3 Sala del Sacello degli Augustali
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Entrando nella sala si è colti da emozione, incredulità e meraviglia di fronte a tanta grandezza. Davanti ai nostri occhi, quasi come sorgesse dalle fondamenta del Castello di Baia, compare il prospetto marmoreo del Tempio.
Alto più di sette metri, era composto da quattro colonne di marmo cipollino (ora ne restano solo due) sormontate da capitelli del tipo “pergameno” (purtroppo persi). Oggi, sopra queste, si distingue il bellissimo frontone di marmo decorato. Al centro di quest’ultimo, una corona di fronde di quercia è retta da due Vittorie alate al cui interno sono visibili i ritratti del curatore Lucio Lecanio Primitivo e della moglie Cassia Vittoria. Scolpito a rilievo molto basso e tra i due ritratti, si nota il pileus, tipico copricapo sacerdotale. Sulla trave è scritta, nel marmo di Luni, una dedica che tradotta in italiano afferma: “CASSIA VICTORIA, FIGLIA DI CAIO, SACERDOTESSA DEGLI AUGUSTALI (FECE RICOSTRUIRE) IL PRONAO CON LE COLONNE E GLI EPISTILI A NOME SUO E DEL MARITO LUCIO LECANIO PRIMITIVO. A SEGUITO DELLA STRAORDINARIA BENEVOLENZA DEGLI AUGUSTALI NEI PROPRI RIGUARDI, IN OCCASIONE DELLA DEDICA OFFRI’ UN BANCHETTO E DISTRIBUI’ A CIASCUNO DI ESSI 12 SESTERZI” Nell’angolo di sinistra del frontone è visibile il delfino mentre nell’angolo opposto la poppa di una nave. L’animale marino era considerato sacro dai romani e veniva rappresentato spesso sia nella statuaria che nelle immagini monetali. Esso, probabilmente, stando al simbolismo, personificava la città di Miseno e di conseguenza, essendo il delfino animale marino, Miseno era città di mare. Il particolare della poppa della nave, invece, stabiliva il concetto di città militare. Ambedue insieme, verosimilmente, idealizzavano Miseno sia come città di mare sia come città militare. Alle spalle delle colonne e poste su di un piano rialzato, quasi a voler ricreare la cella e l’abside del tempio, si notano gli imperatori Vespasiano e Tito.
Le due statue furono realizzate dopo la morte dei due imperatori, quando al potere si trovava l’ultimo rampollo della Gens Flavia: Domiziano. L’aspetto marziale dei due Flavi, lo sguardo fiero e la nudità eroica, sancisce l’idea d’imperatori divinizzati. Il volto della statua di Tito, da un’attenta analisi, risulterebbe parzialmente rielaborato; tracce di scalpellature, visibili in alcune parti del viso, hanno fatto ipotizzare agli studiosi che inizialmente raffigurasse Domiziano. Al centro delle due statue vi è la copia della lastra di marmo (L’originale è rimasta in situ) con dedica al genio degli Augustali offerta, in epoca augustea, dal curatore Sesto Gallio Georgo. Essa fu apposta all’interno del Sacello pochi anni prima che il sovrastante costone tufaceo crollasse. Il tragico evento, che seppellì quasi totalmente l’area sacra, avvenne nella seconda metà del II sec. d.C. ed è quasi sicuramente da collegarsi ad un’eruzione del Vesuvio relativa a quel periodo. Nel riquadro a sinistra della lastra di marmo, risalente ai primi anni della seconda metà del II secolo d.C., è visibile la quadriga del dio del Sole (Helios), mentre nel riquadro in basso a destra, un barbuto marinaio è disteso sul fianco sinistro. Egli regge tra l’avambraccio e la spalla sinistra un’ancora; il braccio destro è alzato; la mano è aperta nel classico segno di saluto. Egli rappresenta la personificazione di Miseno.
A completamento del nucleo espositivo si nota la statua di una donna ammantata priva della testa. La scultura è stata datata alla prima età imperiale e si presenta con una ricca veste, con la mano destra che chiude sulla spalla sinistra il corpo in un elegante mantello. Priva della testa, che fu lavorata a parte, essa mostra al visitatore solo la mano destra. La statua si richiama allo schema scultoreo della c.d. Piccola Ercolanese. Segue, poi, la statua della dea dell’Abbondanza. Preservata dal crollo, che sigillò l’area sacra per secoli, la piccola statua si mostra con la caratteristica cornucopia bene in vista, dalla quale fuoriescono i frutti simboleggianti la prosperità. La mano destra, probabilmente, esibiva una patera (tipico piatto con cui venivano servite le pietanze sacre). Il volto è paffuto e la tipica acconciatura dei lunghi boccoli che scendono lungo il collo, presumibilmente, idealizzano un’aristocratica dell’età giulio-claudia. Infine, spostato verso destra, spicca, al centro della sala, il gruppo equestre in bronzo di Domiziano-Nerva.
Anche se del cavallo rampante restano solamente la testa, le zampe anteriori e lo zoccolo sinistro posteriore, questa di Miseno è l’unica grande composizione (cavaliere e cavallo) pervenutaci del tipo col cavallo rampante. Il gruppo equestre, rinvenuto nel tempio misenate, inizialmente idealizzava Domiziano (81- 96 d.C.). Dopo la sua morte e la damnatio memoriae (prevedeva la distruzione di tutte le tracce che potessero eternare il personaggio, come se il condannato non fosse mai nato – N. d. R.), grazie ad un sapiente lavoro di riutilizzo, raffigurò il suo successore Nerva 96 – 98 d.C.). Per ben comprendere il personaggio Domiziano, dobbiamo raffrontare il gruppo equestre di questo imperatore con quello del Marco Aurelio al Campidoglio. In quel di Roma, l’imperatore “filosofo” si esprime dalla posizione statica del cavallo (solo la zampa anteriore destra è alzata); il cavaliere regge con la mano sinistra le redini e con l’altra distesa tranquillizza la città: Marco Aurelio è visto come il Pacator (il pacificatore). Diametralmente diverso è, invece, l’atteggiamento della statua di Domiziano – Nerva al Museo Archeologico dei Campi Flegrei. L’imperatore è in groppa al cavallo rampante e serra le gambe al ventre dell’animale; con la sinistra tiene con forza le redini e saetta lo sguardo verso il basso, mentre il braccio destro è alzato e la lancia, stretta nel pugno (che dobbiamo immaginare), è pronta a colpire il nemico (forse nei pressi del cavallo vi erano alcune statue, atte a simboleggiare città e province conquistate da Domiziano). La straordinaria forza espressiva e l’inusitata violenza che traspare dal gruppo bronzeo, riflette una ideologia militare riservata al conquistatore, al condottiero vittorioso. Il cavaliere è, quindi, visto come il Dominator. Il modello scultoreo, a cui si richiama il gruppo di Miseno, era quello innalzato a Dion da Lisippo nel 334 a.C. Una copia di quel capolavoro fu rinvenuta a Ercolano; si tratta di una realizzazione in scala del gruppo commemorativo della battaglia di Granico, in cui Alessandro il Grande colpisce di fendente un persiano.
Che prima di Nerva vi fosse sul cavallo Domiziano, lo si può capire analizzando
la corazza. La lorica è corta ed è uguale a quella che indossava in battaglia il
grande macedone. Sullo spallaccio destro è visibile Ercole bambino che strozza i
serpenti; al centro campeggia un’egida con gorgonejon, elemento
iconografico relativo a Minerva, divinità ritenuta progenitrice della Gens
Flavia. In entrambi i casi e per motivi differenti, i due imperatori cercarono di immedesimarsi col grande condottiero macedone. Sono poche le iconografie giunteci dell’imperatore Nerva; il suo regno durò appena due anni (dal 96 al 98 d.C.). La maschera facciale della statua equestre ne evidenzia fedelmente i tratti somatici. Quando salì al potere, nel 96 d.C., aveva quasi 70 anni. Egli era un grande legislatore ma vecchio e stanco, tanto da farsi affiancare sul trono di Roma dal figlio adottivo Traiano. Nerva non aveva un fisico eccezionale come il suo pericoloso predecessore; basso di statura, come del resto buona parte dei romani, era minuto nel fisico e col volto scarno. Ciò creò non pochi problemi agli artisti di Miseno, allorquando dovettero inserire, nel testone di Domiziano, la maschera facciale dello scarnito Nerva. |