Nuovi dati su Baia Sommersa

 

Estratto da Archeologia Subacquea III - 2002


 

 

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Nuovi dati su Baia sommersa

La regione dei Campi Flegrei si estende da Posillipo a Cuma e si affaccia sul Golfo di Pozzuoli. La sua fascia costiera antica, che è occupata da resti di epoca romana, è sprofondata a causa dei moti bradisismici per un'ampiezza media di circa 400 metri (1). Questi lenti movimenti di innalzamento o abbassamento del suolo, che caratterizzano l'area vulcanica flegrea, hanno trascinato interi quartieri delle città di Puteoli e Baia sotto l'attuale livello del mare, che ha fagocitato anche laghi costieri come il Baianus e il Lucrinus. L'antico assetto geomorfologico della zona è cambiato notevolmente anche a causa di eruzioni vulcaniche, come la formazione del Monte Nuovo, avvenuta in una sola notte nel 1538, che interessò parte del lago Lucrino.
Dal 1984 nelle acque di Baia è in corso il rilievo grafico e topografico delle antiche strutture sommerse; le ricerche hanno comportato numerose immersioni subacquee e diversi voli aerei (2).
La copertura fotografica aerea del tratto di mare da Baia a Pozzuoli ha permesso di localizzare i ruderi e di stimarne la considerevole estensione. La lascia costiera sommersa è infatti un susseguirsi di presenze archeologiche: quartieri suburbani e strutture portuali a carattere commerciale a Puteoli, ville residenziali a Baia. Le indagini condotte direttamente sul fondale e mediante apposita strumentazione da terraferma hanno invece precisato l'andamento dell'antica linea di costa, definito l'assetto topografico di età classica ed approfondita la conoscenza di diversi nuclei monumentali (tav. I).

IL BAIANUS LACUS ED IL SUO CANALE DI ACCESSO

L'insenatura baiana è quanto resta di un antico cratere invaso dal mare. In epoca romana essa non presentava la stessa conformazione dell'attuale, ma era occupata da una laguna costiera. Gli edifici romani si impiantarono in un'uniforme distesa sabbiosa tra il mare e la sponda orientale del Baianus lacus, oggi sommersa, ed occuparono la falda interna del cratere, dal crinale collinare fino al mare (fig. 1).

Fig.1 – Veduta aerea di Baia e del parco archeologico


Un fortunato volo aereo, effettuato in una giornata in cui il mare era particolarmente limpido, ha permesso di localizzare il canale di accesso al Baianus lacus menzionato da alcune fonti letterarie (3).
Il canale (tav. I, f - tav. II), ottenuto dal taglio dell'istmo sabbioso che separava il lago dal mare, è largo 32 metri ed è delimitalo da due moli (lunghi circa 230 metri e larghi 9). La sua profondità varia, a causa dell'insabbiamento, da 8 metri all'estremità orientale fino a raggiungere m 6,50 all'estremità occidentale. I moli hanno la sommità posta alla profondità di circa m 6; hanno le testate ovest arrotondate e sono stati realizzati in calcestruzzo a scheggioni di tufo disposti in strati (dimensioni dei caementa circa cm 30x30).
Il conglomerato cementizio fu gettato entro cassoni lignei (arcae) testimoniati dalla presenza dei tipici fori lasciati dai pali di costruzione. In qualche caso sono ancora perfettamente conservati i pali ed il tavolato della cassaforma (4).
Il molo nord, lungo m 209, nel suo primo tratto di m 63 a partire da est è conservato frammentariamente. Successivamente è posto a m 6 sotto il livello del mare, si eleva di m 1,80 dal fondo e presenta ampie sbrecciature laterali che ne riducono la larghezza a m 6,50. A metà del suo percorso sono già vistosi gli effetti dell'insabbiamento: la sommità si trova a un metro dalla sabbia per abbassarsi a soli cm 50 spostandosi verso la testata occidentale. Nella sua parte ultima il manufatto sparisce sotto i sedimenti per poi riaffiorare con una larghezza di m 9,50 fino alla sua conclusione.

Fig.2 – L’armatura della cassaforma lungo il perimetro esterno. Si nota un palo montante connesso al longherone mediante assicelle di legno

Il molo sud è lungo m 232. La sua testata è larga m 9,50 e giace a m 5,50 di profondità. A sud di questa, per qualche tempo è stata visibile parte di un cassone dissabbiato dall'elica di una nave. Il cassone era addossato alla gettata del molo; dal fondale affioravano in tutta la loro altezza due pali, del diametro di circa cm 20, e tavole larghe 15 centimetri impostate su una trave spessa cm 13. La testata, anch'essa in parte dissabbiata, perfettamente conservata, non mostrava alcun paramento, ma recava ben leggibili le impronte lasciate nel cementizio dalle palanche di costruzione.
Procedendo verso est, fra i 30 e gli 80 metri dalla testata si trova il tratto più significativo, per la presenza di elementi relativi alla tecnica di costruzione del molo di tipo a fondazione continua. Il rilievo dei fori dei pali e delle impronte delle travi, ben visibili in quest'area, mostra che il cementizio fu gettato entro casseforme le cui paratie erano sorrette per mezzo di un'ossatura di pali infissi nella sabbia e travi (catenae) orizzontali ed oblique, atta a contrastare la spinta della colata di calcestruzzo (5).

Fig. 3 - Frammento di colonna dal paramento in reticolato

Le travi orizzontali attraversavano la gettata da parte a parte, lasciandovi cavità del diametro di cm 60-70, ed erano collegate a sette pali montanti interni (diametro cm 20-25) infissi nel fondale. Attualmente nella gettata se ne contano soltanto cinque, che si alternano a sinistra e a destra di ogni trave, ma evidentemente altri due pali erano posti sui bordi all'interno delle paratie. Le catenae oblique hanno lasciato impronte di cm 20 circa. L'intervallo tra una trave orizzontale e l'altra è di m 2,50; quello tra i pali è di m 2. Dai dati raccolti si può ipotizzare che la larghezza di una cassa era di circa 10 metri, e che la costruzione del molo fu realizzata mediante l'accostamento di più gettate. La linea di giunzione tra due gettate non presenta parti di legno, in quanto al blocco cementizio già solidificato furono accostate soltanto tre paratie, procedendo così man mano verso il largo. Evidentemente la paratia interna veniva rimossa per permettere alla malta delle due colate di ben aderire (6).
Nel tratto successivo, dagli 80 fino a 127 metri dalla testata, il manufatto è frammentario e il fondale è ricoperto di pietrame di varia pezzatura frammisto a blocchi di cementizio di maggiori dimensioni (7). Più avanti, fino ai 200 metri, è in buono stato di conservazione (profondità m 6). La parte finale è assai danneggiata e dalla sabbia affiorano alcuni grossi blocchi isolati.
Il rilievo del canale e l'articolato disegno di moli, darsene, peschiere ed edifici che si spingono lino alla Punta dell'Epitaffio a nord e lungo l'intero versante meridionale fino ai cantieri FIART, hanno permesso di accertare, proprio al centro della rada di Baia, la presenza del Baianus lacus, del quale è ora possibile tracciare il contorno.
La sua sponda orientale, come si è detto, era fittamente edificata; la riva meridionale, anch'essa edificata, è stata fagocitata dalla colmata del 1913, sulla quale insistono gli attuali cantieri navali (8).
Occupata da edifici era anche la sponda occidentale, corrispondente alla banchina del porto moderno che poggia sulla parte marittima di ville che dal crinale collinare giungevano fino al mare (9).
Infine, la spiaggia settentrionale certamente nasconde altre testimonianze, come dimostrano le strutture lungo la battigia e come rivela la fotografia aerea nelle immediate adiacenze del pontile Coppola (tav. I, i) (10).

LE STRUTTURE DEL VERSANTE MERIDIONALE

A sud del canale di ingresso al Baianus lacus, nell’area maggiormente danneggiata dai transito e dagli ancoraggi delle navi dirette al molo del porto di Baia, è stato rintracciato un nucleo edilizio includente una banchina, alcune pilae e ciò che resta delle fondamenta di ambienti di difficile lettura (tav. I, 1; tav. IV) (11).
Gli ambienti in opus caementicium sono posti a m 30 dal canale ed occupano una superficie di m 88x43. Il muro perimetrale est (lungo circa m 78 e largo m 4) ed i muri ortogonali interni (lungh. m 19, largh. m 2) mostrano scalfitture dovute all'uso di sorbone di elevata potenza, usate per aumentare la profondità del porto, ed ai pesanti ancoraggi.

Fig. 4 - Villa dei Pisoni: resti del tavolato di una cassaforma

Sul lato nord è visibile un muro in cementizio (lungo m 18 e largo 3) con parte del tavolato della cassaforma in legno di abete. Le tavole (larghe da cm 25 a 30, spesse 5) si impostano su un longherone largo e spesso cm 9 (12). Pali montanti (diam. cm 16-18) sono infissi, ad intervalli di circa un metro, lungo il perimetro esterno della cassa e sono connessi al longherone mediante assicelle inchiodate (fig. 2). Per irrobustire la struttura, tra i pali montanti e la traversa sono stati battuti dei cunei di legno. La malta pozzolanica fu quindi colata direttamente in acqua entro una cassaforma lignea, le cui paratie erano vincolate a pali infissi nel fondo ed a travature interne.

Nelle immediate vicinanze giace un frammento di colonna (lungh. cm 65, diam. 35) dal paramento in reticolato (modulo cm 7x7) (fig. 3). Questo resto, insieme ad un frustulo in tessellato (modulo delle tessere cm 1x1), ad un frammento di colonna marmorea e ad alcune lastrine e cornici di marmo recuperate nel 1986, testimoniano l'originario tenore degli ambienti di quest'area, oggi purtroppo completamente distrutti.
Poco più a sud, una banchina in cementizio (lunga m 47 e larga 20) affiora di un metro dalla sabbia; su di essa una piccola cisterna in cocciopesto ed una fistula plumbea per il deflusso dell'acqua è quanto è sfuggito alla posa della scogliera del molo moderno dei cantieri OMLIN (13). Tre pilae sono collocate a protezione dell'area archeologica: una (m 7x7) si eleva per 2 metri dal fondo ed è ben conservata, altre due sono in frammenti.

Proseguendo verso sud, nell'area sommersa immediatamente ad est dei Cantieri di Baia è stato ultimato il rilievo degli ambienti scampati alla colmata dell'inizio del secolo (tav I, g). La colmata, fortunatamente, ha risparmiato la parte ultima dei ruderi sommersi: il rilievo completo delle strutture superstiti mostra una banchina in opera cementizia, lunga m 50, posta alla profondità di 5 metri e protetta all'esterno da pilae. Su di essa pochi ambienti in opera reticolata (tufelli di cm 8x8 o 9x9), di incerta destinazione, sono ricolmi di detriti eterogenei (14).

L’ANTICA LINEA DI COSTA
Come già accennato, gli edifici romani furono impiantati su una uniforme distesa sabbiosa tra il mare e la sponda orientale del Baianus lacus. Il rilievo della villa dei Pisoni, e, poco più ad ovest, di una peschiera di un'area termale e di una villa con ingresso a protiro, ha precisato l'andamento dell'antica linea di costa a nord della rada. La successione di moli e peschiere evidenziata all'altezza dei Cantieri Navali di Baia e del Castello Aragonese precisa invece l'andamento della costa antica a sud. I dati raccolti confermano che l'antico cordone sabbioso era posto 160-180 metri al largo di Punta dell'Epitaffio, e che verso sud giungeva fin oltre gli attuali cantieri, mentre verso est si spingeva fino al porto di Puteoli, separando il lago Lucrino dal mare. Lungo il litorale, dalla punta dell'Epitaffio al Castello Aragonese, sono ancora oggi visibili in pochi metri di fondo i grossi e numerosi piloni messi a protezione delle ville marittime. La costa antica è un susseguirsi di moli, peschiere ed approdi privati di ville, molte delle quali si spingevano finanche nel mare.
La villa dei Pisoni, situata 130 metri a sud-est di Punta dell'Epitaffio, ebbe due approdi, rispettivamente ad est e ad ovest del nucleo centrale (tav. I, c) (15). La posizione di questi specchi d'acqua e dell'arenile antico consente di affermare che essa venne edificata in larga parte nel mare mediante cassoni lignei colmati di conglomerato cementizio. Nell'angolo sud dell'ampio cortile interno della villa, dove le onde hanno maggiormente dispiegato la loro azione scavando oltre un metro al disotto dell'antico piano di calpestio, si conserva il tavolato di una cassaforma (fig. 4) (16). I resti archeologici si spingono per più di 200 metri oltre l'antica spiaggia e confermano l'osservazione di Orazio e di altre fonti, che vedevano come manifestazione di presunzione sovrumana gli sforzi delle maestranze impegnate ad incrementare il lido innalzando selve di colonne là dove erano le onde (17).

Fig. 5 - Secca Fumosa: la prima pila da est

Fig. 6 - Secca Fumosa: il pilone rivestito in opera reticolata,
posto all'inizio del molo interno (Tav. III, a)

IL LAGO LUCRINO
A partile dal 1998, le indagini sottomarine sono state indirizzate ad est dell'insenatura baiana. Obiettivo della ricerca era l'individuazione del limite costiero dell'amico lago Lucrino, che, a causa del bradisismo e dell'eruzione di Monte Nuovo, è oggi ridotto ad un piccolo specchio d'acqua. Ma ben altre dovettero essere le dimensioni del lago e, sebbene il rilievo sia solo agli inizi, i dati raccolti hanno già fornito informazioni degne di interesse.
Una poderosa gettata cementizia (larga da 5 a 8 metri), rinforzata all'esterno da una scogliera, si diparte dalle terme orientali della villa dei Pisoni in direzione di Puteoli e si perde nella sabbia dopo un percorso di 420 metri. Dalla parte opposta, un'altra gettata cementizia (larga da 5 a 10 metri), sempre rinforzata all'esterno da una scogliera, è percorribile in direzione di Baia per una lunghezza di 440 metri a partire dal lato occidentale del canale di accesso al porto Giulio. Alcune ricognizioni effettuate nel tratto intermedio (lungo m 390) non hanno rivelalo la presenza di strutture, ma considerando il notevole insabbiamento non si può escludere che altri avanzi di moli siano occultali dalla rena. I due lunghi moli, posti sullo stesso asse, sono paralleli alla odierna linea di spiaggia e distano m 400 dalla battigia. Essi costituivano molto verosimilmente il limite costiero dell'antico Lucrino. Strabone e Diodoro Siculo lo descrivono come un istmo sabbioso su cui correva la via Herculanea, che Strabone stima lunga otto stadi (circa 1500 metri) (18). La distanza che separa la villa baiana dei Pisoni dal canale di accesso al Portus Julius è all'incirca di un chilometro e mezzo (tav. I, m, n) (19).

Fig. 7 - Secca Fumosa: parte superiore di una pila
rivestita in blocchetti (Tav. III, g)

Fig. 8 - Secca Fumosa: paramento di una pila in opera reticolata
e ricorsi verticali con tre filari di blocchetti (Tav. III, c)

A 750 metri dalla costa ed in posizione mediana tra le due gettate sommerse si trova la Secca Fumosa (tav. I, p; figg. 5-6). Quest'area, nota per la presenza di fumarole e di polle d'acqua calda ma poco conosciuta dal punto di vista archeologico, è occupata da una grandiosa barriera frangiflutti, costituita da numerosi massicci piloni disposti su due file ad angolo retto (m 160 x 100) (tav. III; fig. 7). Essa proteggeva dai marosi un'ampia zona retrostante, che - ad una prima indagine - pare essere caratterizzata dalla presenza di una banchina e di un molo.
Le pilae sono ben allineate e rivestite in opus reticulatum (tav. III, a-e; figg. 8-9) e in opus vittatum (tav. III, f-g; fig, 10). Misurano mediamente m 9 x 9, si conservano in altezza fino a 6-7 metri e si impiantano alla profondità massima di m 15 (20).

Esse erano presumibilmente collegate fra loro ad arcata, come attestato dalla presenza di riseghe affrontate poste sulla sommità di alcune pilae (fìg. 11), e da anfore, prive di parte del fondo e del puntale, ammorsate nel cementizio delle pareti in modo da creare delle cavità atte a reggere le centine per la costruzione delle volte. Parte di un'arcata sembra riconoscersi tra i crolli nell'ultimo tratto ad ovest della distesa di piloni (21). A causa delle pessime condizioni di conservazione di una pila, in un caso è stato possibile riconoscere e recuperare un'anfora Dressel 2-4 priva del fondo, ancora in sito, parzialmente inglobala nel cementizio (tav. III, h; fig. 12) (22).

Fig. 9 - Secca Fumosa: parte superiore di una pila in
opera reticolata e catene angolari in blocchetti (Tav. III, e)

Fig. 10 - Secca Fumosa: paramento in opus vittatum dell'ultima pila ad ovest (Tav. III, f)

A questo punto della ricerca sorgono alcune domande. Perché questa imponente protezione è posta 350 metri all'esterno dell'antica linea di costa? Se e come si collegava con essa, e quando fu costruita?

Dalle fotografie aeree appare evidente che l'ingresso al lago Lucrino avveniva attraverso un canale navigabile lungo m 350 e largo da 40 a 50. La Secca Fumosa, poco distante, poteva ospitale la struttura di un faro e riparare un secondo ingresso al Lucrinus lacus? E’ auspicabile che da successive indagini scaturiscano maggiori dati, che diano risposte a questi interrogativi e gettino nuova luce sull'antica estensione del lago Lucrino.

Fig, 11 - Secca Fumosa: risega sulla sommità di una pila

Fig. 12 - Secca Fumosa: anfora Dressel 2/4 priva del fondo
rinvenuta parzialmente inglobata nel cementizio di una pila
(Tav. III, h)

 

Note

Questo lavoro deve molto alla collaborazione dei geometri G. Di Nardo e M. Cordova, del dott. N. Lombardo e dell'assistente N. Severino della Soprintendenza archeologica, il cui aiuto è stato determinante durante le campagne di rilievo.

(1) Ad eccezione della Secca Fumosa che si trova a 750 metri dalla riva attuale.
(2) Per le prime indagini a Baia, vd, A. Maiuri, L’esplorazione archeologica sottomarina di Baia, in Atti del II Congr. Intern. di archeologia sottomarina, (Albenga 1958) Bordighera 1961, pp. 108 e ss.; N. Lamboglia, Inizio dell'esplorazione di Baia sommersa (1959-1960), in Atti del III Congr. Intern. di archeologia sottomarina, (Barcellona 1961) Bordighera 1971, pp. 225 e ss.; Aa. vv., Baia. Il ninfeo imperiale sommerso di Punta Epitaffio, Napoli 1983; G. Di Fraia, N. Lombardo, E. Scognamiglio, Contributi alla topografia di Baia sommersa, in Puteoli IX-X. 1988, pp. 211-299; G. Di Fraia, Baia sommersa. Nuove evidenze topografiche e monumentali, in ASubacq I, 1993, pp. 21-48; N. Lombardo, Le terme di Punta dell'Epitaffio a Baia, ibid., pp, 55-63; N. Lombardo, Un documento epigrafico dalla «Villa dei Pisoni» a Baia, ibid., pp. 65-70; E. Scognamiglio, Aggiornamenti per la topografia dì Baia sommersa, in ASubacq. II, 1997, pp. 35-45.
(3) Tac. Ann. XIV, 4; Mart., Ep. IV, 30; Sen., Ep. ad Luc., V, 51, 12.
(4) Su queste tecniche, vd. Vitruvio, De architectura, 5, XII.
(5) L'armatura interna era irrobustita da travi oblique come nei moli di Astura e di Cosa, cfr. E. Felici, Osservazioni sul porto neroniano di Anzio e sulla tecnica romana delle costruzioni portuali in calcestruzzo, in ASubacq. I, 1993, p. 91 e tav. I; E. Felici, G. Balderi, Il porto romano di Cosa: appunti per l'interpretazione tecnica di un'opera marittima in cementizio, in ASubacq II, 1997, p. 13 e tav. I.
(6) Per le recenti acquisizioni sulle costruzioni di opere in acqua, vd. E. Felici, La ricerca sui porti romani in cementizio: metodi e obiettivi, in (a cura di) G. Volpe, Archeologia subacquea. Come opera l'archeologo sott’acqua - storie dalle acque, (Certosa di Pontignano - Siena 1996) Firenze 1998, pp. 275 - 340.
(7) In quest'area negli anni scorsi si sono ripetutamente incagliate le navi a pieno carico in uscita dal porto.
(8) A. Maiuri, art.cit. a nota 2, p. 110.
(9) Per i recuperi in prossimità della banchina, vd. M. Napoli, Di una villa marittima di Baia, in Boll. di Storia dell'arte del Magistero di Salerno 3, 1953, pp. 101 e ss.; I. Sgobbo, I templi di Baia, in I Campi Flegrei nell'archeologia e nella Storia, Roma 1976, pp. 319 e ss.; per uno studio recente dei ritrovamenti, vd. F. Maniscalco, Ninfei ed edifici marittimi severiani del palatium imperiale di Baia, Napoli 1997. Carotaggi eseguiti dalla Tecno In S.r.l. nel 1994, hanno rivelato la presenza di strutture murarie tra -5,60 e -6,45 metri dal piano di banchina del porto di Baia. Nel novembre 1998, saggi di scavo controllati dalla dott.ssa A. Benini, finalizzati ad ottenere permessi per la realizzazione di pontili galleggianti, hanno messo in luce, ad 11 metri dalla banchina principale e m 4,25 di profondità, una pavimentazione a mosaico di età repubblicana, con tessere policrome (cm 0,9x1,8) disposte a canestro ed inframmezzate da lastrine di marmo anch'esse policrome.
(10) Per le presenze archeologiche lungo la riva, vd. M. R. Borriello, A D'Ambrosio, Baiae - Misenum, F.I. I, XIV, Firenze 1979, pp. 54 e ss.
(11) Nelle more della stampa di questa relazione, il Tribunale di Napoli, per porre fine ai continui danneggiamenti ai resti antichi, il 26/9/2000, ha sottoposto a sequestro giudiziario l'intera area portuale di Baia. Per le prime ricognizioni in quest’area, vd. G. Di Fraia, N. Lombardo, E. Scognamiglio, art. cit. a nota 2, pp. 277 - 280.
(12) Il longherone è stato ottenuto tagliando un palo a metà longitudinalmente.
(13) Nel febbraio 2000, a causa della manovra errata per l'attracco al molo sud del porto di Baia, un traghetto è finito su basso fondale (m 2,50) nell'area prospiciente i cantieri OMLIN, liberando dalla sabbia che li copriva alcuni ambienti in opera reticolata (mod. cm 8x8-9x9; tav. IV, A).
(14) Per le prime indagini, vd. G. Di Fraia, art. cit., p. 38 e tav, IV.
(15) E. Scognamiglio, art. cit., p. 35 e tav. II.
(16) II tavolato è visibile per una lunghezza di circa m 4; le tavole sono larghe da 26 a 30 centimetri e spesse 4.
(17) Hor., Carm., II, 18, 17-22; Epist., I, 1, 80 e ss.
(18) Strabo, V, 4, 6; Diod. Sic., Bibl. h., IV, 22.
(19) La carta del Portus Julius stata tratta da fotografie aeree. Per le pilae esterne del canale di ingresso, il molo interno ed il grande edificio rettangolare posto a nord nell'area prospiciente l'attuale linea di spiaggia, sono stati invece eseguiti rilievi diretti in acqua. Come è possibile notare confrontando la carta con precedenti tentativi di restituzione grafica, il rilievo in immersione ha fornito nuovi dati non desumibili dalle sole fotografie aeree. Per rilievi particolareggiati ed indagini dirette sul fondale del Portus Julius, vd. P. A. Gianfrotta, Puteoli sommersa, in Puteoli, Napoli 1993, pp. 115 e ss. Per tentativi di restituzione grafica dell'antico Lucrino e della via Herculanea, vd. A. Parascandola, Il Monte nuovo ed il Lago Lucrino, in Boll. della Società dei Naturalisti in Napoli, vol. LV, 1944-46, pp. 244 e ss.; R. F, Paget, Portus Julius, in Vergilius 15, 1969; F. Castagnoli, Topografia dei Campi Flegrei, in I Campi Flegrei nell'archeologia e nella storia, Roma 1977, p. 65 e fig. 7; M. Pagano, Il lago Lucrino. Ricerche storiche e archeologiche, in Puteoli VII - VIII, 1983 - 1984, pp. 113 e ss., tav VIII; L. Lirer et al., L’eruzione del Monte Nuovo (1538) nei Campi Flegrei, in Boll. Soc. Geol. It. 106, 1987, pp. 448 e ss., fig. 1.
(20) La presenza del paramento e la disposizione allineata di molte pilae fa pensare ad opere realizzate in mare mediante casseforme stagnate secondo i dettami di Vitruvio.
(21) Le pilae messe a difesa della villa dei Pisoni sono invece disposte disordinatamente, come se precipitate in mare. A tal proposito è suggestivo ricordare Verg., Aen., IX, 710: <Talis in Euboico Baiarum litore quondam saxea pila cadit...>
(22) L'anfora è stata consegnata all'ufficio della Soprintendenza archeologica al Castello di Baia.

Didascalie delle tavole

Tav. I: Carta archeologica della costa sommersa tra Baia e Lucrino: a) ninfeo di Claudio; b) terme; c) villa dei Pisoni; d) pilae; e) villa con ingresso a protiro; f) canale di ingresso al Baianus lacus; g) ruderi antistanti ai Cantieri di Baia; h) complesso del giardino porticato; i) indicazioni da foto aeree; l) banchina e resti di fondamenta di ambienti; m, n) limite costiero dell’antico lago Lucrino; o) canale di ingresso al Lucrinus lacus; p) Secca Fumosa.

Tav. II: Canale di ingresso al Baianus lacus.

Tav. III: Secca Fumosa, rilievo parziale.

Tav. IV: Le strutture sommerse del versante meridionale dell’insenatura baiana.

 

Testo, disegni e foto di Eduardo Scognamiglio