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E’ uscito il nuovo libro di Ernesto Salemme, Una giornata
nuova, Edizioni Il Punto di Partenza.
Pubblichiamo qui di seguito
la recensione scritta in forma di lettera da Nicola Magliulo.
Caro Ernesto,
ho letto più svelto ancora che le altre volte il tuo nuovo libro che
arriva puntuale da un alcuni anni come una consuetudine gradita…ti
scrivo abbastanza di getto…la cosa più ‘giusta’ rispetto al tuo racconto
sarebbe non certo recensire, disquisire sul protagonista e le sue
peripezie, ma dialogare davvero con il tuo testo mettendosi in gioco,
lasciandosi coinvolgere…è quello che proverò a fare mischiando cose mie
alle impressioni e osservazioni sul racconto…prima di tutto ben venga
questa piccola bomba nei Campi flegrei e speriamo che non sia
sistematizzata solo in un angolino ‘culturale’…è un libro che può far
male salutarmente anche se ha un ‘lieto fine’ su cui dirò poi
qualcosa…quasi trent’anni fa, mi sono persuaso - stimolato anche da
femminismo, psicoanalisi e filosofia, ma senza essere poi riuscito a
praticarlo fino in fondo – di come sia più difficile e ‘utile’ lottare
per la trasformazione di sé piuttosto che solo contro un nemico esterno
e altro da sé…e il tuo testo mi pare stia in perfetta sintonia con
questa antica convinzione…riprendi cose centrali dei tuoi libri
precedenti: un’identità che precipita, il doppio, la crisi come
occasione di rinascita…ne abbiamo parlato come ricorderai…ma qui la
forza e la crudezza di questi temi mi pare potenziata dal loro
incarnarsi in qualcosa di autobiografico…quasi ti offri – ecce homo! –
in un gesto estremo…qui e ora è l’inferno, nella nostra quotidianità, e
le tue parole lo narrano puntuali e impietose…vogliono stanare i
malriusciti che siamo dai loro cantucci (Nietzsche), inquietare l’uomo
del sottosuolo nascosto nella sua tana (Kafka e Dostoewsckij si
incrociano sotto questo profilo)…
Mostri il dilagare di Thanatos, dell’Istinto di morte nel nostro tempo:
come non ricordare qui gli articoli pasoliniani sui giovani infelici,
sulla droga, in cui appunto si parlava dell’istinto di morte di coloro
che si sentono rifiutati, del vuoto di cultura che genera
autodistruzione.
Alla domanda che irrompe a un certo punto nel tuo testo: può rinnovarsi
la nostra vita? - mi pare che anche in questo libro tu risponda
risolutamente e senza esitazione di sì…Di un itinerario di salvezza si
tratta, con tanto di invocazione-vocazione-rivelazione, vero itinerario
dantesco dall’inferno al Paradiso, dal buio alla luce… e rompere la
corazza costruita sulla paura, ospitare radicalmente in sé il
pagliaccio, il codardo, il fallito che anche siamo, indossare queste
maschere al posto di quelle del professore e del marito, farsi Calimero,
è passaggio cruciale in questo sofferto itinerario che proponi…
Testo serrato, dolore che torce la scrittura per mostrare l’evidenza
dell’abisso che cerchiamo di rimuovere con le abitudini… necessario mi
parrebbe però anche imparare a ridere e a distanziarsi da questa stessa
attenzione insonne che ci tortura…saper anche dimenticare quanto del
passato ci opprime come una ferita sanguinante, o almeno saper far pace
con le vergogne che ci costituiscono…non cullarsi nelle proprie
sofferenze, non godere sottilmente del coltello che rigiriamo nelle
piaghe…
È, poi, come se tu indicassi nella comune radice, nella contiguità di
umiliato e umile, nel possibile passaggio ‘interno’ dal primo al
secondo, una via di salvezza; conoscenza di sé è conoscersi come
miserabile idiota, e il celebre Idiota mi sembra davvero essere in
qualche modo il nostro modello anche per il suo annuncio, che riprendi
in qualche modo, che la bellezza salverà il mondo…
Ma giungere a farsi fratelli solo a quelli destrutturati e sconfitti,
pervenire alla condivisione con quanti hanno dismesso le loro maschere,
è la meta così come appare nella parte conclusiva del racconto?...non
desideriamo anche poter contaminare gli altri, i presunti ‘normali’,
fare di noi stessi non solo ‘i differenti’, i diversi, ma coloro che
sono capaci di costruire un’identità radicalmente nuova più aperta e
fragile?…
qui e là mi pare il testo si lasci prendere un tantino la mano dalla
dettagliata descrizione delle piaghe purulente o, enfatizzando
l’episodio della relazione e dell’appuntamento con la ragazza più bella
della classe, mi sembra rischiare un tantino una caduta rispetto
all’intensità e ai motivi della sequenza drammatica che si dipana nelle
tue pagine…
infine, a proposito del saper volgere il negativo in positivo, del
riuscire a rendere feconda anche l’esperienza di gravi nodi psichici,
che emerge nelle ultime pagine del tuo racconto, ricordo che un mio
libro prediletto da ventenne era l’Io diviso di Laing che mi rivelò
insieme le mie patologie e il buon uso che se ne poteva fare…
Mi ha sempre dato forza e salvato non tanto l’idea di poter pervenire ad
uno stato prevalentemente gioioso e risanato, quanto il ritrovare tra le
mie meschinità, anelasticità, aridità emotive figlie di carezze e
fiducia mancate, la passione autentica per l’esistere e le creature, che
insieme mi assolve e mi muove ancora felicemente a perdermi, a non
cercare di ritrovarmi solo integro Narciso…salvezza è questo agonismo
(in agape risuona agòn) per cui la dolcezza e l’amore per il lasciar
essere i viventi, - e che nasce dal non potersi credere ‘padrone’ di
alcunché, dal non giudicare per differenziarsi dagli altri -, confligge
con le pene delle piccole e grandi paranoie quotidiane che ci
perseguitano…
siamo qui in un paese dove quasi mai cultura e politica si sposano con
la voglia autentica di provare a mettere in discussione la identità di
comunità e persone…grazie dunque per questo libro che mi ha fatto
rammemorare e aprire le finestre per un po’, nella consapevolezza di
quanto sia difficile arrischiarsi davvero nella pupilla dell’altro e
quindi nella persuasione della precarietà di comunicazione e
condivisione
Nicola
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