LA VIA DOMITIANA

Una strada che metteva in comunicazione Sinuessa con Literno e Pozzuoli, fosse pure in semplice terra battuta o sotto forma di pista polverosa, esisteva già dal 215 a. C., allorquando fu aperta da Quinto Fabio Massimo durante la seconda guerra punica. Nello stesso anno questa strada fu utilizzata dal console T. Sempronio Gracco, come ci tramanda Livio (Annales, Deca terza, lib. III):

“Sinuessae, quo ad conveniendum diem edixerat, exercitu lustrato, transgressus Vulturnum, circa Liternum castra posuit.”

Solo nell’anno 95 d. C., per volere di Domiziano imperatore, nonché console per la diciassettesima volta, questa strada venne rifatta e lastricata, e resa efficiente a tal punto che diventò percorribile in appena due ore. Nacque così la Via Domitiana.

P.Stazio, Silvarum, lib. IV, 3, vv. 35 –37:

“ At nunc, quae solidum diem tenebat, horarum via facta vix duarum .“

(traduzione, in endecasillabi, di A. Giuliani)

“Ma viene ora percorsa in sol due ore la via che un giorno intero richiedeva.”

In realtà, l’antico tracciato era alquanto scomodo e disagevole:

Stazio, op. cit. vv. 27 – 35:

“Hic quondam piger axe vectus uno nutabat cruce pendula viator, sorbebatque rotas maligna tellus, et plebs in mediis Latina campis horrebat mala navigationis; nec cursus agiles, sed impeditum tardabant iter orbitae tacentes, dum pondus nimium querens sub alta repit languida quadrupes statera.”

“Un tempo, qui, il passeggero lento viaggiando su un sol asse trabalzava, pel pendulo timon, e la maligna terra le ruote assorbiva, e la plebe latina, in mezzo ai campi, temer dovea della navigazion tutti i malanni; né agili i viaggi, ma il cammin lento ritardavan le silenziose ruote, mentre, incapace a sopportare un peso troppo grande, la languida giumenta sotto l'alta stadera s'accasciava.

Per questo Domiziano volle che si costruisse una strada come si deve; la qual cosa richiese naturalmente un lavoro assai lungo e faticoso:

Stazio, op. cit. vv. 40 – 60:

“Hic primus labor inchoare sulcos et rescindere limites et alto egestu penitus cavare terras; mox haustas aliter replere fossas et summo gremium parare dorso, ne nutent sola, ne maligna sedes et pressis dubium cubile saxis; tunc umbonibus hinc et hinc coactis et crebris iter alligare gonfis.

O quantae pariter manus laborant! Hi caedunt nemis exuuntque montes, hi ferro scopulos trabesque levant; illi saxa ligant opusque texunt cocto pulvere sorditoque tofo; hi siccant bibulas manu lacunas et longe fluvios agunt minores. Hae possent et Athon cavare dextrae et maestum pelagus gementis Helles intercludere ponte non natanti.

His parvus, nisi cliviae vetarent Inous freta miscuisset Isthmos. Fervent litora mobilesque silvae, it longus medias fragor per urbes, atque echon simul hinc et inde fractam Gauro Massicus uvifer remittit.

Miratur sonitum quieta Cyme et Literna palus pigerque Safon.

“Tracciare i solchi è qui il primo lavoro e aprir sentieri e a fondo il suol scavare vuotandone di terra  l’alto strato; quindi d’altro riempir le vuote fosse e al sommo dorso apparecchiare il grembo, chè incerto il suol non sia, né malfidato il fondo, e dubbio il letto a pietre presse; allor temp’è di lastricar la via di qua e di là con le serrate selci fasciandola con i folti cavicchi.

O quante mani insieme a lavorar! Chi taglia i boschi e chi denuda i monti, chi leviga col ferro massi e travi; chi le selci collega e le cementa con cotta polvere e sordido tufo; chi con le man prosciuga acquose pozze ed incanala lontan  i fiumicelli.

Potrebber queste destre pur scavare l’Athon e superar, con un aereo ponte, per la gemente Elle il mesto mar.

Per esse, l’istmo d’Ino, picciol cosa, confuso avrebbe già l’acque de’ mari, se i fati non l’avessero negato.

Fervono i lidi e le agitate selve, va, in mezzo alle città, lungo, il fragore, e l’eco, risonante d’ambo i lati, Il Massico pien d’uva al Gauro torna.

Cuma silente, al frastuon si stupisce e resta attònita la literna palude e sconcertato sta, pigro, il Savone.

La Via Domitiana aveva inizio a Sinuessa,  laddove la Via Appia svoltava per Capua; quindi,  mentre l’Appia si dirigeva verso sud–est, lambendo le pendici del Monte Petrino, la Via Domitiana proseguiva lungo il litorale:

Stazio, op. cit. vv. 101 – 106:

Illic flectitur excitus viator, illic Appia se dolet relinqui.

Tunc velocior ac riorque cursus, tunc ipsos iuvat impetus iugales; ceu fessis ubi remigum lacertis primae carbasa ventilatis, aurae.

Colà il viaggiator, rapido, svolta colà, a lasciarsi, l’Appia se ne duole.

Più accesa e più veloce è allor la corsa, allor lo slancio inebria anche i cavalli; sì come quando stanche son le braccia de’ remator, allor tosto le vele i primi venti iniziano a gonfiare.

 

Il tragitto completo, da Sinuessa a Puteoli, misurava 33 miglia romane, pari a circa Km 49.

Lungo il suo  percorso,  la   Domitiana    transitava mediante ponti, sicuramente in muratura, su tre fiumi: nell’ordine, il Savone, il Volturno ed il Clanio (chiamato anche Liternum flumen, nonché immissario ed emissario della Palus Liternina, oggi Lago di Patria); attraversava centri abitati quali Vulturnum (Castelvolturno), Liternum (Lago Patria) e Cumae, prima di giungere a Puteoli. Partendo dalle pendici del Monte Màssico, attraversava tutta la pianura alluvionale formata dai tre fiumi, costeggiando il litorale e la lunghissima pineta costiera, la Sylva Gallinaria, per poi pervenire ai rilievi dei Campi Flegrei, lambendo le coste di Cuma (percorso meno antico), ma anche transitando sotto il fornice dell’Arco Felice (percorso antiquior). Da Cumae si portava poi a Puteoli sia con un percorso più lungo (circa sei miglia), passando per In Vinias (Tripergole), quindi  a nord del lago Avernum, e alle pendici del monte Gàurus, e  sia con un percorso più breve (circa tre miglia), che tagliava per il Fusaro, Baiae ed il lago Lucrinus.

Testimonianze archeologiche di questa via sono assai visibili a Cuma. Durante il Fascismo, poi,  l’Opera Nazionale Combattenti, nel suo lavoro di bonifica, ne mise alla luce taluni tratti in pianura, che corrono paralleli all’odierna SS. Domiziana.

Cuma: l'Arco Felice.

CUMA: l'Arco Felice.

Lo splendore di questa strada, nell’antichità, era grande.

Già al suo inizio, laddove si distaccava dall’Appia, la Domitiana era ornata di un grandioso arco di trionfo:

Stazio, Silvae, lib. IV, 3:

Huius janua, prosperumque limen Arcus belligeri Ducis trophaei Et totis Ligurum nitens metallis.

E’ porta di costei, prospero ingresso, un arco di trionfo del guerriero duce, e splendente d’ogni ligur marmo.

Marziale, Epig. 1 – 8 – 65:

Stat sacer endomitis gentibus arcus ovans.

Sta l’Arco sacro, monumental trionfo su popoli sconfitti.

Splendido doveva essere anche il grande ponte sul Volturno, che rivestiva di giusta dignità questo fiume.

Stazio, Le Selve:

”Iam pontem fero, perviusque calcor et terras rapere, et  rotare sylvas assueram (pudet) amne esse coepi”.

Già porto il ponte e più agevolmente mi si attraversa, io, che solevo terre trascinar e (me ne vergogno) selve rotolar, comincio ad esser un fiume.

Centri abitati, ma anche ville, mansiones, palazzi, archi di trionfo,  edicole votive, are, portici, templi e sepolcri costeggiavano ed ornavano questa importante arteria, percorsa, nei secoli, da quando era una via poco agevole a quando fu ricostruita da Domiziano e fino alla caduta dell’Impero Romano, da personaggi famosi: da Sempronio Gracco a Scipione l’Africano, da Cicerone ad Attico, da Virgilio  ad Orazio, a Stazio, a Marziale,ed a tanti  imperatori romani.

Alessandro Giuliani

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