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La nuova parte della nostra rubrica è dedicata al terzo ciclo di
attività vulcanica dei Campi Flegrei, ovvero alla messa in posto del
Tufo Giallo Napoletano.
Il Tufo Giallo Napoletano consiste in un vasto deposito da flusso
piroclastico prodotto circa 12000 anni fa.
I suoi prodotti sono ampiamente distribuiti lungo il bordo della caldera
e al suo interno, come rilevato dallo scavo di pozzi e perforazioni per
scopi geo-termici.
Tra 37000 e 12000 anni fa, quindi dopo l’eruzione dell’Ignimbrite
Campana e prima dell’eruzione del Tufo Giallo Napoletano, il vulcanismo
dei Campi Flegrei ha dato origine a modesti apparati vulcanici e a
depositi piroclastici che affiorano all’interno della città di Napoli e
lungo i versanti nord-occidentali e sud-occidentali della collina di
Posillipo.
Consistono prevalentemente di depositi originati da eruzioni esplosive a
carattere freatomagmatico; i prodotti di tali eruzioni sono visibili a
Monte di Procida, a Punta Marmolite, nel Vallone del Verdolino (Soccavo),
ai Ponti Rossi e Coroglio.
La composizione dei magmi eruttati tra l’eruzione dell’Ignimbrite
Campana e quella del Tufo Giallo Napoletano è essenzialmente rachitica.
L’eruzione di 12000 anni fa è stata di tipo esplosivo, da freatopliniana
a freatomagmatica ed ha svuotato parzialmente la camera magmatica, posta
a qualche chilometro di profondità.
Inoltre è considerata la seconda eruzione più importante, dal punto di
vista energetico, avvenuta nell’area flegrea.
È di circa 1000 km2 la superficie coperta dal Tufo Giallo Napoletano,
mentre il volume di magma eruttato varia tra i 20 km3 e i 40 km3.
L’esplosione del Tufo Giallo Napoletano ha comportato lo sprofondamento
circolare della crosta superficiale, determinando la formazione di una
caldera di minori dimensioni rispetto a quella di 34000 anni fa,
forgiatasi all’interno della stessa caldera dell’Ignimbrite Campana. La
caldera da collaso generata e profonda circa 3 km, è stata
successivamente riempita dai prodotti delle eruzioni più recenti dei
Campi Flegrei.
I depositi originati dall’eruzione di 12000 anni fa attualmente si
trovano nell’area napoletano-flegrea e nella Piana Campana fino ai
rilievi appenninici. Quindi gli affioramenti di Tufo Giallo Napoletano,
a differenza delle attese, non si trovano immediatamente vicini al
centro eruttivo, ubicato nei Campi Flegrei, ma a distanza di qualche
chilometro da esso. Anche nel golfo di Napoli ci sono depositi, al
momento sommersi, attribuibili al Tufo Giallo Napoletano. Dall’analisi
dei depositi eruttati, è possibile costatarne la composizione varia,
costituita prevalentemente da latite e trachite. Gli strati latitici
derivano da un magma molto basico e profondo, probabilmente arrivato
poco prima dell’eruzione, causandone l’innesco.
Dopo l’eruzione del Tufo Giallo ed il simultaneo sprofondamento
calderico, c’è stata un’ingressione marina, a seguito della quale tutta
le parti meridionali e centrali della caldera sono state sommerse, e le
parti più elevate, come Cuma e Monte di Procida, sono diventate delle
piccole isole. A partire da 10000 anni fa circa, invece, nella parte
centrale della caldera del Tufo Giallo Napoletano, ha avuto inizio un
fenomeno di risorgenza, che si è realizzato attraverso più fasi di
sollevamento. Tale fenomeno è stato accompagnato dallo smembramento del
blocco in risalita in diverse parti, che hanno subìto un movimento
differenziato. Il blocco interessato in maggiore misura dal fenomeno, si
è sollevato fino ad oggi, di circa 90 metri ed è identificabile con il
blocco della Sterza, tra La Pietra e Toiano, emerso a partire da circa
4500 anni fa.
Il tufo giallo è un ottimo materiale da costruzione, largamente
utilizzato a Napoli e provincia e riconoscibile, insieme al tufo grigio,
in gran parte degli edifici del centro storico della città.
Approfondimento:
La Vallata del Verdolino
Una delle zone flegree di maggior rilievo dal punto di vista geologico è
la Vallata del Verdolino, ricca di rilevanti affioramenti dei principali
prodotti vulcanici dell’area flegrea.
La Valle del Verdolino è situata nel quartiere di Soccavo ( sub-cavo);
qui è presente un’importante cava di piperno che da il nome all’intero
quartiere.
Le formazioni peculiari della zona del Verdolino sono il Piperno e la
Breccia Museo; queste formazioni si sono a loro volta formate durante la
poderosa eruzione vulcanica di Soccavo, detta appunto di Piperno-Breccia
Museo. L’eruzione risale ad un periodo che va da 37000 a 30000 anni fa
ed è contemporanea alla più estesa formazione dell’Ignimbrite Campana.
Attualmente la cava del Piperno è solo un ricettacolo di rifiuti, ma per
secoli ha fornito materiali pregiati per la costruzione di monumenti,
chiese e palazzi. Da ricordare la facciata della Chiesa del Gesù Nuovo a
Napoli, nella quale il Piperno è lavorato a bugne a punta di diamante.
Uno dei più autorevoli studiosi della cava del Verdolino e, in generale,
della geologia dei Campi Flegrei, è il Rittmann.
In base al principio stratigrafico, secondo cui, in una successione
stratigrafica, gli strati più profondi sono i più antichi, mentre i più
superficiali sono i più recenti, il Rittmann ha descritto la
stratigrafia della formazione del Verdolino.
Dall’alto al basso la successione stratigrafica dovrebbe essere la
seguente:
Tufo giallo napoletano
( 100 m)
Tufo chiaro
Tufo biancastro
Breccia museo marrone
rossastra ( più di 30 m )
Brecce grigie alternate a
piperno ricca di cemento sabbioso cineritico ( 2 m )
Piperno
Le formazioni sovrastanti quella del Piperno sono visibili sul lato
orientale della Valle del Verdolino.
I prodotti al di sopra della Breccia Museo sono dovuti a processi di “surge”,
ovvero flussi piroclastici a bassa densità.
A seguito di due perforazioni eseguite lungo la costa, a
sud della collina di San Martino e nella parte orientale della città di
Napoli, è stato osservato che i depositi dell’ Ignimbrite Campana non
affiorano prima dei 450 e 305 m di profondità sotto il livello del mare.
Il collasso della caldera è il risultato sia della formazione di nuove
faglie, sia della riattivazione di parte di strutture regionali
preesistenti. L'area collassata comprende una parte sommersa ed una
parte emersa. Nella parte sommersa, il margine della caldera è stato
ricostruito sulla base di evidenze geofisiche, morfologiche e
strutturali. Nella parte emersa, il margine della caldera è invece
marcato da superfici ricoperte da potenti successioni di rocce
piroclastiche di età più recente dell'Ignimbrite Campana.
La parte occidentale del bordo calderico corrisponde agli alti
morfologici di Monte di Procida e Cuma, mentre la parte settentrionale è
esposta a San Severino, lungo il margine delle piane di Quarto e
Pianura, e lungo l'allineamento Camaldoli-Poggioreale.
L’eruzione del vulcano di Solchiaro (avvenuta 17.000 anni fa), nel
settore nord-occidentale dell’isola, rappresenta l’ultima manifestazione
eruttiva dell’isola di Procida: i prodotti di tale eruzione sono
costituiti da depositi da flusso e surge piroclastico alternati a
depositi da caduta, e ricoprono Procida, l’isola di Vivara e la costa
flegrea presso il Monte di Procida.
Latite = Roccia vulcanica di composizione intermedia, con
contenuto di Si02 pari al 55%.
Trachite = Roccia vulcanica acida con contenuto in Si02 pari al
60% e ricca di elementi alcalini.
Piperno = roccia piroclastica formata da ceneri e pochi lapilli,
nei quali si sono mescolati brandelli di lava ancora liquida, che hanno
assunto forma affusolata o lenticolare dette “fiamme”.
Sono di colore grigio ed erano usate un tempo per la costruzione di
chiese ed edifici napoletani.
Breccia Museo = Blocchi di rocce diverse per dimensioni, origine
e natura mineralogica e che consente di avere informazioni sulle rocce
sottostanti da cui sono stati strappati durante l’eruzione.
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