10 Le quattro nicchie della parete orientale
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DIONISO CON PANTERA
Durante la prima campagna di scavo del 1981 fu trovata, in prossimità della prima nicchia del lato orientale, in posizione di caduta e rotta in diversi frammenti, la statua di Dioniso con pantera.
E’ una rielaborazione in chiave romana di un originale di età greca, che si
richiama alle opere del grande maestro ateniese Prassitele. Il giovane dio si mostra con i capelli annodati dietro la nuca ed è nudo al cospetto dell’animale a lui fedele. Nella mano sinistra, probabilmente, reggeva un tirso (bastone nodoso e contorto sormontato da un viluppo d’edera) posizionato obliquamente tra i due piedi, mentre nella mano destra abbassata, un Kantharos (contenitore usato per bere con alto collo svasato). Il felino, posizionato tra il drappo e la gamba destra del dio, è accovacciato sulle zampe posteriori, solleva la zampa anteriore sinistra e volge in alto il capo per guardare il suo padrone (l’animale e il dio si fissano). La pantera porta al collo un tralcio di vite, formato da foglie e grappoli d’uva pendenti, annodato sul davanti. Essa mostra la bocca spalancata da cui fuoriesce la lingua, pronta a carpire le gocce del vino che Dionisos, volutamente, lascia cadere dalla coppa. Nell’iconografia voluta da Claudio per l’impianto baiano, Dionisos, dio dell’ebbrezza e della felicità, aveva diverse valenze. Egli era il dio a cui Ulisse aveva chiesto aiuto per ubriacare Polifemo prima di procedere al suo accecamento. La straordinaria bellezza della scultura si manifesta anche nell’ambiguità del corpo nudo, che evidenzia sia gli attributi maschili, sia la sinuosità e la bellezza di un corpo femminile. Forse, per richiamare l’attenzione dei suoi ospiti sul degrado morale in cui cadde Baia nei primi anni dell’impero, fu lo stesso Claudio a commissionarla con quelle particolari caratteristiche. Marziale, eccelso poeta erotico e satirico, dipinse la viziosa società romana e le esuberanze lussuriose e peccaminose di Baia con caustica ironia. In un sol colpo annullò quanto aveva proposto per Baia, col suo spot pubblicitario, Orazio (Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis), trasformando la casta Levina, da matrona distinta e austera, in donna dai facili costumi: “La casta Levina, che non la cedeva alle antiche Sabine, ed era più rigida del rigidissimo marito, mentre passava dal Lucrino all’Averno e spesso si ristorava con le acque di Baia, cadde nel fuoco dell’amore: abbandonò il marito e seguì il suo ragazzo. Così era venuta Penelope e ne ripartì Elena”. …INVENEMQUE SECUTA RELICTO CONIUGE PENELOPE VENIT, ABIT HELENE. Dalla Grecia occupata Roma importò “tutto”: la purezza dell’arte, gli usi e i costumi e finanche alcune pratiche sessuali, come la pedofilia e l’omosessualità. Per la legittimazione di Claudio la statua di Dionisos, nel programma iconografico, era fondamentale. Il dio dell’ebbrezza e della felicità rappresentava, nel racconto muto scritto nel freddo marmo delle statue, il nume tutelare di Marco Antonio, mentre Apollo era il nume tutelare di Ottaviano Augusto. Grazie ad entrambi i personaggi, che figuravano nell’albero genealogico dell’imperatore (mentre Marco Antonio era il nonno materno, Augusto figurava sia da prozio che da nonno paterno di Claudio, poiché aveva sposato in terze nozze Livia Drusilla, madre di Druso), e alle restanti statue di Baia, Claudio legittimava la propria ascesa al potere. STATUA DI BAMBINA c.d. OTTAVIA CLAUDIA Nel corso della stessa campagna di scavo fu recuperata, in prossimità della terza nicchia ricavata nel lato orientale, la copia ritratto di una bambina dall’apparente età di 6-8 anni. La bambina indossa un chitone, cinto sotto la vita da una fascia di stoffa, che le avvolge le braccia. Di questa statua, che si richiama alle statue onorarie delle cosiddette “orsette” di Brauron, Delfi ed altri luoghi, esiste una replica al Museo Archeologico Nazionale Romano. La veste, insieme al mantello, scivola giù dalla spalla sinistra, scoprendo il busto infantile.
La fanciulla mostra un’acconciatura caratteristica propria dell’età Claudia. I capelli, ripartiti in ciocche ad arco, scendono sulla fronte a formare frange ondulate. Nella scriminatura, al centro della testa, è posto un prezioso ornamento: il discriminalia. Questo gioiello, particolarmente ricco, connota l’appartenenza della bambina ad un alto rango sociale. L’ornamento prezioso è formato da due file di cinque perle collegate tra loro da quattro dischetti aurei, mentre è visibile sulla fronte un pendente a losanga ricoperto da una lamina d’oro. A questa bambina, inizialmente, fu attribuito il nome di Octavia Claudia, l’infelice figlia dell’imperatore Claudio e Messalina, che finì in sposa a Nerone e che fu da questi relegata e, successivamente, fatta uccidere nella piccola isola di Pandataria, (Ventotene). Una nuova rielaborazione curata dalla Soprintendenza Archeologica la identifica, invece, con un’altra figlia dell’imperatore che morì in tenera età - la falena, vincolata fra i polpastrelli della mano destra, rappresenterebbe, se lasciata cadere nel fuoco del tripode, l’anima che si libera dal corpo -. STATUA DI DIONISO CON CORONA DEDERA Recuperata in prossimità della prima nicchia della parete orientale, la statua di Dionisos con corona d’edera si presentava, diversamente dalle altre statue del ninfeo, rotta in diversi frammenti. Dopo un lungo e minuzioso lavoro di restauro, la snella figura del dio mostra sulle spalle il nebris, la pelle ferina; i capelli sono folti sul davanti, ripartiti in bande ondulate e allungati in entrambi i lati in ciocche, e annodati a fiocco sulla nuca; la testa è cinta da una meravigliosa corona intrecciata di due rami d’edera, mentre il giovane volto sfoggia una lunga cicatrice, segno lasciatogli dalla rovinosa caduta dalla nicchia. Nudo e slanciato nello spazio è Dionisos, che ostenta, fra il gluteo e la coscia destra, il grappolo d’uva: il simbolo del dio del vino.
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