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La presenza della linea di costa di età romana ad una profondità di 10 m sotto
il livello del mare, e di numerose rovine di età romana e medievale a profondità
variabili al di sotto del livello del mare è una evidenza della generale
subsidenza subita dall'area dei Campi Flegrei negli ultimi 2.000 anni.
Una inversione di questo andamento si verificò prima dell'eruzione del Monte
Nuovo del 1538 A.D., quando, sin dall'inizio del XIV secolo, a seguito di un
lento sollevamento del suolo, la linea di riva avanzò nel tratto compreso tra
Baia e Pozzuoli. Una sensibile attività sismica connessa con questo sollevamento
fu avvertita in particolare nel corso dei due anni che precedettero l'eruzione.
Nei due giorni immediatamente precedenti l'eruzione, inoltre, almeno venti
violenti terremoti furono avvertiti, e la velocità di sollevamento aumentò,
determinando una dislocazione verticale di 7 m. L'eruzione fu seguita da una
lenta subsidenza che presumibilmente si arrestò solo nel 1969, quando ebbe
inizio una nuova fase di sollevamento.
Tra il 1969 e la metà del 1972 i Campi Flegrei furono interessati dalla prima
delle due crisi bradisismiche che sono state osservate con l'ausilio di moderne
apparecchiature. Il sollevamento massimo, misurato nell'area di Pozzuoli fu di
1.7 m. Questo sollevamento fu accompagnato da attività sismica con epicentri dei
terremoti concentrati nella parte settentrionale della baia di Pozzuoli e
nell'area tra Averno ed Agnano.
Tra la metà del 1972 e la fine del 1974 il suolo si abbassò di 0.22 m, mentre,
nei successivi otto anni non si rilevarono significativi movimenti verticali.
Durante questo intervallo di tempo non vi fu attività sismica. All'inizio del
1982 cominciò una nuova fase di intenso sollevamento, accompagnata da debole
attività sismica fino alla fine dell'anno. Dal 1983 alla fine del 1984
l'attività sismica fu molto intensa, con terremoti caratterizzati da epicentri
maggiormente concentrati tra la Solfatara e Monte Nuovo e nella parte
settentrionale della baia di Pozzuoli, ed ipocentri distribuiti tra la
superficie ed i 4-5 km di profondità. Alla fine del 1984 il sollevamento
raggiunse il suo valore massimo di 1.8 m. Dalla fine del 1984 è ripresa una
generale lenta subsidenza interrotta solo da sporadici episodi di sollevamento
di scarsa entità. La subsidenza non è mai stata accompagnata da terremoti,
mentre la sismicità si accompagna anche alle più modeste fasi di sollevamento.
In poche parole, l’intera fascia costiera fortemente antropizzata fin dal V
secolo a.C. è sprofondata nel corso dei secoli sommergendo edifici ed
infrastrutture tra i più interessanti del mondo antico.
In età romana, infatti, la zona tra Punta Campanella e Capo Miseno era il cuore
della villeggiatura elegante dell’aristocrazia, con cospicui edifici privati e
pubblici presenti fin sulla battigia.
A seguito del fenomeno di abbassamento dei suoli tali edifici sono sprofondati
ed ora costituiscono una sorta di Pompei sommersa.
La celebre località romana di Baia giace nel fondale sabbioso del golfo di Baia,
tra la Punta Epitaffio e la Punta del Castello, a profondità variabile da un
minimo di 2 m ad un massimo di 16m.
Le prime ricerche di Archeologia
Negli anni ’50, grazie alle idee e agli studi di N. Lamboglia e A. Maiuri si
procedette ad uno scavo a terra al di sotto dell’attuale piano dell’area
archeologica, che permise di raggiungere quelle che probabilmente erano alcune
delle sorgenti che alimentavano le terme baiane.
Gli edifici romani si impiantarono su un'uniforme distesa sabbiosa, pertanto
oggi stanno sulla medesima batimetria e quindi non può continuarsi a credere che
sotto le onde giacciono ancora interi ambienti completamente occultati dal limo
e dai sedimenti marini. Ciò che si trova nelle condizioni sopra esposte è quanto
in epoca classica si trovava già sottoposto rispetto al piano terra degli
edifici romani ; si tratta perciò, come può agevolmente intendersi, di vasche
termali, bacini di ninfei ed eventuali ambulacri di servizio o criptoportici,
sicché non può trovar credito l'idea di una parte sommersa intesa come una serie
di terrazze digradanti con strutture che sarebbero assestate fino a quindici
metri di profondità.
Al largo di Punta dell'Epitaffio il rilievo del Lamboglia mostrava quella che
dubitativamente veniva ritenuta una strada ed una congerie di massicci piloni in
muratura intesi come parte superstite di una terrazza sospesa verso il mare.
Atri improvvisati ricercatori, qualche tempo più tardi, giunsero alla fantasiosa
conclusione che da lì partisse << una lunga strada selciata, larga sei metri,
che seguendo un asse rettilineo, si dirigeva verso la costa di Pozzuoli
all'altezza dei cantieri Pirelli >>.
Accantonata quest'ultima ipotesi, non suffragata da alcuna prova, resta da dire
che la situazione riportata dal Lamboglia è stata recentemente chiarificata da
nuove indagini, alle quali si deve il disegno di un organismo di modi,
peschiere, banchine ed edifici che andavano a comporre l'articolato quartiere
marittimo della villa dei Pisoni. Alcune utili riflessioni, infine, possono
essere fatte a proposito dell'evoluzione del fenomeno bradisismico. Recentemente
le ricerche condotte nel ninfeo di Punta dell'Epitaffio, pur in attesa della
pubblicazione definitiva, sembravano aver arrecato prove a conforto di quanto
asserito dal Lamboglia in proposito, riferendo al III sec. d.C. l'abbandono di
quell'edificio.
Non si può condividere tale tesi, giacché nelle vicine terme di Punta
dell'Epitaffio le ristrutturazioni ascrivibili al III o IV sec. d. C. sembrano
essere motivate dalla normale usura dei livelli pavimentali e non già da un
disperato tentativo di arginare le ormai incalzanti acque marine.
Se vi fosse realmente stata una crisi bradisismica avremmo dovuto coglierne le
tracce direttamente sul mare ; ed anche altrove, in prossimità del canale, le
strutture superstiti di terme e ville male si adattano a testimoniare i
drammatici toni di un più o meno repentino inabissamento.
Assai debole appare l'ipotesi della calamità naturale sopravvenuta nel III
secolo, così come nulla depone a favore dell'esistenza del lungo canale che lo
Andreae pone dinanzi al ninfeo imperiale. Quella del bradisismo è una storia
ancora tutta da scrivere, ma sembra non lontana dal vero l'ipotesi del
Frederiksen, secondo cui Baia sarebbe stata in gran parte fagocitata dal mare
verso il VII - VIII sec. d.C.
Sono passati esattamente 48 anni dal momento in cui furono effettuati da Nino
Lamboglia i primi lavori di rilevamento a Baia e proprio il 22 settembre del
1959 a bordo della nave “Daino” iniziò lo scandagliamento della rada nella zona
che si estende tra i limiti della città sommersa e la batimetria dei 16-18 m ove
un salto di 4 m sembrava indicare l’andamento dell’antica linea di costa.
Il programma prevedeva l’elaborazione di una carta di archeologia completa dei
resti sommersi realizzata attraverso la perlustrazione integrale di tutto il
fondale compreso nell’arco costiero tra Baia e Pozzuoli che venne
convenzionalmente diviso in grandi quadrati di 500 m di lato a loro volta
suddivisi in 25 quadrati più piccoli di 100 m di lato.
L’attenzione fu concentrata sulla zona antistante la punta dell’Epitaffio che
meglio delle altre si prestava ad essere presa in esame anche per questioni
logistiche.
Fin dall’inizio il lavoro si rivelò particolarmente interessante dal punto di
vista metodologico poiché per la prima volta venivano affrontati i complessi
aspetti del rilievo e dello studio sistematico di zone archeologiche sommerse.
A breve distanza dalla punta Epitaffio , alla profondità media di circa 6 metri
fu individuato parallelamente alla costa il tracciato di una strada selciata a
grandi blocchi articolata in tre tratti disposti a trapezio , per una lunghezza
di alcune centinaia di metri. Alla strada si allineava in parte un lungo
porticato e le si affiancavano numerosi altri edifici.
Nel rilievo del 1960 si può osservare come del ninfeo, allora quasi interamente
ricoperto dalla sabbia e da grossi crolli precipitati dalla parte più elevata
della punta, s’intravedessero appena le sommità del muro occidentale e di quello
meridionale.
Bene evidente, poco più a sud, un’imponente fronte monumentale relativa
all’edificio del ninfeo, costituita da una grande arcata centrale affiancata da
due più piccole.
Poco oltre verso Est, venivano individuati vari ambienti, quasi certamente
destinati ad uso termale: lo indicano la forma, particolarmente quello a pianta
circolare, simile ad ambienti analoghi di complessi termali d’età imperiale,
l’orientamento e le caratteristiche costruttive, con le tipiche
sottopavimentazioni in cotto ed i resti di pilastri (suspensurae) di sostegno
pavimentale.
Fu anche avviata in quell’occasione un’intensa opera di perlustrazione dei
fondali che interessò un vasto settore dell’area urbana portando alla scoperta
dei resti di numerose strutture, in gran parte coperte dal limo e dalla
vegetazione marina, che dalla punta Epitaffio s’inoltravano verso il largo per
circa 400 m, fino alla presumibile linea di costa antica.
Una massiccia serie di piloni in calcestruzzo disposti lungo il margine di essa,
alla profondità di 16-18 m, ha fatto pensare ad una gettata di blocchi
effettuata a protezione del fronte costiero.
Oltre ai lavori di esplorazione, furono condotti alcuni saggi di scavo molto
limitati; particolarmente indicativo quello dell’ambiente rettangolare con
esedra, posto subito accanto all’ingresso monumentale dell’edificio del ninfeo,
all’interno del quale fu incontrato un consistente strato di materiali di
riempimento databili verso la fine del III secolo d.C.

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