CARBONES
 

Il Tempo sovrano.

Carbones è, per me, il libro più bello scritto finora da Michele Sovente; più bello quindi anche del premiato Cumae. Ne scrivo senza alcuna competenza specifica in materia letteraria e poetica ma da studioso di filosofia e lettore appassionato che ascolta e interroga i testi poetici; meglio che è convinto che se  poeticamente l’uomo non abita, almeno resiste.

Innanzitutto le lingue in cui il testo è scritto: il latino, solenne in alcuni passaggi come quello liturgico-ecclesiastico (più denso di evocazioni rispetto a quello ‘scolastico’ divulgato a generazioni di studenti); il napoletano, affettuoso, carnale, gioioso, un sentirsi a casa propria; infine, tra i tre il più povero, direi, espressivamente: l’italiano.

I versi di Sovente richiamano poi la mia attenzione su di un tema in particolare: il tempo sovrano, che l’orecchio del filosofo sente, avverte, riconosce subito. Tempo che divora, che strappa, che tutto si porta dietro ma che anche mitiga, consola, addolcisce il dolore che esso stesso apporta, infligge: “il tempo, ma il tempo, ma il tempo implacabile passava. Le cose il tempo cambiava e strappava…Perfino il giardino chissà dove il tempo si sarà portato “( p.143).

E lascia tracce, come il passare di un animale: tracce di amori lontani e sofferti (si sente qui e là l’eco della pietas virgiliana, in particolare dell’amore ferito di Didone) o tracce di dolori che restano a inquietare, che resistono anche al passare degli anni.

Dei tre tempi fondamentali dell’esistenza, è quindi il Passato quello che domina, che accoglie nel suo ventre sempre più vite e cose, e che allunga la sua ombra anche sul presente; quanto al futuro si affaccia appena un attimo, timido e fragile: “spiamo un futuro improbabile”. Ma è immediatamente seguito, circondato, sepolto nel verso successivo dal franare deludente, dall’andare a fondo che sempre si ripete nelle peripezie delle nostre esistenze.

Reale è, per il nostro esserci, quel perdere forze fino a sfibrarsi, e l’illusorio tentativo di sfuggire all’anonimato e di vivere nella luce:  luce che appare, starei per dire, ontologicamente  fioca.

Tutto fugge, e fuggire è verbo che ritorna frequentemente nei versi di Sovente: “…Fuggono per le crepe dell’aria( p.87)… fuggono da sottopassaggio piccole divinità in cerca di un obolo e di una preghiera (p.120)… Le immagini, quelle malcerte di ieri, le porta via la tramontana”( p.133).

Nei versi di Sovente l’infanzia appare sorridente, deliziosa, infanzia di filastrocche e alberi incantati; meno presenti l’adolescenza e gli amori giovanili, per cui emergono, piuttosto, in primo piano il bambino e l’adulto.

I versi di Sovente tornano spesso alla relazione passato-presente, e se si danno oasi, esse nascono dal ri-cor-dare ciò che è stato felice ed intenso.

Ma esiste un altro presente, un’ora, un istante, un adesso, sottratto a questo fluire, un Presente figlio non solo della memoria dell’età e di eventi felici ma di un immemorabile Passato? O esiste solo il presente “che genera menzogne vaste quanto una foresta, strette più di un tunnel” che nient’altro offre che “la dedalica ripetizione degli appuntamenti, delle giornate”( p.69)?

 C’è qui e là nei versi di Sovente, il riapparire di un suono di fondo che disturba il chiasso vacuo del circo mediatico contemporaneo (tema costante, presente già nella raccolte di fine anni ’70 e inizi anni ’80): “Tuttora stride un vento che pellicole senza snodo senza approdo – imperturbabile – incide “ (p.115).

E’ come se il vortice di chronos pur tutto annientando, o anzi proprio perché tutto annienta, liberi lo sguardo e il sentire per ciò che è più incrollabile e profondo. Niente resta; eppure non sembra solo vuoto questo presente, e, quel frammento di gioia che appare, ri-crea la possibilità di andare oltre l’infranto.

Nicola Magliulo

 


Michele Sovente vive nei Campi Flegrei, a Cappella, dove è nato nel 1948. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Napoli.
Ha pubblicato quattro libri di poesia: L'uomo al naturale (Vallecchi, 1978), Contropar(ab)ola (ivi, 1981), Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990), Cumae (Marsilio, 1998, Premio Viareggio).
Da Specula aenigmatis è stato tratto per Radiotre, 1990, il radiodramma In corpore antiquo, regia di Giuseppe Rocca.
Nel 2001 la giuria del Premio Elsa Morante / Comune di Bacoli, presieduta da Dacia Maraini, ha assegnato un riconoscimento speciale alla sua attività poetica. Suoi versi e contributi critici sono apparsi tra l'altro su «Alfabeta», «Poesia», «Linea d'ombra», «Paragone», «Nuovi argomenti», «Corriere della Sera».

Carbones è diviso in otto parti, così come otto sono le lune che contiamo nelle strofe della cabaletta, che in versione italiana costituisce la quarta parte del libro, in dialetto l’ottava. Da queste precise corrispondenze numeriche, sembra di poter dedurre che la cabaletta costituisca una sorta di paradigma sul quale l’intero libro finisce per modellarsi – oppure uno scheletro, se si preferisce, dell’organismo poetico complessivo.

Ora, cos’è una cabaletta? E per quale complesso di motivi Michele Sovente ha riservato proprio a questa composizione un ruolo così cardinale e così nuovo rispetto alle precedenti raccolte poetiche? La cabaletta, dice il dizionario, è “nell’Opera dell’Ottocento, la seconda parte, abbastanza veloce, dell’aria.”. Senza dubbio, la definizione sembra molto pertinente al ritmo addirittura dionisiaco, parossistico, orgasmico delle strofe soventiane. Ma cabaletta, nel nostro caso, è prima di tutto il diminutivo di cabala, che è una “divinazione del futuro a mezzo di lettere, numeri, figure o sogni.”. E’ forse lecito pensare che Michele Sovente veda la poesia come una operazione magica, tanto più che è il poeta stesso a raccontarci di aver appreso, nella prima infanzia, dalla viva voce della madre, alcuni “riti di magia”, che non ha più dimenticato: “Ricordo/ le parole ripetute, i suoni/ oscuri, l’oscura ripetuta/ cantilena”. Sarebbe difficile, per il lettore, trovare una definizione più felice di Carbones, che ad una rapida lettura risulta proprio come una lunga cantilena di parole ripetute e di suoni oscuri.

Rispetto alle precedenti opere in versi, questa volta Michele Sovente gioca veramente a carte scoperte, tanto da volerci fornire addirittura di una teoria del proprio fare letterario? Si direbbe di sì, a leggere le tre metapoesie, se così si può dire, contenute in questo libro: in quella che vogliamo considerare per prima, e che apre la settima sezione, la lingua del poeta è smarrita, stordita, selvaggia, discreta, ma infine e soprattutto è nuda; una nudità così coraggiosamente disarmata, che – come leggiamo in una poesia della seconda parte – “la fremente carta rubata/ ogni volta a qualcuno mascherato/ contro me puntualmente imbastisce/ un capo di accusa perché/ sa molte cose di me.”. Questo nemico mascherato chi è, se non un ipocrita? E l’ipocrita per antonomasia chi è, se non il molieriano Tartufo? Ora, si dà il caso che la terza metapoesia che stiamo considerando sia dedicata all’insigne critico letterario Cesare Garboli, il quale “nel molieriano Tartuffe per primo/ con lunga vista aveva indicato/ la figura ante litteram/ dello psicanalista.”. Il lettore di Sovente, come quello di Baudelaire, è messo in guardia dalla propria ipocrisia: è necessario che il lettore riconosca in se stesso quello stesso “desiderio che popola il vuoto” di cui parla il poeta; bisogna leopardianamente riconoscere che il futuro da noi divinato illusoriamente ad ogni scadere d’anno – non è altro che il nostro passato mai vissuto, fatto di “tutte le cose non fatte”, che rimangono “nel corpo della notte” come carboni ancora accesi che “ardono in silenzio”. Di fronte al canto martellante e quasi violento di questo desiderio inestinguibile, il lettore corre il rischio di trasformarsi in un mascherato psicanalista, che dopo due millenni sembra ereditare la funzione insidiosa invidiosa dei “senum severiorum” di catulliana invenzione, con i loro rumorosi brontolii, che non valgono un soldo bucato.

Il desiderio del poeta popola magicamente di figure indimenticabili il nostro immaginario pur così viziato dalle pellicole asettiche e morte del cinema e della televisione: ma anche la “bionda/ Marilyn” con la sua “sciocca risata”, e “l’attrice flegrea” con la sua “risata carnale”, vengono sottratte alla piattezza virtuale e restituite alla vita sporca del corpo, della bocca, delle “forme piene”. E la vita del corpo è sempre maledetta, quanto più è benedetto il pane di cui si nutre; è una maledizione che pulsa in donne brune e nere come la donnacarbone, o nella coppia inquietante di Agrippina e Nerone, le cui “cieche ombre adesso” ancora s’inseguono nella cantilena insopportabile delle onde flegree; è una maledizione che confonde carne e pensiero: “’u malopenziero caccia ‘a capa smalerétta/ ra fora ‘a vraghetta”, versi che perfino in italiano conservano la fresca irriverenza della loro provocazione: “il pensiero maligno spunta maledetto/ dalla brachetta”; il corpo conserva alla fine soltanto veleno, come se fosse una coda: “nella coda/ il veleno nel corpo rimane”. Questa maledizione fa fiorire versi inquietanti, che colpiscono la nostra fantasia come un “vento stizzoso” che flagella un “portone arrugginito”; non dimenticheremo facilmente il cactus che cresce, il serpente con cui gioca ignaro il bambino, il trampoliere che punta “la sua sudata preda/ ma senza becco”, il “cucciolo con la zampa rotta”, la “casa senza finestre”, l’ ”onnivoro dio che non placa la sua fame”, “il sottile ghigno del calendario”, l’assurdo “figliare tra i liquami”, e così seguitando.
Ma più maledetta di tutto è questa nostra epocale “fretta di andare”, che Sovente descrive con un forte iperbato, che separa l’articolo indeterminativo dal nome all’infinito, in questo sorprendente distico che ci sembra efficace compendio dell’ardimento poetico di Carbones: “è un di miraggi e paesaggi per/ troppa ansia di vita decomporsi”.

Ernesto Salemme