Una spedizione Italiana sull’Andrea Doria

A cura di: Giovanni Rossi Filangieri

Un’immersione sull’Andrea Doria è quanto di più difficile e rischioso si possa progettare di fare sott’acqua”: questo dichiarò Bruno Vailati alla conferenza stampa per presentare la sua spedizione nel nordatlantico.

Correva l’anno 1968, ed era un Vailati nei cui occhi si potevano leggere entusiasmo e determinazione; egli sapeva bene che avrebbe dovuto affrontare, con mezzi a disposizione non certo paragonabili a quelli d’oggi, difficoltà davvero enormi e preparò la spedizione nei minimi dettagli. Il celebre cineasta accarezzava un sogno, forse irrealizzabile, ma che dava una connotazione particolare alla sua idea.
Fece preparare una targa di bronzo in Italia da portare sulla nave; un omaggio ma anche una speranza e sopra vi era inciso: “Siamo venuti fin qui per lavorare perché il sogno diventi realtà e l’Andrea Doria ritorni alla luce”. Vailati non considerava la nave come una preda cui strappare tesori e fama, forse non la considerava neanche un relictus.
Nel racconto della spedizione dirà: “per un momento abbiamo sentito come se la nave fosse viva, come se questa, morta per tutti, fosse nostra”.

L'Andrea Doria a Napoli

Bruno Vailati sentiva vivo il mito dell’Andrea Doria, egli sapeva cosa aveva rappresentato per l’Italia; dalla sua idea traspare l’immenso amore per il mare e per il suo lavoro. L’aspirazione di vedere di nuovo a galla il transatlantico, anche se era un sogno a buona ragione irrealizzabile, metteva, di fatto, al centro dell’attenzione quel tesoro di sforzi, di sogni e di grandezza che era stata l’Andrea Doria. La stampa italiana e straniera titolarono a piena pagina “si cerca di riportare a galla l’Andrea Doria” - “team italiano sta studiando un modo per recuperare la nave”; la cosa suscitò un grande interesse e tante fantasie. Si favoleggiava di tesori, di strani accordi internazionali e persino di singolari sistemi di recupero navale. Al di là di tutto ritengo che la spedizione di Vailati volesse testimoniare che: il vero tesoro dell’Andrea Doria è l’Andrea Doria. Mai come in questo caso il tesoro non consiste nel contenuto della cassaforte, ma nella cassaforte stessa, qualunque fortuna possa essere contenuta ancora nella nave. Essa ha rappresentato la rinascita di un paese, l’orgoglio di un popolo e della sua marineria; è stata un pezzo della storia d’Italia e continua ad esserlo. Credo che l’avesse capito anche Peter Gimbell, il miliardario Americano che ha legato la sua vita a quella nave.

Gimbell poco dopo l'affondamento

Gimbell scese sul Doria pochi giorni dopo l’affondamento e scattò delle incredibili, ed anche discusse, fotografie pubblicate sulla prestigiosa rivista “Life”. Nel 1981 investì ingenti risorse per recuperare le casseforti del Doria individuate dopo un attento studio dei piani della nave; fu praticato un foro con dell’esplosivo nella fiancata della nave per arrivarvi. Gimbell, che usò un impressionante spiegamento di mezzi, doveva essere a conoscenza del fatto che a bordo era usanza restituire il contenuto delle cassette la sera della vigilia dell’arrivo della nave e che quindi, con gran probabilità non avrebbe trovato molto. Non credo che lo ignorasse!

In realtà, egli sapeva che il richiamo del nome “Andrea Doria” sarebbe stato il vero tesoro. Così fu! Sapientemente ritardata, la cerimonia d’apertura della cassaforte, che avvenne in mondovisione nelle vasche degli squali dell’Acquario di New York il 16 agosto 1984 in puro stile hollywoodiano, fruttò parecchio danaro in diritti di ripresa; la cassaforte, invece, concesse solo un pacco di vecchie banconote marcite. Gimbell scomparve in seguito e le sue ceneri furono portate sulla nave, come suo desiderio.

Oggi il foro sulla fiancata della nave, detto “the Gimbell corridor”, è uno dei punti di partenza per le penetrazioni nella nave, accesso che facilita l’esplorazione di negozi, ristoranti e cucine. E’ proprio osservando le foto di Gimbell su “Life” che Bruno Vailati maturò la decisione di organizzare una spedizione, tutta Italiana, eccettuata la presenza di un notissimo subacqueo americano. Scelse con cura i membri. Presero parte alla spedizione: Stefano Carletti con il compito di “guardia del corpo” vista la nutrita presenza di squali, Mimì Dies provetto marinaio Ponzese che lo aveva già accompagnato in molte imprese, Arnaldo Mattei sommozzatore della marina durante la guerra il quale costruì anche le custodie per le cineprese e il sistema d’illuminazione, Al Giddings esperto sub di S. Francisco con il compito di curare la documentazione fotografica. In tutto cinque membri: tre componenti per le immersioni, due con compiti di assistenza in superficie.

 

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