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Le nuove ricerche a Punta Epitaffio
Dieci anni dopo, nel 1969, un’inattesa scoperta proprio a ridosso della punta
Epitaffio riportava l’attenzione sul dimenticato problema di Baia sommersa.
Le forti mareggiate avevano fatto affiorare dalla sabbia del fondo marino i
contorni di quel grande ambiente rettangolare a nicchie, (il ninfeo) che ai
tempi delle grandi esplorazioni del Lamboglia s’intravedeva appena.
Sul lato settentrionale subito accanto alla base rocciosa della punta, culminava
con un’abside semicircolare, all’interno della quale spuntavano le sommità di
due statue marmoree eccezionalmente conservate ancora in piedi al loro posto.
Con uno scavo di fortuna, affidato dalla Soprintendenza ad un gruppo di
subacquei napoletani, furono recuperate con la collaborazione del Nucleo
Sommozzatori dei Carabinieri due statue virili in buono stato di conservazione,
tranne che nelle parti superiori irreparabilmente sfigurate dalla micidiale
attività dei litodomi.
Erano collocate simmetricamente accanto alle due imposte del muro curvilineo
dell’esedra, al suo innesto con il lato settentrionale dell’edificio
rettangolare, ed erano rivolte verso la parte centrale interna dell’esedra
stessa.
Dopo qualche incertezza interpretativa, si riconobbero in esse i due
protagonisti della scena omerica del fatale inebriamento di Polifemo: ad Ovest,
Ulisse che sta porgendo la coppa di vino al Ciclope e di fronte a lui uno dei
suoi compagni di avventura ( che per una non inconsueta assimilazione con il
nome della località, potrebbe essere stato Baios), mentre sta versando altro
vino dall’otre pieno.
All’interno delle due figure erano alloggiate nel marmo alcune condutture di
piombo che arrecavano acqua alla coppa di Ulisse e all’otre del compagno:
proprio la presenza di queste acque zampillanti delle due statue contribuiva a
caratterizzare l’edificio che le ospitava come un ninfeo.
Al completamento della scena mancava, dunque, Polifemo, che la posizione delle
due statue recuperate inducevano a cercare al centro dell’abside.
I recenti scavi sottomarini: i metodi di ricerca
Proprio dall’interesse per le statue ritrovate, si giunge dopo altri dodici anni
ai recenti scavi sottomarini nel ninfeo di punta Epitaffio.
Per la prima volta i subacquei hanno eseguito i loro lavori direttamente in
immersione ponendo così fine ad una consuetudine che voleva gli archeologi a
dirigere e a controllare le operazioni rimanendo a bordo dell’imbarcazione .
Data l’assenza di punti di appoggio a terra sufficientemente ampi in prossimità
della zona di scavo, si è reso indispensabile il ricorso ad un’imbarcazione
equipaggiata con tutte le ingombranti attrezzature necessarie al lavoro e con
spazio adeguato dell’espletamento delle varie operazioni, preparatorie e di
assistenza, connesse alle immersioni.
Ha assolto egregiamente il compito di cantiere galleggiante la motonave Lisetta
della società Research di Napoli.
I turni d’immersione, di due o tre elementi ciascuno, sono stati suddivisi in
modo da coprire senza interruzione l’intero arco della giornata lavorativa.
Essi hanno avuto durata variante da due a quattro ore consecutive, a seconda
della stagione, della temperatura dell’acqua, e soprattutto delle diverse
esigenze dei subacquei, molti dei quali continuavano ad assolvere i loro impegni
lavorativi (impiegato, tabaccaio, pescatore).
Lo scavo vero e proprio è stato effettuato asportando materiali e sabbia per
mezzo di sortone (tubi aspiranti) di varia grandezza, a seconda delle esigenze e
da iettori d’acqua per rimuovere i depositi più duri e compatti; il tutto
alimentato da due potenti, quanto rumorosi compressori installati a bordo della
motonave.
Giungevano man mano a bordo per essere esaminati e selezionati su di un apposito
tavolo di smistamento i materiali aspirati dalla sorbona e trattenuti in un
grande sacco di rete molto fitta ad essa applicato.
Tutto il materiale più ingombrante e pesante (grossi massi di crollo, statue)
veniva rimosso e poi recuperato per mezzo di palloni gonfiabili e di cesti
metallici.
Per ridurre i tempi di allestimento del cantiere, in particolar modo lo
svuotamento di quanto gia scavato del ninfeo, che alla fine di ogni campagna è
stato colmato con sabbia e ghiaia per proteggerlo dalle manomissioni e dalle
mareggiate, è stata sperimentata con successo una speciale sorbona a tre bracci
flessibili diramantisi da un tubo centrale (una specie di polpo), alimentata da
una idrovora.
Oltre alle attrezzature tradizionali adattate al particolare impiego con piccole
modifiche e miglioramenti, per realizzare una discreta documentazione grafica e
fotografica si è in due occasioni fatto ricorso a riprese televisive a circuito
chiuso registrate su videocassette.
Si è anche approntato un elaborato sistema di illuminazione e di inquadramento,
procedendo a distanze fisse su piani orizzontali e verticali per ottenere un
sistema foto-mosaico delle pareti del ninfeo, conservate per notevole altezza
(un paio di metri in media).
Il Ninfeo di Punta Epitaffio
Posto quasi a diretto contatto con la base rocciosa di punta Epitaffio, con
profondità massima interna che arrivava a poco più di sette metri, dal livello
del mare, il ninfeo è costituito da un grande ambiente rettangolare, lungo circa
18 m e largo 9, culminante in un’ampia abside semicircolare.
Le pareti lunghe sono ugualmente articolate in quattro nicchie rettangolari
ognuna, precedute da due altre aperture analoghe che in realtà fungevano da
ingressi laterali, poi murati sbrigativamente quando il ninfeo fu
definitivamente abbandonato.
Le nicchie sono intervallate da lesene leggermente sporgenti.
Sia l’abside che le nicchie si trovano su un piano di poco più elevato rispetto
al resto della sala e in esse erano disposte in origine le statue.
Al centro della parete opposta all’abside è un grande arco in laterizio rosso
(tegole), anch’esso chiuso con rozza muratura di pietrame nella fase di
abbandono.
Lungo le pareti maggiori e la fronte dell’abside corre un canale completamente
rivestito di lastre di marmo bianco, con alle due estremità due coppie di fori
sia per la fuoriuscita dell’acqua oltre il livello massimo, sia per lo
svuotamento completo.
All’interno del piano centrale è invece ricavata un’ampia cavità rettangolare
(una vasca?) che originariamente si inoltrava al di la del grande arco.
Quest’arco è l’esatta corrispondenza interna dell’ampio passaggio centrale, con
volta a botte ora crollata, che dalla grande fronte monumentale immetteva
direttamente nel ninfeo. Ai due passaggi laterali minori , che partono anche
essi dalla fronte, corrispondono invece altri due archi più piccoli, allineati
con l’arco maggiore, i quali si aprono ai lati del ninfeo per introdurre
attraverso brevi corridoi sia ai suoi due ingressi laterali, sia ai numerosi
ambienti ad esso adiacenti.
I due passaggi laterali erano in comunicazione con quello centrale subito prima
dell’immissione di questo nel ninfeo.
I muri, di opera reticolata di tufo flegreo, divenuto da giallo a grigio per
effetto della prolungata permanenza in acqua marina e di laterizio rosso erano
stati rivestiti di lastre di marmo bianco, come pure era stata pavimentata con
spessi lastroni di marmo bianco la piattaforma centrale.
Durante lo scavo, però, la piattaforma si è presentata rivestita di lastre
rettangolari di marmo solo nella parte inferiore della parete esterna, mentre al
di sopra di esse appariva la muratura costituita da due filari di blocchetti
parallelepipedi di tufo sorticale, che in realtà non è altro che il bordo
stondato di tutta una serie di lastre disposte orizzontalmente che si addentrano
nella struttura. Ciò potrebbe indicare che in origine il piano della piattaforma
fosse più basso dell’attuale e che sia stato poi per qualche motivo rialzato di
quasi mezzo metro, probabilmente ancora nel corso del I secolo d.C.
Rimaneggiamenti analoghi si sono notati anche in altri punti del ninfeo, nelle
farti inferiori della quarta lesena del lato Est e di alcune nicchie.
Quasi tutto il rivestimento marmoreo fu sistematicamente asportato, per essere
riadoperato altrove, all’epoca dell’abbandono del ninfeo e così pure furono
portate via tutte le tubazioni di piombo.
Di queste ultime si sono a stento conservati alcuni pezzi perché inglobati nelle
strutture murarie, nella parete occidentale, subito sotto l’abside e all’interno
di essa in relazione con le statue di Ulisse e del suo compagno ed anche ai lati
dell’anfratto roccioso dove posava la statua di Polifemo, i cui bassi sostegni
in muratura sono stati rintracciati proprio al centro dell’esedra.
Le statue, sfigurate dai litodomi nella parte superiore, sono state rinvenute
presso Punta Epitaffio, proprio dove avevano avuto luogo le ricerche del
Lamboglia.
E cosi che, pur sempre dopo dodici anni di pausa, si è giunti ai recenti scavi
sottomarini. Si sono svolti nel biennio 1981-'82, ma sono poi stati seguiti da
interventi di ricognizione e rilevamento, oltre che da un impegnativo lavoro di
restauro delle statue trovate nel ninfeo, ora esposte nel Castello Aragonese di
Baia.
TESI DI LAUREA IN DIDATTICA DELLA STORIA: L’antichità
sommersa. Le ricerche di archeologia marina a Baia di Costagliola Marilia

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