(Edizioni Riccardi, Quarto-NA, 2004, pp. 36 - edizione fuori
commercio)
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Estratto
La finestra
VII)… chi lo sa dove finisce la
storia ed inizia lo stupore | la meraviglia? | le certezze sono come
giostre di traiettorie che attendono la catàbasi per sbrogliare le
coordinate dell’immutato | come siamo messi male! | me lo figuro questo
luogo | nonostante non abbia nessun riferimento | nessun segno nitido |
nessuna coordinata | si tratta di un luogo pronto a smemorare il
comatoso dei significati comprensibili | presenze innocue (smuffire
pensieri che non pensano) | dove la donna è resa indipendente | efficace
dall’imparare che ci trasforma | dove le vedove incinte slabbrano sulla
superficie dei ricordi | è tutta una distesa di bianco | silenziosa e
gutturale | monocromatica | comatosa | è la terra (si fa per dire) degli
esquimesi (wiyaskimowok) | dei Ciukci (Yuit) | degli “uomini” | l’inizio
non è male | anzi | inaspettato (direi) | mi pare sopportabile anche una
strana puzza che ora mi penetra nelle narici | un esquimese del posto mi
offre la propria moglie in segno di amicizia | di benvenuto | di
ospitalità | e non si tirano certo indietro le esquimese che qui vengono
offerte | quella che mi è offerta è una giovane donna | esile ma con due
tette come una vacca | il corpo è un po’ tozzo | ridondante |
appesantito sui fianchi e sulle cosce | un grosso copricapo lanoso le
copre quasi tutto il volto | sicuramente la fronte | e chi se ne frega
di non poterla guardare in volto | sono tutte uguali | tratti mongoloidi
| cioè pelle giallastra | corpo massiccio | capelli dritti e neri | con
quegli occhietti vispi a mandorla e neri | le labbra piccole e secche |
cerimoniose | che spuntano timide sul rosso volto | gli occhi però | sia
pure semichiusi dal taglio particolare delle donne orientali | emergono
come cefali in amore dalla foce di un fiume e sembrano parlare |
sembrano darti sicurezza nel prosieguo (ammesso che uno abbia la fortuna
di vederli) | con il loro luccichìo accomodante | prendi | piglia |
metti | schizza nella pertugia d’una esquimese | lo sperma è di eguale
colore | e tutta nuda s’avvicina al mio corpo infreddolito | sotto
l’aria convessa di quest’igloo che ora mi sembra la più accogliente e
calda delle alcove | la donna è una sciamano | “la più pazza del gruppo”
| come qui definiscono questa figura centrale della loro religione |
capace di parlare tramite un diretto contatto con l’aldilà | di
ascendere a dimensioni diverse (e qui il riferimento ad amante o puttana
| nel senso occidentale | è puramente casuale e poco pertinente) | –
come fai a denudarti in questa specie di cella frigorifera? – | una
domanda | la mia | destinata a non avere risposta | (mi accorgo poi che
ora | in effetti | non è affatto gelido questo igloo) | lei mi guarda |
mi sorride dolcemente | mi prende per mano e ci infiliamo sotto una
pelle d’orso bianco | prendi | piglia | metti | schizza nella pertugia
d’una esquimese | a ogni scendere | in quella umida cavità | un salire |
a ogni andare un venire | qui non si rischia niente | non c’è aids che
freni o gonorrea che trattenga | creste di gallo che drizzano i pensieri
| piattole che viaggiano senza biglietto | le notti più tetre sono
gioiose | senza schianti | ribollono come una pentola su una fornace |
guardo il marito dell’esquimese che mi sembra alquanto pensieroso
(corrugato | più che corrugato | preoccupato | preoccupato di non fare
abbastanza affinché io mi senta a mio agio) | io mi sento colpevole |
spaesato | un pesce fuor d’acqua | mi piacerebbe fare all’amore con
questa esquimese | certamente che mi piacerebbe | ma non sono abituato
ad un approccio così facile | quasi naturale | ad averla senza
corteggiamento | eccetto con le puttane | che si sa | te la danno facile
| basta che paghi | tento un labile sorriso | anche lui mi sorride |
facendomi segno col capo di accettare l’invito della moglie | ci dà la
buonanotte e si corica poco più in là | pregi di razza superiore o di un
sogno? | o di una mente contorta?… (pp. 16-17)