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VISITA AL CASTELLO DI BAIA

Castello di Baia

INGRESSO

Da via Castello, dopo aver percorso una breve rampa formata da caratteristiche lastre in pietra lavica, si giunge in cima dove si viene accolti da uno splendido portale d’ingresso in piperno, sormontato da uno stemma borbonico in marmo e da una piazzola panoramica. Dalla terrazza si gode un ampio e suggestivo scorcio paesistico aperto sulla sottostante insenatura della Marina Grande e sul banco tufaceo delle Cento Camerelle, mentre in successione si ammirano la Punta Pennata e, coperto a sud dal mitico Monte Miseno, il suggestivo agglomerato urbano della vecchia città di Bacoli.

Oltrepassato il portale ed entrati nell’antica fortezza si giunge dinanzi il bastione sud-occidentale, dov’è stato da poco ricavato un locale che ospita la prima sezione del Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Castello di Baia

SALA GESSI

In questa sala, in apposite ed illuminate vetrine, sono esposti circa 60 degli innumerevoli frammenti di calchi in gesso di epoca romana, tratti da originali di epoca greca, rinvenuti nelle cosiddette Terme Romane di Baia (Parco Archeologico di Baia). La scoperta di questi straordinari e unici reperti avvenne, come tante altre, casualmente. Nel 1954 si stava riportando alla luce l’antica Baia quando, in uno degli ambienti pertinenti alla c.d. Terma di Sosandra, furono rinvenuti numerosissimi frammenti di calchi in gesso.

Sedici anni dopo il fortuito ritrovamento, agli inizi del 1970, dopo aver ottenuto il permesso di pubblicazione sia dallo scopritore dei frammenti prof. M. Napoli che dalla Soprintendenza Archeologica di Na e Ce, l’illustre cattedratico prof. W. H. Schuchardt avviò i lavori di ricerca.

Grazie ad un paziente ed attento lavoro di analisi, di confronto e anche d’incastro (il frammento del calco di gesso originale d’epoca romana veniva incastrato nei calchi moderni delle sculture a cui presumibilmente essi appartenevano), si capì che si trattava di calchi rilevati da originali bronzei di età classica e risalenti al V-VI sec. a.C. I calchi, in realtà, costituivano i negativi delle statue, dai quali gli artisti dell’atelier di Baia traevano copie.

Fu così che le Villae tra Bauli, Misenum, Puteoli e ovviamente il Palatium Imperiale di Baia, furono sontuosamente arredate da repliche scelte tra i capolavori più celebrati dell’arte greca.

Entrando al centro della piccola sala, campeggia la statua proveniente da un recupero sottomarino avvenuto alcuni anni fa nel porto di Miseno. La statua, parzialmente danneggiata dalla lunga permanenza in acqua, rappresenta c.d. Afrodite Borghese ed è una replica romana tratta da un originale bronzeo di matrice fidiaca.

Castello di Baia

Un articolato percorso di guida, mostra nelle vetrine:

Il calco della maschera facciale di Aristogitone che, insieme ad Armodio, formava il famoso gruppo bronzeo realizzato da Antenore e distrutto dai Persiani nel 490 a.C. Esso fu rifatto e ricollocato nell’agorà di Atene. Replicato dai romani, oggi è visibile a tutto tondo nell’apposita galleria dei Tirannicidi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Un’altra copia di Aristogitone può essere ammirata presso i Musei Vaticani.

Frammenti attinenti alle tre Amazzoni di Efeso. Plinio il Vecchio racconta che i più noti scultori del primo periodo classico, ossia Fidia, Policleto, Kresilas e Phradmon furono invitati a partecipare ad una gara per la realizzazione di una statua di Amazzone nel santuario di Efeso. Il vincitore di questa singolare gara artistica fu Policleto.

Frammenti pertinenti la statua della dea Atena, denominata Atena di Velletri, realizzata da Fidia.
Frammenti della statua del dio Apollo, conosciuta come Apollo del Belvedere.
Altri del gruppo di Eirene e Pluto eseguito da Cefisodoto in epoca più recente.
Nei calchi delle fiaccole e in altri frammenti si riconosce la statua di Persefone.

Di alcuni calchi abbiamo sinteticamente raccontato la storia mentre degli oltre 400 che costituivano l’eccezionale ritrovamento, circa 80 attestavano l’esistenza di altri originali in bronzo non riprodotti in epoca romana e, quindi, definitivamente persi. La rimanente parte (ed erano in gran numero) sia per le dimensioni, che per le condizioni, non favorirono una corretta lettura e, per questo motivo, furono accantonati.

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CIPPI MARMOREI

Uscendo dalla sala dei Calchi in Gesso, seguendo l’attuale percorso di visita, che rasenta l’imponente muraglia, e, oltrepassato un angusto camminamento, si arriva in prossimità della Torre di Nord-Ovest detta anche Torre Tenaglia. In uno spiazzo all’ombra dell’imponente 2^ Torre Cavaliere, numericamente disposte, si ammirano ben 11 cippi marmorei rinvenuti tra il 1967-72 nel Sacello degli Augustali di Miseno.

Le basi marmoree sono tutte di grande interesse storico poiché recano epigrafi a divinità e imperatori, dedicate dai personaggi più abbienti della città e dai facoltosi liberti (schiavi affrancati in cerca del riscatto sociale) che costituivano il ricco e potente Collegia degli Augustales (ministri del culto imperiale) della città militare. Alcuni, come Cassia Vittoria, profusero parte della loro ingente ricchezza in lavori di ampliamento, abbellimento e restauro del tempio.

Procedendo da destra verso sinistra, si notano le basi delle statue di Nerva, di Apollo, di Dioniso ed Esculapio. Quasi al centro di questo orologio senza tempo si colloca un’altra base dedicata all’imperatore Nerva; a seguire vi è una base senza epigrafi e una dedicata alla progenitrice della Gens Julia, Venere; e ancora, dei Curatores Quinto Caminio Abascanto e Caio Giulio Febo; chiudono l’ordine le basi del curatore perpetuo Lucio Lecanio Primitivo e del figlio adottivo di Nerva, Traiano. Databile al 112 d.C., la base che reggeva la statua equestre dell’imperatore Traiano è più grande rispetto alle altre. Essa, come recita l’epigrafe, fu donata dai Caminii, dall’augustale Lucio Caminio Ermes Seniore e dai suoi due figli, Lucio Caminio Filippo e Lucio Caminio Ermes Juniore.

Sui lati lunghi della base ammiriamo tre figure in rilievo; a destra c’è una donna in piedi su una nave rostrata che regge tra l’avambraccio e la spalla sinistra un timone, mentre poggia la mano destra sul timone della stessa nave. La donna personificava la Tutela Classis, la protettrice della flotta militare. Quasi nell’angolo dello stesso lato è visibile un orceio (brocca), che rappresentava uno dei simboli del Collegio degli Augustali. Nel lato opposto un uomo togato regge con la sinistra una cornucopia e con la destra una patera, tipico recipiente culturale. L’immagine maschile rappresentava il Genio del Municipio e, come la precedente, riproduceva le fattezze di una statua che si trovava nel vicino foro della città.

La base marmorea dedicata dal curatore Lucio Lecanio Primitivo al dio greco Dionisos, presenta su uno dei lati una nave oneraria scolpita in rilievo.

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SACELLO DEGLI AUGUSTALI

Entrando nella sala si è colti da emozione, incredulità e meraviglia di fronte a tanta grandezza. Davanti ai nostri occhi, quasi come sorgesse dalle fondamenta del Castello di Baia, compare il prospetto marmoreo del Tempio. Alto più di sette metri, era composto da quattro colonne di marmo cipollino (ora ne restano solo due) sormontate da capitelli del tipo “pergameno” (purtroppo persi). Oggi, sopra queste, si distingue il bellissimo frontone di marmo decorato. Al centro di quest’ultimo, una corona di fronde di quercia è retta da due Vittorie alate al cui interno sono visibili i ritratti del curatore Lucio Lecanio Primitivo e della moglie Cassia Vittoria. Scolpito a rilievo molto basso e tra i due ritratti, si nota il pileus, tipico copricapo sacerdotale. Sulla trave è scritta, nel marmo di Luni, una dedica che tradotta in italiano afferma:

“CASSIA VICTORIA, FIGLIA DI CAIO, SACERDOTESSA DEGLI AUGUSTALI (FECE RICOSTRUIRE) IL PRONAO CON LE COLONNE E GLI EPISTILI A NOME SUO E DEL MARITO LUCIO LECANIO PRIMITIVO. A SEGUITO DELLA STRAORDINARIA BENEVOLENZA DEGLI AUGUSTALI NEI PROPRI RIGUARDI, IN OCCASIONE DELLA DEDICA OFFRI’ UN BANCHETTO E DISTRIBUI’ A CIASCUNO DI ESSI 12 SESTERZI”
Nell’angolo di sinistra del frontone è visibile il delfino mentre nell’angolo opposto la poppa di una nave. L’animale marino era considerato sacro dai romani e veniva rappresentato spesso sia nella statuaria che nelle immagini monetali. Esso, probabilmente, stando al simbolismo, personificava la città di Miseno e di conseguenza, essendo il delfino animale marino, Miseno era città di mare. Il particolare della poppa della nave, invece, stabiliva il concetto di città militare. Ambedue insieme, verosimilmente, idealizzavano Miseno sia come città di mare sia come città militare.
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Alle spalle delle colonne e poste su di un piano rialzato, quasi a voler ricreare la cella e l’abside del tempio, si notano gli imperatori Vespasiano e Tito. Le due statue furono realizzate dopo la morte dei due imperatori, quando al potere si trovava l’ultimo rampollo della Gens Flavia: Domiziano. L’aspetto marziale dei due Flavi, lo sguardo fiero e la nudità eroica, sancisce l’idea d’imperatori divinizzati. Il volto della statua di Tito, da un’attenta analisi, risulterebbe parzialmente rielaborato; tracce di scalpellature, visibili in alcune parti del viso, hanno fatto ipotizzare agli studiosi che inizialmente raffigurasse Domiziano.

Al centro delle due statue vi è la copia della lastra di marmo (L’originale è rimasta in situ) con dedica al genio degli Augustali offerta, in epoca augustea, dal curatore Sesto Gallio Georgo. Essa fu apposta all’interno del Sacello pochi anni prima che il sovrastante costone tufaceo crollasse. Il tragico evento, che seppellì quasi totalmente l’area sacra, avvenne nella seconda metà del II sec. d.C. ed è quasi sicuramente da collegarsi ad un’eruzione del Vesuvio relativa a quel periodo.

Nel riquadro a sinistra della lastra di marmo, risalente ai primi anni della seconda metà del II secolo d.C., è visibile la quadriga del dio del Sole (Helios), mentre nel riquadro in basso a destra, un barbuto marinaio è disteso sul fianco sinistro. Egli regge tra l’avambraccio e la spalla sinistra un’ancora; il braccio destro è alzato; la mano è aperta nel classico segno di saluto. Egli rappresenta la personificazione di Miseno.

A completamento del nucleo espositivo si nota la statua di una donna ammantata priva della testa. La scultura è stata datata alla prima età imperiale e si presenta con una ricca veste, con la mano destra che chiude sulla spalla sinistra il corpo in un elegante mantello. Priva della testa, che fu lavorata a parte, essa mostra al visitatore solo la mano destra. La statua si richiama allo schema scultoreo della c.d. Piccola Ercolanese.

Segue, poi, la statua della dea dell’Abbondanza. Preservata dal crollo, che sigillò l’area sacra per secoli, la piccola statua si mostra con la caratteristica cornucopia bene in vista, dalla quale fuoriescono i frutti simboleggianti la prosperità. La mano destra, probabilmente, esibiva una patera (tipico piatto con cui venivano servite le pietanze sacre). Il volto è paffuto e la tipica acconciatura dei lunghi boccoli che scendono lungo il collo, presumibilmente, idealizzano un’aristocratica dell’età giulio-claudia.

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GRUPPO EQUESTRE DOMIZIANO/NERVA

Spostato verso destra, spicca, al centro della sala, il gruppo equestre in bronzo di Domiziano-Nerva. Anche se del cavallo rampante restano solamente la testa, le zampe anteriori e lo zoccolo sinistro posteriore, questa di Miseno è l’unica grande composizione (cavaliere e cavallo) pervenutaci del tipo col cavallo rampante. Il gruppo equestre, rinvenuto nel tempio misenate, inizialmente idealizzava Domiziano (81- 96 d.C.). Dopo la sua morte e la damnatio memoriae (prevedeva la distruzione di tutte le tracce che potessero eternare il personaggio, come se il condannato non fosse mai nato – N. d. R.), grazie ad un sapiente lavoro di riutilizzo, raffigurò il suo successore Nerva 96 – 98 d.C.).

Per ben comprendere il personaggio Domiziano, dobbiamo raffrontare il gruppo equestre di questo imperatore con quello del Marco Aurelio al Campidoglio. In quel di Roma, l’imperatore “filosofo” si esprime dalla posizione statica del cavallo (solo la zampa anteriore destra è alzata); il cavaliere regge con la mano sinistra le redini e con l’altra distesa tranquillizza la città: Marco Aurelio è visto come il Pacator (il pacificatore). Diametralmente diverso è, invece, l’atteggiamento della statua di Domiziano – Nerva al Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

L’imperatore è in groppa al cavallo rampante e serra le gambe al ventre dell’animale; con la sinistra tiene con forza le redini e saetta lo sguardo verso il basso, mentre il braccio destro è alzato e la lancia, stretta nel pugno (che dobbiamo immaginare), è pronta a colpire il nemico (forse nei pressi del cavallo vi erano alcune statue, atte a simboleggiare città e province conquistate da Domiziano). La straordinaria forza espressiva e l’inusitata violenza che traspare dal gruppo bronzeo, riflette una ideologia militare riservata al conquistatore, al condottiero vittorioso. Il cavaliere è, quindi, visto come il Dominator.

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Il modello scultoreo, a cui si richiama il gruppo di Miseno, era quello innalzato a Dion da Lisippo nel 334 a.C. Una copia di quel capolavoro fu rinvenuta a Ercolano; si tratta di una realizzazione in scala del gruppo commemorativo della battaglia di Granico, in cui Alessandro il Grande colpisce di fendente un persiano.

Che prima di Nerva vi fosse sul cavallo Domiziano, lo si può capire analizzando la corazza. La lorica è corta ed è uguale a quella che indossava in battaglia il grande macedone. Sullo spallaccio destro è visibile Ercole bambino che strozza i serpenti; al centro campeggia un’egida con gorgonejon, elemento iconografico relativo a Minerva, divinità ritenuta progenitrice della Gens Flavia. 

Lo stesso tipo di corazza, in un impeto di follia, fu indossata da Gaio Caligola, quando, quest’ultimo, per celebrare il suo trionfo, collegò con un ponte di barche la città di Puteoli (Pozzuoli) a Bauli (Bacoli).

In entrambi i casi e per motivi differenti, i due imperatori cercarono di immedesimarsi col grande condottiero macedone.

Sono poche le iconografie giunteci dell’imperatore Nerva; il suo regno durò appena due anni (dal 96 al 98 d.C.). La maschera facciale della statua equestre ne evidenzia fedelmente i tratti somatici. Quando salì al potere, nel 96 d.C., aveva quasi 70 anni. Egli era un grande legislatore ma vecchio e stanco, tanto da farsi affiancare sul trono di Roma dal figlio adottivo Traiano.

Nerva non aveva un fisico eccezionale come il suo pericoloso predecessore; basso di statura, come del resto buona parte dei romani, era minuto nel fisico e col volto scarno. Ciò creò non pochi problemi agli artisti di Miseno, allorquando dovettero inserire, nel testone di Domiziano, la maschera facciale dello scarnito Nerva.

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NINFEO DELL'IMPERATORE CLAUDIO

"NULLUS IN ORBE SINUS BAIIS PRAELUCET AMOENIS"… Nessun golfo al mondo risplende più dell’amena Baia

Così il poeta Orazio, duemila anni fa, declamava per gli aristocratici e patrizi prima e per i posteri poi, l’immenso incanto del seno baiano.

Eppure quel tranquillo e risplendente golfo nel 1969 cambiò il suo mirabile aspetto. Il mare s’ingrossò e, alimentato da un forte vento, danneggiò, irreparabilmente, alcune navi ancorate nella rada e alcune infrastrutture portuali, mettendo in ginocchio per anni l’economia della piccola cittadina flegrea. Qualche giorno dopo, placatasi la mareggiata e ripresa la quotidiana attività, un pescatore segnalò alla Soprintendenza Archeologica la presenza di due statue in prossimità di Punta Epitaffio.

Fu così che, preservate dal mare, dalla sabbia e dai detriti, dopo tanti secoli rividero la luce due statue di eccezionale fattura. Ad emergere per prima fu la figura di Ulisse e, subito dopo, quella con l’otre caprino, cui fu attribuito il nome di Baios.

Baios era il nocchiero di Ulisse. Il geografo greco Strabone asserisce che nei pressi del porto di Baia si trovava una statua di Baios. Molto tempo prima, nel III secolo a.C., Licofrone di Calcide nel poema “Alessandra” vi colloca la tomba.

Le due statue si trovavano ancora in situ, all’interno di un’abside, negli spazi in cui furono poste nei primi anni del I secolo d.C. e ad una distanza di 6,40 metri l’una dall’altra.

Nel 1981, dopo questo primo fortuito e straordinario ritrovamento, l’archeologo B. Andreae iniziò la prima campagna di scavo archeologico sottomarino, riportando alla luce altre statue e numerosi reperti fittili di notevole interesse storico. Nell’autunno inoltrato del 1982, completata l’esplorazione ed il rilevamento del sito, non restava altro da fare che preservare lo scavo dai predatori e da eventuali atti di vandalismo, coprendolo con lastre di cemento e reti metalliche.

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Oltre ad Ulisse e Baios furono recuperate altre sculture: due statue del dio greco Dionisos, una statua stupenda dell’imperatrice Antonia Minore e una copia ritratto di una bambina dall’apparente età di 6-8 anni ca., inizialmente riconosciuta col nome di Octavia Claudia.

L’indagine di scavo subacqueo mise in luce una grande sala rettangolare absidata (un tempo coperta a volta) – lunga m. 18 e larga m. 9,50 – allestita in maniera tale da costituire un triclinio acquatico che offrisse frescura. L’intero impianto, con il letto da mensa (triclinio) in marmo a forma di ferro di cavallo, aveva l’aspetto di uno stibadium (sala da pranzo) uguale a quello descritto da Plinio per la sua villa. Lo stibadium o sala triclinare acquatica, era composto da letti conviviali che poggiavano su un’ampia banchina marmorea; questa era posta tra una canaletta di scarico che cingeva le pareti della grande vasca centrale e quelle laterali.

Da alcune statue, poste nelle nicchie dei lati lunghi del ninfeo e da quella di Baios situata nell’abside, zampillava acqua, grazie a tubicini di piombo inseriti nel marmo.

Dalla prima sala, mediante una caratteristica e funzionale passerella lignea e una breve rampa di scale, si accede nella seconda sala del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, dov’è allestito il ninfeo dell’imperatore Claudio.

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Questa sala, per ovvi motivi, è più piccola rispetto all’originaria. Eppure, socchiudendo gli occhi e lasciandosi andare sulle ali della fantasia, è possibile viaggiare a ritroso nel tempo e, ospiti di Claudio, riascoltare il dolce mormorio dell’acqua zampillante dalle statue fontana; vedere stalattiti venir giù dalla copertura a botte; ammirare, nell’abside e sui lati lunghi dello stibadium, della finta roccia e dei rilucenti mosaici in pasta vitrea; osservare, rapiti da tanto splendore, il sapiente gioco di luci ed ombre che, insieme ai tenui riflessi di luce scaturiti dall’acqua della vasca centrale, conferivano all’intero impianto un effetto scenografico di straordinaria bellezza.

Dal Baianus Lacus si accedeva nella grande sala che l’imperatore Claudio volle a forma di caverna. Nell’abside della parete corta di fondo era situato il gruppo odissiaco col gigante antropofago assiso su un trono di pietre e pronto ad afferrare, con la mano destra, la coppa col vino elargita da Ulisse. La mano sinistra del mostro serrava il polso di un greco che pendeva senza vita, mentre l’altro compagno di Ulisse, situato a destra, poggiava l’otre col vino sulla gamba sinistra sollevata.

Nell’Odissea Omero racconta che Ulisse, entrato nell’antro del Ciclope, portò con sé un otre caprino colmo del vino che gli aveva donato Marone, sacerdote di Apollo. Esso era potentissimo e imbevibile per qualsiasi essere umano, se non miscelato con almeno venti parti di acqua (al 2000%).

Nelle quattro nicchie ricavate nella parete occidentale si riconoscono Augusto e la terza moglie Livia Drusilla, Druso (figlio di Tiberio Claudio Nerone e Livia) e la moglie Antonia (era la figlia del triunviro Marco Antonio e Ottavia, sorella di Augusto).

Nelle altre quattro nicchie della parete opposta si notano due statue di Dionisos (il dio greco del vino e dell’ebbrezza), quella di una bambina dalla ricca acconciatura (c.d. Ottavia Claudia) e quella di un fanciullo più piccolo di un anno, Britannico.

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Così l’imperatore Claudio riceveva gli illustri ospiti a pranzo. Attraverso uno straordinario linguaggio figurativo dichiarava, senza lasciare spazio a dubbi, la propria legittimazione al trono di Roma. Tratte da originali ellenistici in bronzo, databili al II sec. a.C., le sculture del gruppo odissiaco originariamente dovevano avere una diversa disposizione.

La statua di Baios, infatti, è molto più piccola (m. 1,69) rispetto a quella del re di Itaca: nella ricostruzione della scena omerica essa doveva essere posizionata su un podio in finta roccia alla sinistra di Ulisse, disposta in secondo piano e più in alto.

Questo straordinario effetto scenografico aveva uno scopo preciso: far apparire il gruppo più grande ed accrescerne la profondità spaziale. Solo in questo modo possiamo immaginare che, dall’otre caprino (grazie ad una conduttura), potesse zampillare l’acqua (o vino?) che riempiva la coppa (skyphos) di Ulisse.

Abbiamo già affermato che le due statue furono trovate simmetricamente disposte e ancora collocate in sito, ma ad una distanza di 6,40 metri l’una dall’altra. Inizialmente gli scultori non ritennero opportuno calcolare l’ampiezza del plinto della statua di Baios e fu, per questo motivo, che forse non si ottenne l’effetto scenografico voluto, tant’è che si optò per la collocazione delle statue di Ulisse e Baios ai lati del finto antro tenendo al centro il ciclope.

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Baios rappresentava l’uomo comune, “nudo” al cospetto del soprannaturale e non in grado di prendere decisioni immediate. Essa rappresenta la straordinaria realizzazione, con anatomica precisione, di una persona sorpresa in un complesso movimento nello spazio.

Il volto, anche se devastato dalla lunga permanenza in acqua e dall’opera dei litodomi, lascia comunque intravedere gli occhi sbarrati che guardano in alto verso Polifemo (la statua del gigante doveva superare i tre metri d’altezza).

La bocca, proprio nell’inequivocabile atteggiamento di stupore e paura, è aperta; la testa ruota lentamente sul collo; il corpo, spoglio da vesti, evidenzia il busto proteso in avanti; la muscolatura dell’addome è contratta ed il fiato mozzato dalla paura; la mano sinistra istintivamente preme con forza la liscia pelle dell’otre ancora mezzo pieno; la gamba sinistra poggia su un rialzo del suolo roccioso riprodotto sul plinto, mentre la gamba destra, allungata all’indietro, sprofonda nella nuda terra. In tale posizione, se attaccato dal mostro, Baios non avrebbe avuto scampo. In questo semplice marinaio, fedele servitore del re di Itaca, notiamo l’uomo annichilito, pietrificato dalla paura; Baios rappresentava l’uomo comune, attonito ed inerme, di fronte ad un essere soprannaturale.

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La stessa cosa non possiamo dire se analizziamo la statua di Ulisse.

L’imperatore Claudio, che di Ulisse ne ammirava l’intelligenza, l’astuzia e l’ingegno, riuscì a salvarsi la vita fingendosi innocuo al cospetto del nipote Caligola e, probabilmente, si immedesimò nell’eroe greco assumendone anche l’aspetto.

La massiccia figura dell’eroe è avvolta in un chitone (tipica veste di marinai e artigiani) annodato sulla spalla sinistra. La testa e le spalle sono state divorate dai litodomi, come parte del drappeggio del mantello che Ulisse aveva ripiegato su ambedue i lati e gettato all’indietro.

Il panneggio di stile ellenistico e la ricchezza dei dettagli, eseguiti per mano di uno scultore di età Claudia, spingono a credere che le sculture del ninfeo baiano derivino da originali di età classica ed ellenistica.

La statua di Ulisse misura oggi, poiché priva della testa, 1,75 metri e in origine doveva raggiungere i sette piedi di altezza (metri 2,10 ca.). L’eroe è raffigurato in fedele aderenza alla narrazione dell’epopea omerica, portando la coppa, piena del vino di Marone, egli si avvicina a Polifemo. L’attimo prescelto è quello in cui il mostro invoca ancora da bere e chiede ad Ulisse il suo nome.

Il busto è eretto ed avanza con passo sicuro, protendendo le braccia che sorreggono la coppa. La disposizione delle gambe e la muscolatura tesa indicano che il re di Itaca è pronto a balzare indietro al primo movimento del ciclope. Il suo atteggiamento esprime, ad un tempo, la temerarietà dell’accostarsi al pericolo ed una coraggiosa e saggia prudenza.

Durante la campagna di scavo del 1981-82 sono stati ritrovati i frammenti di alcune grosse ciocche di capelli, forse pertinenti alla capigliatura di Polifemo.

La statua del gigante antropofago non è stata rinvenuta e ciò porta a formulare alcune ipotesi e riflessioni.

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Prima della nascita del Monte Nuovo avvenuta nel 1538, per alcuni anni l’area compresa tra le località di Lucrino e Baia fu interessata da forti eventi sismici e pare che l’intera zona si innalzò di oltre sette metri. Se questa notizia è veritiera, si potrebbe anche ipotizzare che la statua di Polifemo (forse era alta oltre tre metri) sia emersa dal mare e sia stata frantumata per farne calce.

Durante i lavori di scavo archeologico sottomarino si rinvenne uno scivolo tra la vasca e l’abside che, stando agli studiosi, non era naturale. Secondo gli stessi, grazie allo scivolo, la statua di Polifemo fu portata via e forse collocata in un’altra villa.

Si tenga però conto che la statua raffigurava il gigante antropofago seduto su un trono di pietra e pertanto la maestosità del personaggio, aggiunta a quella del trono, conferiva a tutto il gruppo scultoreo una imponenza straordinaria difficilmente rimovibile.

E poi, perché non furono portate via anche le altre statue che componevano il programma iconografico?

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L’ultima statua ad emergere dal mare di Baia fu quella di Antonia Minore. Grazie a quest’ultimo ritrovamento fu possibile effettuare la datazione e il nome del proprietario del ninfeo.

Il prof. B. Andreae, aiutato da immagini monetali e da un gran numero di iconografie, identificò la statua rinvenuta con Antonia Minore, madre dell’imperatore Claudio. Antonia veniva riprodotta sempre allo stesso modo, ovverosia con dettagli che permisero di svelarne l’identità: sulla capigliatura, sotto al diadema, ella portava un cerchio e la chioma si apriva a rivelare solo al centro la fronte; inoltre i capelli disegnavano un rigonfiamento davanti alle orecchie, dalle quali discendevano due piccoli boccoli.

Antonia Minore era la figlia di Marco Antonio (figlio di Giulia, sorella di Cesare) e Ottavia (sorella di Augusto, figlia di Gaio Ottavio e Azia, figlia di Giulia; sposò Druso (figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia Drusilla), fratello minore del futuro imperatore Tiberio, che fu allevato nella casa di Ottaviano, secondo marito della madre. Poco prima del suo suicidio (37 d.C.) fu elevata al rango di Augusta, cioè di imperatrice, dal nipote Caligola.

La donna mostra il capo adornato da un prezioso diadema traforato; è vestita come una dea greca e regge sul palmo della mano sinistra protesa un piccolo fanciullo alato, Eros, il dio dell’amore.

Ella è rappresentata come Venus Genitrix, cioè come personificazione di quella Venere che la Gens Julia onorava come progenitrice. In effetti fu lei, col suo matrimonio con Druso, ad unire il sangue dei Giulii con quello dei Claudii. Per suo figlio Claudio e per i discendenti di questi, era la Venere Genitrice che assicurava la continuità di sangue con la casa di Augusto. La Gens Julia faceva riferimento al mitico fondatore del popolo romano, Enea, ed al figlio di questi, Julo Ascanio, capostipite della famiglia.

E’ stato già affermato che Claudio aveva proposto nell’abside del suo ninfeo di Baia una scena dell’epopea omerica e che l’attimo prescelto era quello in cui Ulisse porgeva la coppa a Polifemo. La stessa scena propose Tiberio nella sua villa di Sperlonga e stesso tema adotterà Nerone per la sua Domus Aurea a Roma. E’ ipotizzabile, quindi, che il mitico progenitore della Gens Claudia fosse Ulisse, mentre il figlio Telegono, nato dall’unione con la maga Circe, il capostipite.

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DIONISO CON PANTERA

Durante la prima campagna di scavo del 1981 fu trovata, in prossimità della prima nicchia del lato orientale, in posizione di caduta e rotta in diversi frammenti, la statua di Dioniso con pantera. E’ una rielaborazione in chiave romana di un originale di età greca, che si richiama alle opere del grande maestro ateniese Prassitele. Soprattutto la testa della statua risulta molto simile ad alcune repliche dell’Apollo Sauroktonos. Il giovane dio si mostra con i capelli annodati dietro la nuca ed è nudo al cospetto dell’animale a lui fedele. Nella mano sinistra, probabilmente, reggeva un tirso (bastone nodoso e contorto sormontato da un viluppo d’edera) posizionato obliquamente tra i due piedi, mentre nella mano destra abbassata, un Kantharos (contenitore usato per bere con alto collo svasato).

Il felino, posizionato tra il drappo e la gamba destra del dio, è accovacciato sulle zampe posteriori, solleva la zampa anteriore sinistra e volge in alto il capo per guardare il suo padrone (l’animale e il dio si fissano). La pantera porta al collo un tralcio di vite, formato da foglie e grappoli d’uva pendenti, annodato sul davanti. Essa mostra la bocca spalancata da cui fuoriesce la lingua, pronta a carpire le gocce del vino che Dionisos, volutamente, lascia cadere dalla coppa.

Nell’iconografia voluta da Claudio per l’impianto baiano, Dionisos, dio dell’ebbrezza e della felicità, aveva diverse valenze. Egli era il dio a cui Ulisse aveva chiesto aiuto per ubriacare Polifemo prima di procedere al suo accecamento. La straordinaria bellezza della scultura si manifesta anche nell’ambiguità del corpo nudo, che evidenzia sia gli attributi maschili, sia la sinuosità e la bellezza di un corpo femminile.

Forse, per richiamare l’attenzione dei suoi ospiti sul degrado morale in cui cadde Baia nei primi anni dell’impero, fu lo stesso Claudio a commissionarla con quelle particolari caratteristiche. Marziale, eccelso poeta erotico e satirico, dipinse la viziosa società romana e le esuberanze lussuriose e peccaminose di Baia con caustica ironia. In un sol colpo annullò quanto aveva proposto per Baia, col suo spot pubblicitario, Orazio (Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis), trasformando la casta Levina, da matrona distinta e austera, in donna dai facili costumi: “La casta Levina, che non la cedeva alle antiche Sabine, ed era più rigida del rigidissimo marito, mentre passava dal Lucrino all’Averno e spesso si ristorava con le acque di Baia, cadde nel fuoco dell’amore: abbandonò il marito e seguì il suo ragazzo. Così era venuta Penelope e ne ripartì Elena”.

…INVENEMQUE SECUTA RELICTO CONIUGE PENELOPE VENIT, ABIT HELENE.

Dalla Grecia occupata Roma importò “tutto”: la purezza dell’arte, gli usi e i costumi e finanche alcune pratiche sessuali, come la pedofilia e l’omosessualità. Per la legittimazione di Claudio la statua di Dionisos, nel programma iconografico, era fondamentale. Il dio dell’ebbrezza e della felicità rappresentava, nel racconto muto scritto nel freddo marmo delle statue, il nume tutelare di Marco Antonio, mentre Apollo era il nume tutelare di Ottaviano Augusto. Grazie ad entrambi i personaggi, che figuravano nell’albero genealogico dell’imperatore (mentre Marco Antonio era il nonno materno, Augusto figurava sia da prozio che da nonno paterno di Claudio, poiché aveva sposato in terze nozze Livia Drusilla, madre di Druso), e alle restanti statue di Baia, Claudio legittimava la propria ascesa al potere.

Castello di Baia

STATUA DI BAMBINA c.d. OTTAVIA CLAUDIA

Nel corso della stessa campagna di scavo fu recuperata, in prossimità della terza nicchia ricavata nel lato orientale, la copia ritratto di una bambina dall’apparente età di 6-8 anni.

La bambina indossa un chitone, cinto sotto la vita da una fascia di stoffa, che le avvolge le braccia. Di questa statua, che si richiama alle statue onorarie delle cosiddette “orsette” di Brauron, Delfi ed altri luoghi, esiste una replica al Museo Archeologico Nazionale Romano. La veste, insieme al mantello, scivola giù dalla spalla sinistra, scoprendo il busto infantile.

La fanciulla mostra un’acconciatura caratteristica propria dell’età Claudia. I capelli, ripartiti in ciocche ad arco, scendono sulla fronte a formare frange ondulate. Nella scriminatura, al centro della testa, è posto un prezioso ornamento: il discriminalia. Questo gioiello, particolarmente ricco, connota l’appartenenza della bambina ad un alto rango sociale. L’ornamento prezioso è formato da due file di cinque perle collegate tra loro da quattro dischetti aurei, mentre è visibile sulla fronte un pendente a losanga ricoperto da una lamina d’oro.

A questa bambina, inizialmente, fu attribuito il nome di Octavia Claudia, l’infelice figlia dell’imperatore Claudio e Messalina, che finì in sposa a Nerone e che fu da questi relegata e, successivamente, fatta uccidere nella piccola isola di Pandataria, (Ventotene). Una nuova rielaborazione curata dalla Soprintendenza Archeologica la identifica, invece, con un’altra figlia dell’imperatore che morì in tenera età; la falena, vincolata fra i polpastrelli della mano destra, rappresenterebbe, se lasciata cadere nel fuoco del tripode, l’anima che si libera dal corpo.

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STATUA DI DIONISO CON CORONA D’EDERA

Recuperata in prossimità della prima nicchia della parete orientale, la statua di Dionisos con corona d’edera si presentava, diversamente dalle altre statue del ninfeo, rotta in diversi frammenti. Dopo un lungo e minuzioso lavoro di restauro, la snella figura del dio mostra sulle spalle il nebris, la pelle ferina; i capelli sono folti sul davanti, ripartiti in bande ondulate e allungati in entrambi i lati in ciocche, e annodati a fiocco sulla nuca; la testa è cinta da una meravigliosa corona intrecciata di due rami d’edera, mentre il giovane volto sfoggia una lunga cicatrice, segno lasciatogli dalla rovinosa caduta dalla nicchia. Nudo e slanciato nello spazio è Dionisos, che ostenta, fra il gluteo e la coscia destra, il grappolo d’uva: il simbolo del dio del vino.

Con l’ultimazione dell’indagine di scavo del ninfeo baiano di Claudio furono portate alla luce, oltre alle statue già descritte, anche una quantità di materiali, sia fittili che marmorei, di notevole interesse storico e archeologico.

Furono recuperate le due stupende spalliere (Klinai) marmoree dei letti triclinari, alcuni frammenti scultorei, una moneta aurea di età Giustinianea (ca. 482-Costantinopoli 565 d.C.), alcune anfore di diversa epoca e provenienza ed un’infinità di frammenti di lastre marmoree di diverso tipo.

Nei pressi del ninfeo e nella grande aula absidata, furono individuate alcune tombe con poveri resti umani, databili al III – IV sec. d.C. Una di queste, molto particolare, era di un bambino che, morto in tenera età, era stato deposto in un’anfora. L’anfora, poi, era stata collocata nella parete dell’abside, poco sopra il trono di Polifemo.

Castello di Baia

Questi resti inequivocabili ci permettono di sostenere che l’area nei pressi del ninfeo ed esso stesso furono frequentati fino ad età tarda, tanto da diventare anche area cimiteriale. Stando agli studiosi un primo abbandono del ninfeo c’era già stato tempo prima a causa del bradisismo. Poco prima della caduta dell’impero, infatti, lo stibadium di Claudio fu violentemente spogliato dei marmi policromi e di alcune statue, fra le quali quella di Polifemo. Il definitivo abbandono e il conseguente inabissamento del ninfeo, con il relativo crollo della volta, è da imputare ad una virulenta recrudescenza del fenomeno di subsidenza avvenuto nel IV secolo d.C.

Claudio, figlio di Druso e Antonia, nipote di Tiberio, fratello di Germanico e zio di Caligola, nacque a Lione il primo giorno d’agosto del 10 a.C. Quando Caligola, divenuto imperatore di Roma nel 37 d.C., cadde preda della cosiddetta “follia dei Cesari” e nel 41 fu assassinato, tutti i maschi adulti della Gens Julia erano morti: l’unico in vita, di appena quattro anni, era Nerone.

Claudio fu tenuto lontano da tutte le cariche pubbliche importanti, forse a causa della lieve deformità fisica e la conseguente timidezza, che lo impacciavano e lo facevano sembrare ridicolo. Fingendosi innocuo e privo di capacità, dedito elusivamente agli studi, Claudio, con astuzia e intelligenza, riuscì a sfuggire alle sanguinose attenzioni che Caligola rivolgeva ai suoi parenti. Incitato pare da Tito Livio, l’introverso Claudio si dedicò agli studi storici e scrisse molti libri (in greco) sulle antichità etrusche e cartaginesi.

Dopo la morte di Caligola, che aveva trasformato l’impero in una monarchia assoluta, Claudio, acclamato imperatore dai pretoriani, si dimostrò grande riformatore e conservatore; restaurò i rapporti di fiducia sia col senato che con l’esercito e richiamò all’ordine e alla cooperazione tutti gli apparati dello stato. Il suo governo fu dettato da una tranquilla e saggia amministrazione e mirato, essenzialmente, all’evitare squilibri. Questo modo di gestire il potere e la volontà di collaborare col senato, avvicinava Claudio ad Ottaviano Augusto, alla cui figura egli si ispirò.

Claudio si sposò in terze nozze con Messalina da cui ebbe due figli: Ottavia Claudia e Britannico, nati rispettivamente nel 39/40 e 41 d.C. Donna dissoluta e dai facili costumi, Messalina fu prima ripudiata e poi uccisa nel 49 d.C. Tempo dopo, grazie ad un decreto promulgato dal senato che consentiva il matrimonio fra consanguinei, Claudio sposò Agrippina, sorella di Caligola. Agrippina però aveva già un figlio, Lucio Domizio Enobarbo. Donna scaltra ed energica, partecipò attivamente alla vita politica del marito, sforzandosi di apparire diversa da Messalina.

Intanto, stando alla tradizione, tramava in favore del figlio. La prima cosa che fece fu quella di eliminare eventuali concorrenti alla corsa al trono di Roma: avvelenò Britannico spianando, in tal modo, la strada al figlio. Il disegno criminale di Agrippina appare chiaro quando fa adottare quest’ultimo da Claudio.

Divenuto membro della Gens Claudia, Lucio Domizio assunse sia il nome del nonno Nerone, che quello del casato adottivo Claudio. Non contenta, Agrippina riuscì ad unire in matrimonio Nerone con Ottavia, la figlia di suo marito. Claudio che amava l’ingegno, la furbizia e l’intelligenza, tanto da auto-celebrarsi in Ulisse nel suo ninfeo Baiano, cadde nella trappola tesagli da Agrippina. La scaltra donna lo avvelenò con un piatto di funghi: era il 54 d.C.

Così muore il furbo Claudio, ma all’astuta imperatrice non sarà riservata sorte migliore. Per uno strano gioco del destino, Nerone la fece barbaramente assassinare da alcuni ufficiali della Classis Praetoria Misenensis (Aniceto, Obarito ed Erculeio) proprio nella località di Baia dove Claudio, così sontuosamente, aveva fatto decorare il suo stibadium per affermare la propria sovranità.

testo di Ciro AMOROSO