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Scopo di
questo articolo è evidenziare come la continua diffusione dell’immersione
profonda con decompressione, e le annesse diversità didattiche, ponga importanti
interrogativi riguardo al concetto di sicurezza dei gas respirati in profondità.
Diversamente dal settore ricreativo, quello delle immersioni tecniche è
decisamente più eterogeneo riguardo alle metodiche e all’attrezzature da
impiegare.
Il primo effetto di queste diversità è la nascita di diffidenze in tutti quei
subacquei che non hanno le conoscenze necessarie per fare distinzioni, pertanto
sorgono spontanee perplessità o convinzioni che l’immersione profonda non sia
ancora ben conosciuta, e quindi non sicura.
Il secondo effetto ha origini meno scientifiche e più …affettive. Il riferimento
è a coloro che iniziano il loro percorso di formazione per immersione profonda
in base alla stima, all’amicizia o per semplice fidelizzazione a un dato
istruttore, a una scuola o a un dato sistema, presuppongono inconsciamente che
non esistono metodi migliori e più sicuri di quello a loro proposto.
Aprendo i manuali delle numerose didattiche ricreative si può assumere, tranne
rare eccezioni, che i sistemi e gli esercizi non si differenziano tra loro in
modo sostanziale. Le stesse tabelle di immersione ufficiali pur generate da
algoritmi diversi hanno una convergenza di dati che divengono quasi speculari
nelle immersioni oltre i venti metri di profondità con differenze irrilevanti.
Si potrebbe quindi sostenere con alte percentuali di esattezza, che nel settore
ricreativo le tecniche di immersione sono convergenti.
Nei manuali delle didattiche tecniche vi sono invece metodi con differenze più
significative, alcune delle quali non possono non impressionare chi vi si
approccia per la prima volta e da qui emergono, logicamente, le perplessità e le
diffidenze alle quali si è fatto riferimento poc’anzi.
Queste differenze non si limitano solamente alla codificazione degli
equipaggiamenti da utilizzare (altra diversità dal settore ricreativo) ma anche
e soprattutto alla scelta di ciò che deve essere respirato (aria? nitrox? trimix?)
e con quale metodo debba essere eseguita la relativa decompressione.
Decompressione si, decompressione no
«Non conosco subacquei che si siano limitati a scendere
solo a quote molto modeste» .
È una frase presente nella premessa di un libro sull’immersione profonda edito
nel 1980. Anche se generalizza un comportamento, quella frase indica una verità
che era attuale negli anni ’80 ma che lo è ancor di più venti anni dopo. Lo è di
più perché oggi sono disponibili attrezzature più affidabili, e le conoscenze
sull’immersione profonda sono aumentate in modo vertiginoso.
L’avvento di Internet con i suoi numerosi link e siti dedicati alle
immersioni con decompressione, offre molti spunti di riflessione anche se nello
stesso tempo, rappresenta un pericoloso labirinto informatico in quanto possono
essere alimentati opinabili sistemi autodidattici.
La comparsa delle didattiche tecniche ha demolito concetti, e in alcuni casi
veri e propri miti, avversi all’immersione profonda con decompressione.
L’avversità alle immersioni con decompressione è stata enfatizzata per molti
anni dalle stesse didattiche ricreative, salvo poi tornare sulle proprie
decisioni probabilmente proprio in virtù dello sviluppo delle conoscenze.
Nonostante il dissenso filosofico, deontologico o altro verso le immersioni
profonde, quest’ultime sono state sempre eseguite adottando criteri e metodi che
potevano essere condivisi venti anni fa, ma non oggi.
Prendendo atto che le immersioni profonde con decompressione sono state fatte,
sono fatte e saranno fatte, è di fatto moralmente obbligatorio per il subacqueo
attento alla sicurezza, compiere aggiornamenti, sviluppare conoscenze e se
necessario, mutare abitudini. Ma è quest’ultimo aspetto il maggior freno
all’evoluzione, vediamone alcuni aspetti.
«Mi sono immerso sempre così senza avere problemi,
perché dovrei cambiare abitudini?»
Questa frase non è prelevata da un libro sull’immersione
profonda, non è nemmeno stata raccolta da qualche autorevole relazione. Essa
appartiene al modo di pensare di una tipologia di subacqueo tuttora presente, e
che periodicamente risuona nelle discussioni.
Se si desidera non mentire a se stessi, quella frase non è altro che la
celebrazione della pigrizia mentale, connessa in modo stabile alla presunzione,
quest’ultima titanico problema con il quale spesso debbono confrontarsi gli
istruttori e le guide subacquee.
Se si accetta l’ipotesi che le immersioni con decompressione abbiano avuto forti
sviluppi negli ultimi anni, è intuitivo considerare che tali sviluppi
materializzano modifiche più o meno rilevanti nelle tecniche di immersione, e
allora perché restare ancorati a sistemi e attrezzature precari?
Affermare di essersi sempre immersi in un dato modo «senza avere problemi»,
non significa automaticamente che quel sistema non necessita migliorie; molti
subacquei si sono immersi per anni senza gav e senza computer «senza avere
problemi».
Il best-diver e la best-mix
È naturale che ad ogni diver sia gradito essere considerato
un bravo subacqueo o qualcosa di più: un best-diver. Per essere un best-diver
però, non è sufficiente disporre di un’ottima attrezzatura, di un’evidente
acquaticità, d’esperienza ed aver frequentato corsi di formazione. Per essere un
buon subacqueo è richiesta un ulteriore caratteristica: respirare le best-mix,
ma cosa significa best-mix?
Per Best-Mix deve intendersi una data miscela respiratoria i cui gas componenti
non superano precisi limiti di pressioni parziali alla massima profondità
programmata.
In altre parole, la best-mix è una miscela respiratoria le cui percentuali dei
gas che la compongono, sono stabilite dal subacqueo in fase di pianificazione.
Le percentuali stabilite rispetteranno precisi valori di pressione parziale
dell’ossigeno e dell’azoto sul fondo e dell’elio se è il caso. Tutto ciò
significa gestire le miscele e non essere gestite da loro. Il concetto base si
racchiude in una semplice domanda che deve porsi l’aspirante best-diver: «Qual
è la migliore miscela da respirare per l’immersione che voglio fare?»
Se il subacqueo si pone questa domanda si renderà presto conto che l’aria
diventa il peggiore gas da respirare in assoluto, che il nitrox ha forti limiti
di profondità operativa, che per fare immersioni profonde occorre il trimix ma
c’è un piccolo problema: per rispondere con esattezza a questa domanda occorre
un bagaglio di conoscenze rilevante.
A questo punto il lettore potrebbe chiedersi come ottenere le conoscenze
«giuste» in modo da poter disporre di un bagaglio tecnico rilevante.
Per giungere alle conoscenze giuste occorre studiare anche ciò che si ritiene
errato, chiedersi quali siano i motivi per i quali si sostengono teorie
contrarie alle proprie convinzioni, occorre liberarsi dai preconcetti ma
soprattutto, occorre mettere in discussione ciò che si ritiene corretto al
momento presente perché potrebbe non esserlo più il giorno dopo.
Nel caso delle immersioni subacquee lo sforzo di giungere a conclusioni certe è
reso maggiormente complicato dalle innumerevoli variabili fisiologiche
individuali, che mal si adattano ai calcoli generati dagli algoritmi
decompressivi. Nonostante l’asincronia tra fisiologia e matematica, molti
aspetti dell’immersione subacquea sono ben conosciuti; tra questi le proprietà
tossiche dell’ossigeno e dell’azoto respirati in iperbaria.
Ossigeno e Azoto, amici o nemici?
L’immersione subacquea presenta alcuni rischi, l’immersione
subacquea profonda ne presenta di più, questo lo sanno tutti.
I rischi maggiori non sono determinati dalle abilità tecniche del subacqueo. Per
imparare a immergersi esistono i corsi e gli esercizi, i rischi maggiori sono
quelli che non si osservano materialmente con gli occhi perché si muovono
all’interno del proprio corpo, e cioè i gas con i loro effetti chimico/fisici
direttamente proporzionali alla pressione ambiente e al tempo di permanenza.
Tuttavia le proprietà tossiche dei principali gas respirati nelle immersioni
(ossigeno e azoto) sono ben conosciute e questo è molto importante per
l’aspirante best-diver.
Per stabilire la migliore miscela per la propria immersione occorre avere bene
in mente i significati di pressione parziale e di Narcosi Equivalente ad Aria
(END = equivalent narcosis depth).
Prima di parlare di tutto ciò occorre fare alcune considerazioni.
L’ossigeno è un gas vitale, senza ossigeno l’uomo non potrebbe vivere, tuttavia
l’ossigeno se respirato a pressioni elevate diventa tossico e può condurre a
noti incidenti, per cui diventa importante stabilire precisi limiti della
pressione massima dell’ossigeno da poter respirare.
Il nitrox usato nelle immersioni ricreative e tecniche è una miscela dove la
percentuale dell’ossigeno è ben superiore al 21% presente nell’aria. Aumentando
la percentuale dell’ossigeno diminuisce proporzionalmente quella dell’azoto e
considerando che è l’azoto il gas che determina i limiti di non decompressione
di ogni tabella d’immersione e computer subacqueo, diventa facile capire il
grande vantaggio del nitrox, ma facciamo un passo indietro e torniamo alla
tossicità dell’ossigeno.
Via via che aumenta la percentuale dell’ossigeno nella miscela nitrox,
parallelamente aumenta la forza (pressione parziale) del gas e il subacqueo deve
calcolarne i limiti in atmosfere assolute che respirerà alla massima profondità.
Per saperlo basta moltiplicare la percentuale del gas per la pressione assoluta;
esempio: la pressione parziale dell’ossigeno presente a 30 metri respirando
nitrox con il 32% di ossigeno sarà 1,28 ata (0.32 x 4 = 1,28).
A questo punto diventa importante stabilire quale sia il limite massimo di
pressione parziale dell’ossigeno in modo da evitare gli effetti tossici ad esso
collegati, ma quali sono e cosa fanno gli effetti tossici dell’ossigeno?

La tossicità bivalente dell’Ossigeno
Le respirazione di miscele con alte frazioni di ossigeno
può portare a due differenti forme di intossicazione: l’intossicazione al
sistema nervoso centrale e l’intossicazione polmonare ambedue note come Sindrome
di Paul Bert e Sindrome di Lorrain-Smith.
Per molti anni le immersioni nitrox hanno avuto nella NOAA il punto di
riferimento principale. I limiti NOAA prevedono immersioni nitrox fino a una
pressione parziale dell’ossigeno di 1,6 bar, ma nel tempo molte didattiche
ricreative e tecniche hanno abbassato tale valore a 1,4 bar.
La riduzione della massima pressione parziale dell’ossigeno da 1,6 bar a 1,4 bar
è dovuta essenzialmente dall’obiettivo di limitare il grado di tossicità al
sistema nervoso centrale.
La tossicità del sistema nervoso centrale (Central Nervous Syndrome o CNS%O2) o
sindrome di Paul Bert descrive i segni/sintomi di questa particolare forma di
tossicità che trova nelle convulsioni il suo massimo stadio di gravità. La
sindrome di Paul Bert è determinata dal tempo al quale permane il diver a una,
solitamente elevata, pressione parziale dell’ossigeno. Proprio per questo
motivo, nonostante i limiti NOAA siano affidabili, le didattiche ufficiali hanno
ulteriormente ridotto tali limiti portando la sicurezza delle immersioni nitrox
ad alti livelli di affidabilità.
In ogni caso è opportuno precisare che il valore di 1,6 bar della PO2 (pressione
parziale ossigeno) è rimasto immutato nelle miscele usate per eseguire
decompressioni e non immersioni tradizionali.
In un primo momento si può dedurre che riducendo la percentuale dell’azoto si
riduce conseguentemente il potere narcotico di questo gas e in parte è vero.
Alcuni studi e teorie però, sostengono l’azione sinergica dell’azoto con
l’ossigeno riferita agli effetti narcotici, ma di questo si rimanda il lettore
alla lettura del box dedicato alla narcosi.
L’azoto è quindi un gas «scomodo» per l’immersione: crea problemi per i tempi di
permanenza e crea problemi di narcosi, nonostante queste caratteristiche
indubbiamente negative dell’azoto, occorre precisare che questo gas è importante
per la sopravvivenza umana in quanto non sarebbe possibile vivere respirando
solo ossigeno perché l’ossigeno puro determinerebbe nel tempo patologie al
territorio polmonare quali l’ispessimento della membrana alveolare, danni al
surfactante, fibrosi, fenomeni atelectasici.
Queste problematiche sono prevenute attraverso un sistema di
valutazione/prevenzione chiamato OTU (Oxygen Tolerance Unit) che permette al
subacqueo di pianificare in sicurezza le proprie immersioni. Al fine di non
diffondere falsi allarmi è doveroso precisare che per raggiungere livelli OTU di
attenzione, occorrono fare immersioni che nello stesso ambiente tecnico
subacqueo sono definite molto impegnative o estreme.
La Narcosi da Azoto
Molti incidenti subacquei, anche mortali, sono causati
dalla narcosi da azoto.
Purtroppo la narcosi ha una caratteristica speciale, quella di lasciare gli
effetti drammatici della sua azione, ma non le tracce che portano alla sua
identificazione.
La narcosi ha le qualità per essere un perfetto serial-killer in quanto colpisce
senza lasciare mai le proprie «impronte digitali». Pallonate da profondità che
generano sovradistensioni polmonari o embolie, esaurimento dell’aria sul fondo,
comportamenti tecnici inammissibili e annegamenti, spesso sono solo la
risultante di questo particolare incidente.
La Narcosi da Azoto è giustamente descritta come una specie di ebbrezza
alcoolica, un’alterazione delle proprie facoltà mentali che conduce a
comportamenti irrazionali senza esserne consapevole.
Come in ogni fenomeno di ebbrezza, la vittima non ha la lucidità sufficiente per
capacitarsi del proprio stato nello stesso modo in cui l’ubriaco non capisce
come mai non riesce a infilare una chiave nella serratura della porta di casa.
La differenza sostanziale tra un ubriaco e un sub in narcosi è che l’ubriaco può
anche addormentarsi davanti alla propria porta di casa, il sub invece, se si
addormenta non si risveglia.
Una leggenda metropolitana
Tuttoggi vi sono subacquei che ritengono di poter gestire
la narcosi da azoto allo stesso modo in cui chi ha «alzato troppo il gomito» è
convinto di poter guidare la propria auto in sicurezza.
La narcosi non si gestisce affatto, questo deve essere ben chiaro, e se non
appena avvertiti i primi segnali non si risale immediatamente a quote nettamente
inferiori, le possibilità di un grave incidente sono elevate, per cui, se si
vuole parlare di sicurezza, vera, reale, e non pittoresca, occorre prendere atto
che la narcosi è bene che non ci sia.
La capacità di saper gestire la narcosi da azoto fa parte di una delle
molteplici e variopinte leggende metropolitane, più preoccupanti da ascoltare.
Purtroppo la convinzione di saper gestire la narcosi da azoto non alberga solo
nella mente dei subacquei sportivi, ma anche in quella di alcuni istruttori e
metodi didattici, onde per cui il problema non solo non è risolto, bensì
alimentato.
La narcosi non si manifesta con un segnale dal proprio computer, da una
lampadina che si accende o da una lancetta troppo bassa; la narcosi non si
monitorizza, viene e basta. Fortunatamente la narcosi da azoto si manifesta per
gradi, non in modo violento e inaspettato, per cui il sub può avere alcuni
segnali premonitori che indicano l’avvicinarsi di questo problema e iniziare
subito la risalita; la difficoltà consiste nel saper decifrare questi segni
premonitori, nel «sapersi ascoltare» dote che matura con l’esperienza, ma perché
convivere o «allenarsi» con la narcosi quando la si può evitare? Quante vittime
da narcosi occorrono per convincersi che la narcosi deve essere evitata con
un’adeguata prevenzione? A questo punto si potrebbe affermare che il nitrox può
essere un mezzo per scendere in profondità in quanto riducendo l’azoto si riduce
proporzionalmente la narcosi. Non è del tutto esatto perché in profondità
bisogna fare i conti con la PO2 (tossicità dell’ossigeno) e l’anidride carbonica
per cui se si vuole ridurre in modo consistente l’azoto di contro si innalzerà
pericolosamente proprio la percentuale dell’ossigeno e automaticamente la sua
pressione parziale. Divertiamoci a fare qualche esempio con vari tipi di nitrox.
Nitrox a confronto
Per conoscere la massima profondità che si può raggiungere
con una data miscela nitrox basta applicare la legge di Dalton rappresentata qui
di fianco e cioè si moltiplica la frazione del gas (in questo caso l’ossigeno)
per la pressione totale o ambiente.
Per il nostro confronto useremo i limiti di PO2 1,4 e 1,6 bar e tre miscele
nitrox campione: Nitrox27, Nitrox30, Nitrox32.
Massima profondità raggiungibile con 1,4 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 41 metri. (1,4 : 0,27 = 5,185
ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 36 metri. (1,4 : 0,30 = 4,666
ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 33 metri. (1,4 : 0,32 = 4,375
ata)
Massima profondità raggiungibile con 1,6 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 49 metri. (1,6 : 0,27 = 5,925
ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 43 metri. (1,6 : 0,30 = 5,333
ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 40 metri. (1,6 : 0,32 = 5,000
ata)
Come si può notare per superare di alcuni metri i normali limiti delle
immersioni ricreative ad aria stabiliti a 40 metri, occorre esporsi a una
maggiore PO2 e in termini di riduzione di narcosi i vantaggi sono mediocramente
significativi come dimostra l’applicazione della formula END in ata (equivalent
narcosis depth) che recita: pressione parziale dell’azoto diviso 0,79.
Nel caso del Nitrox27 la pressione parziale dell’azoto a 49 metri è 4.307 bar,
diviso per 0.79 = 5,451 ata pari a 44 metri. Per cui il sub con Nitrox27 a 49
metri il sub si esporrebbe a una PO2 di 1,6 ata e a una narcosi equivalente ad
aria di 44 metri.
Pensiamo sia chiaro quindi che il Nitrox non è una best-mix per fare immersioni
profonde, mentre diventa una miscela magnifica, una vera best-mix per immersioni
da 1 fino a un massimo di 30/35 metri.
Ma cosa c’è di meglio del nitrox e dell’aria per fare immersioni profonde?

Immersione profonda: regno del Trimix
Entriamo adesso nel regno delle miscele trimix e
dell’immersione profonda, ma prima di farlo precisiamo cosa è e quando si usa il
trimix.
Il trimix per le immersioni subacquee è una miscela sintetica di respirazione
(come del resto lo è il nitrox) composta da tre gas: ossigeno, azoto ed elio.
Il trimix è impiegato nelle immersioni profonde e/o di rilevante permanenza sul
fondo in modo da non subire alcun effetto della narcosi da azoto e quindi
prevenire il più grande pericolo della deep-diving.
Nell’immersione profonda non esiste spazio per l’aria. L’aria può condurre alla
narcosi da azoto in poco tempo e lo stesso azoto è un gas che durante le fasi di
decompressione l’organismo tollera meno agevolmente rispetto all’elio.
Per cui, una volta accertata la pericolosità della narcosi da azoto, l’unico
modo per ridurla in modo significativo è detrarre importanti quantità di azoto
dalla miscela che sarà respirata in profondità, sostituendole con un altro gas
dal potere narcotico quasi nullo: l’elio appunto. Ecco quindi nascere il trimix:
ossigeno, azoto + elio.
Con il trimix il sub deve gestire le proprietà di tre gas, per cui diventa
indispensabile un addestramento graduale.
Un addestramento graduale consente però di immergersi con consapevolezza di
quello che si sta facendo e di stabilire con cognizione di causa quante «dosi»
di elio, di ossigeno e di azoto inserire nel proprio trimix.
Con il trimix il subacqueo può decidere in anticipo quale sarà il livello di
narcosi generato dalla sua miscela trimix alla massima profondità e anche la
massima PO2 per controllare la tossicità dell’ossigeno. Si tratta del concetto
della END riferita naturalmente alla pressione parziale dell’azoto. Facciamo un
altro esempio.
Un sub decide di immergersi a 70 metri ed avere un livello di narcosi uguale a
quello che avrebbe respirando aria a soli 20 metri, oltre a questo il sub
desidera respirare sul fondo una miscela la cui PO2 non superi 1,2 bar, quali
saranno le percentuali dei gas della sua miscela trimix?
Anche in questo caso si ricorre al «rombo» di Dalton.
A 20 metri respirando aria la pressione parziale dell’azoto (PN2) è 2,37 ata e
questa sarà la PN2 dell’azoto nel trimix a 70 metri. A 70 metri ci sono 8 ata di
pressione per cui per conoscere la percentuale dell’azoto nel trimix occorre
eseguire 2,37 : 8 = 0,296 (FN2)
Passiamo adesso all’ossigeno. Il sub ha fissato il limite della PO2 a 1,2 bar e
deve pertanto determinare la frazione dell’ossigeno del suo trimix che a 70
metri non superi 1,2 bar di pressione parziale.
Per conoscere la frazione o percentuale dell’ossigeno del trimix in oggetto si
ricorre nuovamente al «rombo» di Dalton:
F= Pp : Ptot che applicando all’ossigeno fa 1,2 : 8 = 0,15 (FO2 ).
A questo punto il giuoco è fatto perché il subacqueo conosce le frazioni
dell’azoto e dell’ossigeno, quella dell’elio sarà data per differenza, vediamo
come.
La frazione dell’azoto è 0,296 (si arrotonda a 0,30), la frazione dell’ossigeno
è 0,15 per cui sommando le due frazioni (0,30 + 0,15 = 0,45) rimane da conoscere
quella dell’elio che sarà data da 1 – 0,45 = 0,55.
Il trimix (best-mix) per l’immersione pianificata dal sub sarà un 15/30/55 (15%
di ossigeno,30% di azoto, 55% di elio).
Sembra difficile? Si, come ogni cosa che non si conosce.
Toccata e fuga
Con un po’ di malizia, cominciamo adesso a frugare nei
cassetti nascosti di una specifica fascia di subacquei profondisti: le
immersioni ping-pong o a rimbalzo.
Queste immersioni sono quelle dove il sub permane alla massima profondità per
pochi, esigui minuti o ancor meno, sufficienti tuttavia a far memorizzare sul
proprio computer la massima profondità raggiunta. L’obiettivo di queste
immersioni è principalmente quello di poter dimostrare a se stesso, ma
soprattutto agli altri, di essersi immerso a profondità ragguardevoli onde per
cui di essere un sub di quelli «veri», meritevole di rispetto. Occorre precisare
che pur non approvando questo sistema di autocelebrazione, lo preferiamo a
quello dove il sub realizza tempi di fondo maggiori usando l’aria quale gas
respiratorio in quanto in quest’ultimo caso, il rischio dell’incidente è
nettamente più alto di quello delle immersioni a rimbalzo.
Per i motivi sopradescritti, le immersioni profonde definibili come una semplice
toccata e fuga dalla profondità sono molto praticate, anche se difficilmente
ammesse. Ai sub che amano vantarsi di immersioni «di quelle vere» occorrerebbe
chiedere di poter visionare il grafico dell’immersione scaricabile dal computer
subacqueo e siamo certi che avremmo piccole sorprese e/o grandi delusioni o più
probabilmente, non sarebbe mostrato.
L’aria profonda o la deep-air diving è stata una pratica usata per molti anni,
ma le conoscenze attuali indicano che tale disciplina non è la più sicura.
Il trimix consente tempi di permanenza sul fondo con il subacqueo in condizioni
mentali di elevata lucidità, inavvicinabili con l’aria o con il nitrox.
Pensiamo per un attimo a un’emergenza in profondità: quali possono essere le
reazioni di un subacqueo che si immerge con aria e pertanto innegabilmente
condizionato dalla narcosi da azoto? Pensiamo per un attimo che l’emergenza non
avviene appena giunti sul fondo ma dopo minuti e minuti di permanenza e di
conseguenza pensiamo quale possa essere il livello di lucidità che fa
individuare immediatamente al subacqueo le azioni di emergenza più corrette.
Se pensiamo a questo e condividiamo ancora l’uso dell’aria come gas da respirare
nelle immersioni profonde, si deve cessare di discutere sulla prevenzione e
sulla sicurezza. È semplicemente inaccettabile che si possa pianificare
un’immersione nella quale è implicita l’esposizione ad elevate pressioni
parziali dell’azoto. Se si desidera eseguire immersioni profonde occorre avere
l’addestramento, le attrezzature e le conoscenze adeguate, altrimenti non
debbono essere fatte. I tempi sono cambiati, le immersioni profonde ad aria, con
il monostadio e con il cestello pieno di pietre sono documentate con pellicole
in bianco e nero, non in DVD. Abbiamo affetto e ammirazione per coloro che hanno
fatto la storia rischiando e cedendo talvolta la propria vita nelle immersioni
profonde ad aria, ma non possiamo nutrire la stessa ammirazione verso chi lo fa
oggi, nei nostri giorni, perché se lo si vuole, lo si può far meglio e con più
sicurezza.
Il rovescio della medaglia
Trimix dunque per le immersione profonde, certo ma occorre
addestramento, un serio addestramento che non potrà mai essere rapido.
Immergersi con il trimix comporta conoscere le caratteristiche di «movimento»
dell’elio, apprendere l’importanza assoluta delle velocità di risalita, dei
deep-stop, delle miscele da usare durante la decompressione, dell’analisi dei
gas, considerare realmente l’ipotesi di un’emergenza, pianificare un piano di
evacuazione, predisporre un piano alternativo all’inutilizzo improvviso di una
bombola decompressiva e molto altro. L’immersione profonda non ha lo stesso
coefficiente di rischio di un tuffo in un mare tropicale a venti metri di
profondità, con la temperatura dell’acqua a 26° C e magari con nitrox!
Oltre a questo l’immersione trimix ha costi superiori. L’elio costa non poco, le
stesse attrezzature richiedono un investimento iniziale, poi vi si debbono
sommare i costi dei corsi di formazione, e chissà che non siano proprio questi i
fattori che ostacolano l’approccio di molti appassionati alle immersioni trimix.
Tempo fa, proprio sulle pagine di Mondo Sommerso, a proposito delle emergenze
subacquee ebbi modo di scrivere che i sub sono strana gente. Non ho motivo per
mutare opinione, i sub sono davvero strani. Vivendo e frequentando gli amici
subacquei si nota infatti che il fattore «denaro» condiziona molte scelte, e tra
queste quella di scendere in profondità con l’aria. Alle osservazioni di
carattere economico si potrebbe obiettare che la propria incolumità dovrebbe
giustificare qualche sforzo amministrativo, come per esempio la rinuncia a
qualche civettuolo bene voluttuario, anche se di moda.
E’ stupefacente ascoltare o leggere miriadi di opinioni tutte amabilmente
convergenti nell’affermare solennemente che la sicurezza non deve essere
considerata un optional, ma bensì un severo e accurato segmento della
pianificazione subacquea, e poi, dalle stesse fonti, giungono comportamenti
subacquei dove sono sconfessate sistematicamente tali dottrine adducendo
giustificazioni del tipo: «Non mi hanno ricaricato le bombole perché non
avevano elio, oramai siamo qui, ho fatto molti chilometri, non posso certo
rinunciare all’immersione, qui non fanno ricariche trimix, di immersioni così ne
ho fatte un mucchio senza problemi, non facciamo i fiscali, la prossima volta
faremo meglio».
Il punto
L’immersione profonda comporta alcuni rischi. Sta al sub
decidere se ridurli o amplificarli. Per ridurre o amplificare i propri canoni di
sicurezza il sub ha l’obbligo intellettuale di procurarsi le conoscenze e quindi
essere in grado di rispondere a questa domanda: «Qual è il migliore gas da
respirare per la mia immersione profonda?» e, in ultima istanza, di non
considerarsi sempre più fortunato degli altri.
Andrea Neri |