La decompressione: storie militari

di Stefano Di Cagno

 

Era ormai un quarto di secolo fa quando nel lontano 1970 i Navy SEAL's, l'unità subacquea della marina militare statunitense, introdussero due innovazioni nelle immersioni militari: l’autorespiratore a circuito chiuso completamente controllato da computer e il Dry Deck Shelter, una sorta di garage subacqueo applicato sul ponte dei sommergibili nucleari per ospitare un veicolo subacqueo SDV (SEAL delivery vehicle), impiegato per operazioni subacquee estremamente lunghe che obbligavano i SEAL’s a lunghissime decompressioni. Il rebreather consentiva il mantenimento della PO2 costante a 0,7 ATA indipendentemente dalla profondità ma se da un lato aveva esteso enormemente le possibilità d’intervento subacqueo dei SEAL’s incrementando i tempi di permanenza in immersione, dall’altro implicava assieme all'uso di mezzi di trasporto a medio raggio, lunghissime soste di decompressione.
Le soste venivano all'epoca calcolate attraverso le Standard Navy Air Decompression Tables.

Nel 1978 la Navy Experimental Diving Unit (NEDU) comincia le sperimentazioni per la realizzazione di un computer da decompressione specifico per la US Navy. Obiettivo: costruire un algoritmo quanto più aderente possibile alle cognizioni dell’epoca in materia di teoria cinetica dei gas ed alle reali condizioni d’impiego. Ultimato l’algoritmo iniziarono le sperimentazioni per verificare che lo stesso fosse sicuro. Uno dei primi verificatori delle tabelle decompressive (con PO2 costante) fu il Cap. Ed Thalmann, Senior Medical Officer del NEDU. Dal 1981, CAPT Thalmann supervisionò centinaia di sperimentazioni che condussero allo sviluppo delle tabelle. Terminato lo sviluppo di queste e ricevuta l’approvazione della US Navy, il modello matematico era pronto per essere trasferito in un computer da immersione.
Molti dei prototipi costruiti nei laboratori dela US Navy si dimostrarono non affidabili e si giunse alla conclusione che occorreva commissionare all’esterno il computer con il modello elaborato dalla US Navy.

In quel periodo i SEAL’s avanzarono ulteriori richieste: occorreva introdurre nell’algoritmo anche l’adozione di miscele respiratorie diverse nella medesima immersione.
Il CAPT Thalmann ed i suoi colleghi al NEDU iniziarono quindi gli studi per adattare le tabelle US Navy Standard per Aria all’uso di miscele Nitrox. Le ricerche del CAPT Thalmann continuarono presso il Naval Medical Research Institute (NMRI). Il NMRI sviluppò un modello secondo un nuovo approccio definito “probabilistic model”. Dall’approccio Haldaniano del CAPT Thalmann al modello probabilistico del NMRI. Bisognava individuare e ridurre la percentuale di rischio accettabile.
Tuttavia il nuovo approccio dimostrò che gli incidenti aumentavano se le condizioni dell’immersione si discostavano molto dallo standard. Nel 1990 gli studi del Decompression Computer per la US Navy furono condotti dal Naval Special Warfare Biomedical Research Program. Solo nel 1993 gli studi e le sperimentazioni produssero risultati accettabili, ma le nuove tabelle mostravano limiti anche più conservativi rispetto alle tabelle ad aria della US Navy per raggiungere quel risultato, mantre i SEAL’s avevano richiesto un algoritmo che consentisse loro decompressioni più brevi e non più lunghe...
Gli studi sembrarono aver raggiunto una impasse e subirono una lunga battuta d’arresto nei risultati.

Le ricerche comunque proseguirono sul modello del CAPT Thalmann, già impiegato per generare le tabelle per il mixed-gas rebreather impiegato dalla US Navy.
Il modello calcolava la decompressione ad aria e per PO2 costante di 0,7 ATA in una miscela nitrox. Le tabelle generate da questo modello erano in qualche caso più conservative delle US Navy Standard ma per immersioni più profonde fornivano tempi di non decompressione più ampi. La US Navy stabilì che il modello decompressivo definitivo su cui basarsi era proprio quello di Thalmann (chiamato VVAL18).
Fu aperta una gara d’appalto per la costruzione del computer in cui introdurre l’algoritmo prescelto e questa fu vinta dalla Cochran Consulting Company, il cui prodotto fu il Cochran Commander.

La prima macchina arrivò al NEDU per i collaudi nel 1996. I test del NEDU furono guidati dal CAPT Dave Southerland, rivelarono alcuni errori che furono corretti e nel Gennaio 1998 il NEDU dichiarò il Cochran NAVY pronto per i test sul campo nell’ambito dei SDV teams.
Ulteriori migliorie ed affinamenti sul campo furono apportate ai computer per meglio rispondere alle esigenze operative dei SEAL’s (per impiego di aria o nitrox e con rebreather).
Il 20 Octobre 2000, il NEDU sostenne l’approvazione del Cochran Navy per l’inserimento nell’equipaggiamento standard dei SEAL’s. Un anno dopo il Supervisor of Diving and Salvage for the U.S. Navy autorizzò l’impiego del computer da parte delle unità SEAL’s.

La prima immersione operativa militare con il Commander Navy risale a 31 Gennaio 2001 nelle acque di Barber’s Point (Hawaii).
Eppure, anche se il Cochran NAVY è probabilmente il computer da decompressione con l’algoritmo più aggressivo nelle immersioni che non richiedono tappe di decompressione, i due fattori che riducono i rischi di mdd nell’impiego operativo non hanno praticamente nulla a che vedere con algoritmi, tabelle e ricerche mediche, ma si basano sui soliti ''trucchi tattici'': il computer parte dal presupposto che il sommozzatore respiri una miscela con il contenuto più alto possibile di N2 in relazione alla profondità d’impiego; la qual cosa non avviene nella maggior parte dei casi proprio in funzione dell’adozione di miscele e apparati di respirazione più efficienti. In secondo luogo, poichè i SEAL’s effettuano immersioni di gruppo, il profilo di decompressione seguito sarà il più penalizzante visualizzato da ogni componente il team; ciò aggiunge un fattore di sicurezza supplementare.

Niente a che vedere, appunto, con fatti e dati reali e concreti.
 

 

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