’individuo in quanto ente determinato, specifica singolarità, sono concepiti come un provenire da e un andare nel nulla, davvero vediamo, esperiamo il nulla da cui usciamo o in cui precipitiamo? O non dovremmo dire piuttosto che esperiamo solo l’entrare e l’uscire da ciò che appare nel cerchio finito in cui esistiamo, ovvero dall’orizzonte delle nostre possibilità  conoscitive? Per E. Severino, dovremmo riflettere, allora, non solo intorno a ciò che destina ogni ente ad essere il tale o tal altro individuo, ma sulla possibilità che quanto di esso appare fenomenicamente possa costituire solo una delle individuazioni della sua identità eterna.

Noi siamo abituati a sottolineare, già in ogni neo-nato, le determinazioni che lo definiscono come in-dividuo; ma dovremmo comprendere – sostiene M. Donà – che proprio queste lo fanno mancante di ciò che potrebbe completare la sua come la nostra esistenza.

Il principium individuationis è dunque per l’uomo una condizione dolorosa che genera tensione ‘erotica’ e nostalgia di ciò che non siamo, desiderio di tornare nel grembo di quella Madre o di quell’Uno da cui tutto proviene (non l’Uno, però, che annichila le differenze in una indistinta fusione, ma quello concretamente ricco di tutti i volti e le relazioni possibili delle nostre identità). Ma, allora, non nella trama oscura ed oscillante di nomi, immagini, discorsi - nelle definizioni che sempre definiscono l’ente tramite l’altro da sé, nelle relazioni mediate da nomi, figure e concetti -  potremo davvero conoscerci e sognare: “ l’Uno della cosa stessa – l’Uno della simpatia originaria di tutte le cose in quanto tali, nella loro assoluta singolarità, nel loro irriducibile differire” (M. Cacciari, Toccare Dio). E per il filosofo veneziano,  una visione e un problema analoghi si danno nel cuore della teologia francescana dove sono scolpiti, con  la massima purezza, nel Cantico delle creature.

Ma ci chiediamo infine: se il legame con gli altri ci costituisce originariamente, perché prevalgono separatezza e solitudine, perché il tramonto di relazioni alienate tarda a venire, anzi la nostalgia dell’Uno scema, pare diminuire il bisogno di comunità e il desiderio di relazioni vere, si dirada l’attesa stessa di una vera vita?

Nicola Magliulo
http://digilander.iol.it/nicolamagliulo

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