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In questa rubrica racconteremo in modo semplice ma dettagliato la
geologia e la vulcanologia dei Campi Flegrei, terra di risaputa bellezza
storica, archeologica e paesaggistica, e con alle spalle una complessa
storia geologica.
I Campi Flegrei, insieme alle isole di Procida e Ischia, costituiscono
un distretto vulcanico comprendente 19 crateri per lo più monogenici,
concentrati in un’area di 65 Km2 e disposti secondo un allineamento
Est-Ovest.
Si estendono su un arco limitato ad Est dalla collina di Posillipo, a
Nord dai rilievi che circondano la piana di Quarto, a Ovest da Cuma e
Monte di Procida e a Sud dal golfo di Pozzuoli.
Nel nostro percorso parleremo anche delle isole di Procida, Vivara,
Ischia e Nisida le quali, per le loro caratteristiche geologiche, sono
associate ai Campi Flegrei.
L’attività vulcanica di quest’area era già evidente durante la
colonizzazione dei Greci che denominarono la regione geografica da loro
occupata Campi Flegrei, ovvero campi ardenti.
L’origine di questa attività vulcanica è dovuta proprio alla
collocazione geografica dei Campi Flegrei; essi infatti sonno circondati
da una cinta di altri vulcani quali il Vesuvio a Nord-Est, il vulcano
spento di Roccamonfina a Nord-Ovest e i vulcani laziali e toscani
attualmente occupati da laghi. A partire dall’età terziaria, circa 10000
anni fa, questa cinta vulcanica è parallela alla catena appenninica e al
mar Tirreno. Proprio a livello di questa fascia, caratterizzata da zone
di frattura e tensione, si verifica risalita e fuoriuscita di materiale
magmatico.
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Fig. 1:
Quadro geologico dei Campi Flegrei
tratta da "Benvenuto nei Campi Flegrei" |
L’elemento strutturale più importante dei Campi Flegrei è la caldera di
circa di 12 km di diametro, formatasi in seguito all’eruzione dell’Ignimbrite
Campana circa 34.000 anni fa ed approfonditasi con l’eruzione del Tufo
Giallo Napoletano 12.000 anni fa.
Con l’eruzione dell’Ignimbrite Campana si depositarono almeno 80-100 km3
di materiale piroclastico (ceneri e lapilli) su un’area di oltre 10.000
km2.
Il rapido svuotamento della camera magmatica fu accompagnato da un
esteso sprofondamento della crosta superficiale. Questo evento
catastrofico fu seguito da un lungo periodo eruttivo (circa 20.000 anni)
con eventi di varia entità, i cui prodotti costituiscono l’ossatura
geologica dei Campi Flegrei. Circa 12.000 anni fa, da bocche localizzate
nella parte orientale dei Campi Flegrei, si verificava l’eruzione del
Tufo Giallo Napoletano che ricoprì un’area di almeno 500 km2 con circa
10 miliardi di ceneri e lapilli. Tale eruzione determinò un ulteriore
parziale svuotamento della camera magmatica ed uno sprofondamento
circolare della crosta superficiale. La cavità (caldera da collasso)
profonda circa 3 km, fu successivamente riempita dai materiali delle
eruzioni più recenti dei Campi Flegrei.
Non si conosce con esattezza l’inizio dell’attività vulcanica dei Campi
Flegrei: i prodotti più antichi di questo campo vulcanico sono datati
come appartenenti all’intervallo di tempo tra 47.000 e 37.000 anni e
sono esposti lungo le falesie e le scarpate che delimitano l’alto
morfologico di Monte di Procida, lungo le pareti che delimitano la
collina di Cuma, lungo le scarpate che bordano a nord le piane di Quarto
e Soccavo e anche in perforazioni effettuate nella parte Nord-Orientale
della città di Napoli. Le eruzioni più recenti sono quella del vulcano
Solfatara avvenuta nel 1198 e quella che ha portato alla formazione del
Monte Nuovo nel 1538.
I meccanismi eruttivi che contraddistinguono l’attività vulcanica dei
Campi Flegrei sono di vario tipo con una netta prevalenza di quelli
esplosivi, derivanti dal contatto diretto di acque sotterranee con il
magma contenuto nella camera magmatica posta a basse profondità. Le
eruzioni esplosive sono dovute alla fuoriuscita dal condotto vulcanico
di magma più ricco in silice e gas. Quando il magma giunge in superficie
i suoi componenti si separano dalla fase fusa esplodendo e
frammentandolo in particelle di diverse dimensioni, dette piroclasti.
E’ opportuno aprire una piccola parentesi sulle eruzioni esplosive. Per
quelle di maggiori energia è stato proposto il modello della colonna
eruttiva (eruptive colomn), dalla quale, contemporaneamente e per
meccanismi differenti, si possono generare tutti i tipi di depositi
piroclastici:
• depositi piroclastici da caduta ( Pyroclastic fall deposits)
• colate piroclastiche (pyroclastic flow)
• surges piroclastici
Quando il magma risale lungo il condotto vulcanico si ha una riduzione
di pressione: i gas disciolti si liberano determinando un istantaneo
aumento di volume del magma e la sua frammentazione. La fuoriuscita di
gas ad alta velocità fa si che frammenti di magma, cristalli e frammenti
rocciosi vengano espulsi dal cratere costituendo la colonna eruttiva.
Quest’ultima può raggiungere un’altezza di 15-20 km fino ad arrivare
anche a 40 km. La colonna può essere sostenuta fin quando la sua densità
è inferiore a quella dell’aria circostante; al variare delle condizioni,
quali un aumento di portata, la colonna può collassate e formare
correnti piroclastiche che scorrono lungo i fianchi dell’edificio
vulcanico.
I frammenti di varie dimensioni eiettati dalla bocca eruttiva,
raggiungono la superficie del suolo seguendo la stessa traiettoria di un
proiettile. I depositi piroclastici da caduta che ne derivano conservano
di solito spessori uniformi che decrescono man mano che ci si allontana
dal cratere e sono ben selezionati.
Le colate piroclastiche sono flussi di materiale che sotto l’influenza
della gravità scivolano lungo i pendii dell’edificio vulcanico come una
valanga di neve, superando ostacoli e riempiendo valli e depressioni. I
depositi derivanti dalle colate piroclastiche non sono ben selezionati e
tendono ad avere spessori maggiori nel fondo delle valli e nei punti
dove il flusso ha incontrato ostacoli, risultando completamente assenti
nelle aree ad alta pendenza.
Infine i surges piroclastici sono flussi caratterizzati da pochi e
piccolissimi frammenti che fluiscono sia per la spinta dell’esplosione
sia per azione della gravità. Sono strettamente connessi ad esplosioni
dovute a contatto magma-acque sotterranee.
I depositi da surge tendono ad ispessirsi nelle depressioni ma possono
ammantare anche piccoli rilievi ed essere presenti sui pendii dove non
si ritrovano i depositi da flusso piroclastico. Il corpo deposizionale
risultante mostra assottigliamenti ed ispessimenti (pinch and swell
structures).
Ritornando al discorso sui Campi Flegrei, gli eventi vulcanici di quest’area
sono stati ricostruiti utilizzando un marker stratigrafico cioè uno
strato di riferimento cronologico, vale a dire la formazione del Tufo
Giallo Napoletano, omogeneamente diffuso nel territorio flegreo ed in
base al quale si può individuare un’attività precedente ed una
successiva a questo livello guida. Infatti l’attività vulcanica flegrea
viene divisa in quattro cicli.
Primo ciclo – i prodotti vulcanici
appartenenti a questo ciclo hanno un’età antecedente a circa 34.000 anni
fa: a tale periodo possono essere ascritte le formazioni vulcaniche di
Vivara, Punta Serra, Torre Murata e Fiumicello che affiorano nell’isola
di Procida, Formazione dello Scoglio di S.Martino, Monte di Procida e le
Cupole Laviche di S. Martino, Cuma, Marmolite (Quarto).
Secondo ciclo – è caratterizzato
dalla messa in posto dell’Ignimbrite Campana circa 34.000 anni fa; a
tale periodo si fa risalire la Formazione del Piperno-Breccia Museo.
Terzo ciclo - a tale ciclo
appartengono pure la formazione dei Tufi biancastri di Soccavo, i Tufi
antichi affioranti nella zona urbana di Napoli, la Formazione del
Vulcano di Solchiamo a Procida e la Formazione del Vulcano di
Torregaveta. A tale periodo si annovera la messa in posto del Tufo
Giallo Napoletano avente un’età di circa 12.000 anni.
Quarto ciclo – tale ciclo si
conclude con l’eruzione che portò alla Formazione del Monte Nuovo
(1538).
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Fig.4: Distribuzione dei
depositi piroclastici nei Campi Flegrei
http://boris.vulcanoetna.com/gifs/Campifl_geol.gif |
Edifici vulcanici monogenici o monogenetici = edifici vulcanici
prodotti a seguito di un’unica eruzione
Piroclasti o tefra = frammenti eiettati nelle eruzioni vulcaniche
esplosive. Vengono distiniti in base alle dimensioni granulometriche in:
ceneri fini o polveri: con dimensioni dai clasti inferiori a 0,0625
ceneri: quando le dimensioni dei clasti sono comprese tra 0,0625 a 2mm
lapilli: se le dimensioni dei clasti sono comprese tra 2 mm e 64 mm
blocchi e bombe: con dimensioni dei clasti superiori a 64 mm
Tufo = termine generico che indica qualsiasi deposito di
materiale piroclastico consolidato e non rimaneggiato
Formazione = in stratigrafia è una roccia che mostra uniformità
sia dal punto di vista litologico, cioè per il tipo di sedimento di cui
è composta, sia dal punto di vista paleontologico, cioè per il tipo di
organismi fossili che entro questa roccia si sono preservati.
Marker stratigrafico = l’insieme degli elementi
stratigrafico-morfologici di uno strato roccioso tale da renderlo uno
strato di riferimento cronologico rispetto agli strati circostanti
Colonna eruttiva = si indica una miscela di gas, piroclasti e
frammenti litici che si innalza a grande velocità dal cratere
nell'atmosfera durante un’eruzione esplosiva. La colonna può raggiungere
altezze di svariati km a seconda del tipo di eruzione e della forma e
dimensione del condotto.
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