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Alzheimer: un vaccino per non dimenticare

Lo hanno brevettato i ricercatori di due strutture del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr): l’Istituto di genetica e biofisica (Igb) e l’Istituto di biochimica delle proteine (Ibp). Agisce producendo anticorpi contro il beta-amiloide, un peptide coinvolto in questa forma di demenza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ‘Immunology and Cell Biology’.

Si chiama (1-11)E2 ed è un vaccino di nuova generazione, capace di innescare una risposta immunitaria contro il beta–amiloide, un peptide che si accumula nel cervello dei malati di Alzheimer, causando danni alla memoria e alle capacità cognitive. A realizzarlo, due istituti napoletani del Consiglio nazionale delle ricerche: l’Istituto di genetica e biofisica (Igb-Cnr) e l’Istituto di biochimica delle proteine (Ibp-Cnr). Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Immunology and Cell Biology.

La molecola, per la quale è stato appena concesso il brevetto italiano e per cui è stata depositata una domanda di brevetto internazionale, consiste in una proteina chimerica, ottenuta cioè dalla fusione di due proteine diverse: un piccolo frammento del peptide beta-amiloide, coinvolto nell’Alzheimer, unito con una proteina batterica. La sostanza è capace, in provetta, di auto-assemblarsi formando una struttura simile a un virus per forma e dimensioni.

Sono ormai 10 anni che ricercatori di tutto il mondo stanno esplorando la possibilità di prevenire l’Alzheimer con un vaccino: le prime sperimentazioni sull’uomo hanno acceso molte speranze, ma anche evidenziato possibili effetti collaterali gravi, che ne impediscono l’utilizzo”, spiega Antonella Prisco, dell’Igb-Cnr, coordinatrice della ricerca. “Usando il bagaglio di esperienze accumulato, abbiamo messo a punto la molecola (1-11)E2, cercando di minimizzarne i rischi per l’organismo e di ottimizzarne l’efficacia terapeutica”.

La sperimentazione è attualmente nella fase pre-clinica, che prevede la somministrazione del vaccino a topi normali. Il passo successivo consiste nel testare l’efficacia terapeutica e i possibili effetti collaterali in topi transgenici che sviluppano una patologia simile all’Alzheimer.

Il vaccino che abbiamo prodotto induce rapidamente una forte risposta anticorpale contro il peptide beta-amiloide e polarizza la risposta immunitaria verso la produzione di una citochina anti-infiammatoria, l’interleuchina-4, confermando le proprietà immunologiche auspicate”, precisa la ricercatrice dell’Igb-Cnr. “Attualmente si ricorre ampiamente ai vaccini per prevenire le malattie infettive, ma anche una patologia come l’Alzheimer potrebbe essere prevenuta o curata mettendo in atto un processo simile”, conclude Piergiuseppe De Berardinis dell’Ibp-Cnr. “Il vaccino induce la produzione di anticorpi, questi ultimi si legano al peptide che causa la malattia, favorendone così l’eliminazione. Ora stiamo lavorando sui ‘carrier’, molecole o micro-organismi utili a convogliare la risposta immunitaria sui bersagli desiderati”.


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CRISI “CANTIERI DI BAIA”:
AZIENDA E LAVORATORI RICEVUTI DAL SINDACO

SCHIANO: SIAMO VIGILI SU QUANTO STA ACCADENDO

Nella giornata di ieri il sindaco di Bacoli Ermanno Schiano ha ricevuto presso la sala Giunta del Comune una delegazione di dipendenti e i vertici aziendali dei “Cantieri di Baia”. L’incontro era stato chiesto dal primo cittadino preoccupato per lo stato di agitazione indetto nei giorni scorsi dai lavoratori dell’azienda finiti in cassa integrazione. Un tavolo di confronto durante il quale si è affrontata la problematica che vede da una parte l’azienda in difficoltà per la grave crisi che sta investendo l’intero settore nautico; dall’altra i lavoratori che temono la perdita del proprio posto di lavoro. Durante l’incontro l’amministratore delegato dei “Cantieri di Baia” Alessandro Capasso e il dirigente Roy Capasso pur sottolineando le difficoltà che l’azienda sta vivendo si sono detti disponibili ad avviare un percorso per arginare la crisi e salvaguardare i posti di lavoro «Siamo vigili su quanto sta accadendo – afferma il sindaco Ermanno Schiano – Purtroppo ci troviamo di fronte ad un grave periodo di crisi che investe l’intero settore. Da parte nostra c’è tutta la solidarietà e la vicinanza sia nei confronti dei lavoratori, ai quali vanno garantiti gli stipendi, e sia nei confronti dell’azienda, che nonostante il periodo di crisi, si è detta pronta ad attivare un percorso per salvaguardare i propri dipendenti».


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Comune di Bacoli
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La senescenza cellulare non ferma il tumore

La senescenza cellulare che avviene spontaneamente nelle cellule di melanoma non ne arresta la crescita. A evidenziarlo uno studio realizzato da un team di ricercatori di Cnr, Università di Milano e Cornell University. I risultati, appena pubblicati su PLoS Computational Biology, accertano anche la presenza delle staminali tumorali nel melanoma, responsabili della sua crescita e quindi potenziali obiettivi terapeutici.

Le cellule tumorali, inserite in un ambiente nutritivo e di crescita adatto, tendono a proliferare indefinitamente. Questo ha fatto supporre che la senescenza cellulare potesse rappresentare una barriera alla loro crescita. Una collaborazione interdisciplinare tra l’Istituto per l’energetica e l’interfasi del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano (Ieni-Cnr), l'Università di Milano e la Cornell University (Usa) ha mostrato come la senescenza cellulare, che avviene spontaneamente nelle cellule di melanoma, non ne arresta la crescita. I risultati dello studio sono stati appena pubblicati sulla rivista open access PLoS Computational Biology.

“Il lavoro ha cercato di esplorare la relazione tra il melanoma e la senescenza cellulare, ovvero il processo naturale per cui le cellule, invecchiando, smettono di dividersi”, spiega Stefano Zapperi dello Ieni-Cnr. “Da qui l’idea di seguire la crescita in vitro di cellule di melanoma, monitorando il numero di quelle senescenti. Dopo tre mesi, effettivamente, la crescita ha cominciato a rallentare e la maggioranza delle cellule sono diventate senescenti, ma senza che il processo di crescita si arrestasse mai completamente. Infatti, subito dopo è ripreso alla velocità iniziale, mentre le cellule senescenti sono progressivamente scomparse”.

Una consistente presenza di cellule senescenti è stata osservata nei tumori ottenuti in topi immunocompromessi (con sistema immunitario modificato). “Successivamente è stato sviluppato un modello matematico per spiegare meglio tale processo, basato sull'ipotesi che all'interno del tumore sia presente una piccola frazione di cellule staminali tumorali che si divide indefinitamente, senza andare in senescenza”, aggiunge Zapperi. “Oltre a riprodursi, queste cellule originano una vasta popolazione di cellule tumorali ordinarie, che si dividono solo per un certo numero di volte prima di diventare senescenti”. Il modello è stato confrontato con i dati sperimentali, permettendo di riprodurre quantitativamente sia le curve di crescita, sia l'evoluzione del numero delle cellule senescenti.

“Tale modello fornisce una conferma indiretta della presenza di cellule staminali tumorali nel melanoma, una questione ancora dibattuta e facilmente estensibile ad altri tumori in cui la presenza di staminali tumorali è invece assodata”, prosegue il ricercatore. “Benché una gran parte delle cellule tumorali possano andare in senescenza, indurre tale processo non sembra una strategia terapeutica promettente, visto che queste cellule risultano irrilevanti per la crescita del tumore. Simulazioni del modello mostrano che accelerare la senescenza porterebbe solo a una scomparsa temporanea del tumore, che poi ricomincerebbe a crescere sostenuto dalle cellule staminali tumorali”.

L’accertata presenza di queste cellule nel melanoma potrebbe però aiutare a sviluppare nuovi metodi per curare questo tipo di tumore. “La sfida è superare la resistenza alla senescenza delle staminali tumorali e sviluppare metodi che colpiscano specificamente queste cellule”, conclude Zapperi.


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Aumento della CO2, pesci a rischio

Due studi condotti dall’Iamc-Cnr indagano gli effetti negativi sugli organismi marini degli elevati livelli di anidride carbonica negli oceani: disfunzioni nello spostamento e nell’allontanamento dai predatori. Le ricerche sono pubblicate su Biology Letters e Nature Climate Change.

La concentrazione di anidride carbonica negli oceani è in continuo aumento, con potenziali conseguenze negative sulla vita degli organismi marini. Due recenti ricerche, condotte da Paolo Domenici dell’Istituto per l’ambiente marino e costiero del Consiglio nazionale delle ricerche di Oristano (Iamc-Cnr) con i ricercatori della James Cook University e dell’ Università di Oslo, evidenziano effetti deleteri e rischiosi sui pesci, come la perdita della naturale tendenza a spostarsi preferenzialmente su un lato davanti a un ostacolo e di quella ad allontanarsi dall’odore di un predatore.
“Il primo studio, effettuato nella barriera corallina australiana e pubblicato su Biology Letters, dimostra con i livelli di CO2 previsti nel 2100 la perdita della lateralizzazione, ovvero della preferenza per il lato destro o sinistro durante gli spostamenti quando si trovano davanti a un ostacolo”, spiega Domenici. “Un altro, appena pubblicato su Nature Climate Change, rileva che i pesci invertono la capacità di allontanarsi dall’odore di un predatore, con ovvie e pericolose conseguenze per la loro sopravvivenza”.
Alcuni studi avevano dimostrato gli effetti negativi dell’aumento di anidride carbonica negli oceani per gli organismi con gusci calcarei e le alterazioni sensoriali indotte da tale fenomeno nei pesci. “Ora abbiamo scoperto che queste disfunzioni comportamentali, di cui non si conosceva il meccanismo, sono dovute al malfunzionamento del GABA-A, un recettore del sistema nervoso centrale con fondamentali effetti su diversi tipi di neuroni che dipende dalle quantità relative di ioni quali cloro e bicarbonato, a loro volta alterate dall’esposizione a livelli elevati di CO2”, prosegue il ricercatore Iamc-Cnr.
I ricercatori hanno dimostrato tale meccanismo mediante un esperimento: “Dopo essere stati sottoposti alla alta concentrazione di anidride carbonica, i pesci venivano esposti alla gabazina, una sostanza che blocca il recettore GABA-A: dopo trenta minuti di trattamento tornavano a sfuggire ai predatori e riguadagnavano la loro preferenza laterale”, conclude Domenici. “Poiché tale recettore è quasi universalmente presente nel sistema nervoso centrale degli organismi è perciò possibile che l’incremento negli oceani della CO2, aumentata del 40% negli ultimi due secoli e stimata per la fine del secolo tra 700-900 parti per milione contro le attuali 380 ppm, abbia enormi conseguenze sul comportamento e la sopravvivenza di numerose specie marine”.


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NUOVI MECCANISMI PER PRESERVARE LE OSSA DA OSTEOPOROSI, METASTASI E ALTRE MALATTIE

Uno studio dell’Università de L’Aquila e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma individua nuovi meccanismi che ci fanno comprendere come funzionano le ossa.

La salute delle ossa è di fondamentale importanza per poter condurre una vita normale già dall’infanzia: uno studio condotto dall’Università de L’Aquila in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e pubblicato su Nature Communications, indica che esistono nuovi meccanismi che regolano in modo assai complesso il metabolismo delle cellule presenti nelle ossa.

L’obiettivo dello studio era comprendere come alcuni fattori importanti per le cellule ossee lavorassero in maniera coordinata per permettere una normale funzione del tessuto e come questi fossero alterati in una serie di patologie che vedono coinvolto lo scheletro. «Da molti anni, in collaborazione con il Prof. Fabrizio De Benedetti, Responsabile della Reumatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, studiamo il ruolo svolto da una molecola nota come IL-6 nelle malattie infiammatorie dei bambini, le quali purtroppo riducono la loro crescita e li predispongono allo sviluppo di osteoporosi in età precoce» spiega Anna Maria Teti, coordinatrice del lavoro. «In questo studio abbiamo dimostrato che l’IL-6 non lavora da sola, ma lo fa insieme ad una molecola importante per la funzione delle cellule ossee che si chiama c-Src, e lo fa in modo molto complesso, con l’intervento di almeno un’altra molecola nota come IGFBP5». Le condizioni delle ossa sono estremamente importanti per una crescita armonica e per la salute generale sia dei bambini che degli adulti, in quanto una buona funzione dello scheletro influenza positivamente la funzione di tutti gli altri organi del corpo umano.

«L’aspetto forse più interessante» aggiunge Fabrizio De Benedetti «è che se inibiamo nel topo la proteina c-Src, l’osso ritorna normale anche se l’IL-6 rimane elevata. Questo è particolarmente importante visto che sono attualmente in sperimentazione farmaci sia contro l’eccesso di IL-6 sia contro c-Src che un domani potrebbero essere utilizzati anche nell’uomo».

«Il meccanismo con cui l’IL-6 media questo fenomeno è una sorta di sbilanciamento nel normale ricambio dell’osso» dice Barbara Peruzzi che ha ideato lo studio e condotto gli esperiementi. «In condizioni normali le nostre ossa sono sottoposte a due eventi contrapposti: la distruzione del tessuto vecchio, mediata da cellule chiamate osteoclasti, e la formazione di nuovo tessuto, causata invece dagli osteoblasti. Nelle persone sane fra questi due eventi c’è un equilibrio perfetto, mentre il nostro studio ha evidenziato che in presenza di elevati livelli di IL-6, tramite le alterazioni di c-Src e di IGFBP5, le ossa di animali da esperimento vanno incontro ad osteoporosi».

«Un altro aspetto a nostro avviso importante» sottolinea Barbara Peruzzi «è che questo nuovo meccanismo sembra avere un ruolo cruciale anche in cellule diverse da quelle ossee, come cellule tumorali e cellule coinvolte nei processi d’infiammazione. A tal proposito, nel nostro lavoro dimostriamo come l’inibizione di c-Src riduca notevolmente la formazione di metastasi ossee e l’induzione di processi infiammatori in esperimenti su topi, lasciandoci sperare che il nostro studio possa fornire benefici tangibili anche per le malattie umane di tipo oncologico e su base infiammatoria. Inoltre, abbiamo ottenuto dati preliminari che indicano come queste molecole possano essere determinanti anche nell’insorgenza di un tumore pediatrico molto aggressivo, l’osteosarcoma, grazie ai quali abbiamo ottenuto un finanziamento triennale dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro».

«La validità scientifica del nostro lavoro» spiega la Prof. Teti «è stata riconosciuta a livello internazionale con inviti a presentare i dati ottenuti a congressi internazionali e con premi quali “Young Investigator Award” e “President’s Poster Competition Award” conferiti alla Dott.ssa Peruzzi rispettivamente in Danimarca ed in California. Inoltre, questo studio è stato finanziato da una borsa di studio per la Dott.ssa Peruzzi, attribuitagli dalla “European Calcified Tissue Society”, e da finanziamenti europei».

«Siamo particolarmente orgogliosi che una così prestigiosa ricerca sia stata svolta presso il nostro dipartimento», sostiene il Prof. Edoardo Alesse, Direttore del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università dell’Aquila, «soprattutto dopo un periodo così complicato come quello post-terremoto. Siamo anche particolarmente grati all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in particolare al Direttore Scientifico, Prof. Bruno Dallapiccola, ed al coordinatore dell’area di ricerca di Medicina Rigenerativa, Prof. Maurizio Muraca, per aver affiancato la Prof. Teti e la Dott.ssa Peruzzi nello svolgimento di un così delicato progetto in un momento per noi tanto difficile». Gli fa eco la Prof. Silvia Bisti, Preside della Facoltà di Biotecnolgie dell’Università de L'Aquila presso la quale Anna Maria Teti presta servizio. «Il gruppo coordinato dalla Prof. Teti ha lavorato alacremente a questo progetto, senza interrompere le attività nonostante le condizioni ambientali causate dal terremoto fossero così sfavorevoli» commenta la Prof. Bisti. «Non si può non essere orgogliosi di questo risultato».


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Alzheimer? È una specie di diabete

Uno studio di biologi e biofisici del Cnr e dell’Università di Palermo indaga sui meccanismi che legano la malattia alla riduzione di insulina, aprendo la possibilità di individuare nuovi farmaci mirati. La ricerca è pubblicata su Aging Cell.

A mettere in luce i meccanismi molecolari comuni al morbo di Alzheimer e al diabete di tipo II, la ricerca ‘Insulin activated Akt rescues Aβ oxidative stress-induced cell death by orchestrating molecular trafficking’, nata dalla collaborazione tra gli Istituti di biomedicina e immunologia molecolare (Ibim) e di biofisica (Ibf) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Palermo e il dipartimento di Fisica dell’Università di Palermo. Al centro dello studio, pubblicato su Aging Cell, gli effetti della somministrazione di insulina su un modello di cellule neuronali, precedentemente trattate con piccoli aggregati della proteina beta-amiloide (A-beta), coinvolta nell'eziopatogenesi della malattia di Alzheimer.

“Uno studio statunitense aveva evidenziato come pazienti con valori elevati di glicemia avessero una probabilità dell’85% di ammalarsi di Alzheimer, allungando così l’elenco delle patologie associate al diabete, che già include disturbi cardiaci, renali, visivi e neurologici”, spiega Daniela Giacomazza dell’Ibf-Cnr. “In seguito è stato osservato che i pazienti affetti da Alzheimer presentavano una riduzione di insulina (ormone responsabile dell’assorbimento del glucosio a livello cellulare) tanto che si sarebbe potuto definire tale morbo un ‘diabete di tipo III’”.

Da qui l’idea di indagare su eventuali meccanismi molecolari comuni alle due patologie. “Alla base dell’insorgenza dell’Alzheimer vi è un’eccessiva produzione della proteina A-beta nelle cellule cerebrali, che andando ad accumularsi negli spazi intercellulari forma delle vere e proprie placche che sono una delle principali cause della progressiva degenerazione cellulare”, prosegue Marta Di Carlo dell’Ibim-Cnr.

Lo studio mostra che la somministrazione di insulina, in un sistema in vitro, rende reversibili tali effetti. “Dopo essersi legata al suo recettore sulla membrana dei neuroni, l’insulina provoca una serie di reazioni biochimiche che hanno come molecola chiave Akt, una proteina che attiva una cascata di eventi, tra cui la sua traslocazione dal citoplasma al mitocondrio, che annullano l’effetto degenerativo di A-beta”, prosegue Di Carlo. “In pratica, dopo il trattamento con l’insulina, i neuroni danneggiati sono capaci di riprendere la loro morfologia e ripristinare le funzioni compromesse”.

“Questa ricerca”, conclude Marta Di Carlo, “apre la possibilità di individuare nuovi farmaci che, agendo in maniera mirata su Akt o sulle molecole da essa attivate, possono essere utilizzati nella prevenzione e terapia dell’Alzheimer”. Questo disordine neurodegenerativo, ultimamente associato al diabete di tipo II, si manifesta generalmente tra i 60 e i 75 anni ed è una delle maggiori cause della ‘demenza senile’: colpisce più di un milione di individui in Italia e circa 30 nel mondo, un numero destinato a crescere.


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La nicotina espande la memoria

Questa sostanza aumenta la capacità della ‘working memory’, limitando però alcuni processi della scelta del movimento nel cervello umano. A dirlo uno studio dell’Ibfm-Cnr e dell’Università di Milano-Bicocca che suggerisce l’utilizzo della nicotina nel contrastare i disturbi mnestici e le discinesie motorie del morbo di Parkinson.

La nicotina è in grado di espandere le capacità della cosiddetta ‘memoria di lavoro’ o working memory, limitando però alcuni processi legati alla scelta e all’avvio del movimento nel cervello umano. È quanto emerge da uno studio realizzato dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Milano-Segrate in collaborazione con Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia dell’Università di Milano-Bicocca. L’indagine è stata presentata a Washington, al Congresso mondiale della Society for Neuroscience.

“I risultati confermano le scoperte della ricerca neurobiologica sui modelli animali, che evidenziano il ruolo cruciale della nicotina nel trattamento dei principali sintomi del Parkinson, come i disturbi della memoria e le discinesie motorie”, spiega Alberto Zani, ricercatore Ibfm-Cnr di Milano-Segrate. “In particolare, sono stati osservati un gruppo di non-fumatori e uno di giovani fumatori (7-20 sigarette per die; concentrazione plasmatica minima di nicotina = 0,062 mg), bilanciati dal punto di vista dello stato psicofisico e del livello culturale”.

La sperimentazione si è svolta in più prove. “Per testare i meccanismi cerebrali di orientamento selettivo dell’attenzione visuo-spaziale e misurare il tempo di reazione, i partecipanti dovevano mantenere la fissità dello sguardo, prestare attenzione a stimoli presentati in punti diversi dello spazio visivo, previamente segnalati, e rispondere premendo un tasto”, continua Zani. “Per indagare la memoria di lavoro, cioè il ‘magazzino’ che ospita temporaneamente le informazioni appena apprese al fine di riutilizzarle, durante l’esecuzione di un compito di attenzione spaziale, i volontari dovevano contare a ritroso, partendo da grossi numeri e sottraendo tre cifre alla volta, ad esempio 17.898, 17.895, 17.892, e cosi via. Nel compito mirato alla pianificazione, invece, i partecipanti erano obbligati a fare una scelta motoria, premendo il più velocemente possibile un tasto con l’indice o con il medio, in base a stimoli diversi”.

Durante l’esecuzione dei compiti, l’attività bioelettrica cerebrale dei volontari, denominata Erp (Potenziali correlati ad eventi), veniva registrata utilizzando 128 sensori. “Questo ha consentito di monitorare il variare della funzionalità cerebrale in funzione dei compiti e della stimolazione visiva”, spiega Alice Mado Proverbio. “Nel compito d’attenzione visuo-spaziale non si è registrata alcuna differenza tra i due gruppi nella velocità di risposta agli stimoli. Nel doppio compito attentivo-mnemonico i fumatori, in media, sono stati 50 millisecondi più veloci, mostrando anche molte meno omissioni di risposta. Questo gruppo, però, risultava di circa 100 millisecondi più lento nel compito di programmazione e decisione motoria”.

Grazie alla tecnica Loreta (Low resolution electromagnetic tomography) “è stato poi possibile, con immagini di risonanza magnetica tridimensionali, evidenziare il ruolo fondamentale svolto dai neuroni frontali e prefrontali dell’emisfero destro nella capacità di gestire un aumento del carico di lavoro e nell’espansione della working memory, indotte dai livelli plasmatici di nicotina”, continua Zani. “Questi risultati rappresentano un’importante evidenza sull’uomo che si accorda con gli studi di manipolazione genetica nell’animale secondo i quali topi knokout privi della sub-unità a5 dei recettori nicotinici, densamente presenti nella corteccia prefrontale, manifestano un deficit attentivo-mnemonico in condizioni di carico di lavoro mentale, rispetto ai topi normali, nonostante il trattamento con nicotina. Si apre quindi un’interessante prospettiva per l’utilizzo terapeutico della nicotina non soltanto per le discinesie, ma anche per i problemi di memoria del Parkinson. Questo è il primo studio a mostrare effetti sulla memoria nell'uomo da parte di questa sostanza, che possono trovare utili applicazioni nel trattamento, non solo del Parkinson, ma anche dell'Alzheimer".


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Giocano d’azzardo quattro italiani su dieci

Un nuovo studio dell’Ifc-Cnr sul gambling pubblicato su Springer Science. Dalla ricerca emerge che il giocatore a rischio è maschio, con bassa scolarizzazione e incline ad alcol e fumo. I giovani la categoria più problematica. Il fenomeno è in costante crescita in tutta Europa.

Il giocatore tipo è un maschio, con la licenza media inferiore, che beve alcolici e fuma. Ma la categoria più a rischio è quella dei giovani giocatori, che abusano anche di farmaci come i tranquillanti. È quanto emerge da una ricerca dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr), pubblicata su Springer Science.

Il 42% della popolazione campionata nelle fasce di età 15-24 e 25-64 ha giocato somme di denaro almeno una volta nel corso degli ultimi 12 mesi. In proporzione, possiamo considerare circa 17 milioni di persone coinvolte dal gioco d’azzardo, una sorta di epidemia sociale che condiziona molte famiglie italiane”, spiega Sabrina Molinaro dell’Ifc-Cnr, coordinatrice della ricerca. “Dichiara di aver giocato almeno una volta negli ultimi dodici mesi il 36% dei 15-24enni (equivalente a 2,2 milioni di giovani adulti), composto dal 27% di cosiddetti giocatori sociali e dal 9% di problematici, questi ultimi corrispondenti a 500 mila persone”.

Quindi, sebbene giochino meno in generale, i giovani presentano più frequentemente rispetto agli adulti situazioni di gioco problematico. “Negli adulti coloro che affermano di aver giocato almeno una volta negli ultimi dodici mesi sono il 45% (in proporzione 15 milioni), tra il 37% che non presenta criticità e l’8% classificato tra i problematici”, prosegue Molinaro.

Ad essere più esposta, secondo lo studio del Cnr Ipsad-Italia 2007-2008, è la popolazione maschile, in entrambe le fasce di età. “Gli uomini giocatori sono il 56% tra i 15-24enni e il 54% tra gli adulti. Il 10% dei giovani maschi giocatori rischia di sviluppare dipendenza da gioco d’azzardo, cioè cinque volte di più rispetto alle coetanee, anche se la popolazione femminile ha probabilità doppia di cadere nel gioco problematico rispetto agli uomini nella fascia 25-64”, aggiunge la ricercatrice dell’Ifc-Cnr. Ma a cosa è dovuta la predominanza maschile? “Una possibile spiegazione va ricercata nel marketing, orientato soprattutto verso i maschi, con un’offerta vasta di scommesse sportive, poker on-line, slot-machine. Solo di recente la pubblicità si rivolge alle donne con giochi come il bingo, gratta e vinci, lotto, superenalotto”.

Anche il livello di istruzione e la concomitanza di altre problematiche ha la sua influenza, soprattutto nella fascia giovanile. “I giocatori 15-24enni in possesso della sola licenza media inferiore, uomini e donne, cadono maggiormente nella dipendenza rispetto a chi ha conseguito la laurea. Inoltre, tra i giovani che usano tranquillanti tale possibilità è tripla, mentre per chi fuma oltre 11 sigarette e per chi ha un profilo di alcolismo è doppia”, conclude Molinaro. “Nel complesso, valutando l’impennata nella spesa per il gioco d’azzardo degli ultimi anni è necessario considerare, a prescindere dai benefici generati dall’attività del comparto, che per una fetta consistente della popolazione il gioco d’azzardo è una dipendenza da contrastare con opportune azioni”.


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Malattie dell’apparato urinario:
per gli esperti del Bambino Gesù la cura mininvasiva è questione di “atmosfere”

La tecnica innovativa pubblicata sul Journal of Endourology

Dura pochi minuti e può essere eseguita su bambini piccolissimi - al di sotto dell’anno di età – la tecnica mininvasiva per la cura risolutiva del megauretere messa a punto dagli esperti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Endourology: si tratta del primo articolo tecnico sul tema nella letteratura internazionale.

Il megauretere – patologia che colpisce circa l’1,3% dei neonati – consiste nella dilatazione del condotto (uretere) che collega il rene con la vescica a causa del restringimento della giunzione vescico-ureterale, cioè del tratto dell’uretere che entra nella muscolatura della vescica. Nei casi più gravi l’urina non defluisce correttamente e l’uretere che la contiene si dilata a dismisura, mettendo così in pericolo la funzionalità del rene.

Per risolvere il problema sin dai primissimi mesi di vita con evidenti vantaggi per il piccolo paziente - assenza di incisioni chirurgiche, brevissima degenza ospedaliera e ripresa funzionale immediata - all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è stata sviluppata la tecnica che consiste nell’inserimento endoscopico di un piccolo catetere con l’estremità a palloncino nel tratto ristretto dell’uretere. Il palloncino viene successivamente gonfiato con un mezzo di contrasto fino a raggiungere la pressione di 12-15 atmosfere per 5-10 minuti: il tempo necessario alla disostruzione definitiva.

La “dilatazione endoscopica con catetere a palloncino” è stata realizzata per la prima volta al mondo proprio al Bambino Gesù su una casistica omogenea di 9 bambini con megauretere ostruttivo di alto grado (15-22 mm di dilatazione), tutti di età inferiore ai 12 mesi.

Questo metodo sostituisce efficacemente il trattamento tradizionale che consiste nell’eliminazione chirurgica (sconsigliata nel primo anno di vita per il rischio di compromettere il futuro buon funzionamento della vescica) del tratto ristretto e nel successivo reimpianto dell’uretere ridotto di calibro, anticipando significativamente l’età in cui è possibile intervenire per la soluzione definitiva e mininvasiva del problema.


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L’età di un reperto? La svela il laser infrarosso

Realizzato dall’Ino-Cnr il primo apparato sperimentale che rivela per via ottica la concentrazione di radiocarbonio, elemento utilizzato per datare ritrovamenti organici. La strumentazione, economica e maneggevole, rivela molecole in quantità particolarmente basse con ricadute in settori come medicina, sicurezza e ambiente.

Il calcolo della quantità residua di carbonio 14 (14C) o radiocarbonio è da oltre trent’anni uno dei metodi più diffusi per stabilire l’età dei reperti archeologici di origine organica - quali legno, carta, ossa, tessuti - mediante gli spettrometri di massa. Tali apparecchiature, costose e imponenti, sono però disponibili solo nei più grandi e attrezzati laboratori di fisica nucleare. Un’alternativa vantaggiosa e soprattutto pratica giunge ora dalla strumentazione basata sulla luce laser infrarossa messa a punto dall’Istituto nazionale di ottica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ino-Cnr) di Firenze.

Il radiocarbonio, come il normale carbonio, entra a far parte degli organismi viventi attraverso la respirazione e l’alimentazione, ma essendo radioattivo dopo un certo tempo sparisce, trasformandosi in azoto. Poiché con la morte se ne interrompe l’assunzione, da quel momento la sua quantità nell’organismo diminuisce progressivamente, rendendolo un eccellente ‘orologio’ per misurare l’età di reperti contenenti materiali di origine biologica.

“Nell’analisi con spettrometri di massa, ciascun atomo di carbonio deve essere ‘estratto’ dalla molecola di anidride carbonica che lo contiene e che viene prodotta con la combustione dei reperti. Poiché in natura solo una molecola ogni mille miliardi contiene radiocarbonio invece di carbonio ‘normale’, è però necessaria una grande sensibilità per misurarne la quantità” spiega Paolo De Natale, direttore dell’Ino-Cnr. “Con la nuova tecnica, invece, è possibile misurare direttamente il numero di molecole che contengono l’atomo di radiocarbonio. Il sistema proposto occupa inoltre uno spazio di quasi 100 volte inferiore ed è più economico di almeno 10 volte rispetto agli apparecchi finora utilizzati”.

“La nuova metodologia si basa su una tecnica spettroscopica ad altissima sensibilità, denominata Scar (saturated-absorption cavity ring-down) e pubblicata su Physical Review Letters dal nostro team un anno fa”, continua Davide Mazzotti, coautore dello studio. “Potrà consentire la rivelazione di molecole in concentrazione estremamente ridotta, con importanti ricadute in settori quali il monitoraggio dei cambiamenti climatici, il controllo dell’inquinamento ambientale, la ricerca medica, la rivelazione di sostanze tossiche o pericolose, ad esempio per la sicurezza di porti e aeroporti. O per raffinati test delle attuali teorie di fisica fondamentale”.

Per raggiungere una tale sensibilità, i ricercatori hanno utilizzato luce laser infrarossa, invisibile all’occhio umano ma assorbita con particolare facilità dalle molecole. L'esperimento è stato realizzato dal gruppo di ricerca Ino-Cnr presso lo European Laboratory for Nonlinear Spectroscopy (Lens) di Sesto Fiorentino.

“La radiazione infrarossa viene riflessa tra due specchi tra i quali è contenuto il gas da analizzare. In questo modo la luce attraversa migliaia di volte le stesse molecole di anidride carbonica da misurare, che equivale a moltiplicare per migliaia di volte la quantità di molecole disponibili e ad aumentare così la ‘sensibilità’ di misura”, conclude il primo autore, Iacopo Galli.


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Auguri ai Campi Flegrei

C’è particolarmente bisogno di auguri per i Campi Flegrei quest’anno. Quando si era ragazzi si andava dal porto di Pozzuoli alle spiagge di Lucrino e di Miseno, alla panoramica di Monte di Procida o all’acropoli di Cuma, in estate ma anche in primavera e in inverno, con la sensazione di vivere in un paradiso i cui confini naturali non coincidevano con quelli amministrativi; le interruzioni del nostro vivere flegreo dovute ai capricci della terra instabile non riuscivano a cancellare il piacere che accompagnava la fruizione della bellezza dei luoghi tra colline e mare: “La città vulcanica si dondola e si scuote una volta per generazione, per non lasciarne una priva di addiaccio e di racconti, a ragionare le scosse sotto le stelle” (Erri De Luca). Nel nostro andirivieni giovanile, per dirla con i versi di Michele Sovente: “S’immaginava qualcosa di assolutamente bello./ Le cose sono andate poi come si vede./ Qualche volta ci si consola dicendo che è colpa della vista: ingannevole lacunosa/ Comunque bisogna pur sempre convivere – puntualmente si conclude – con la fragilità che non illude”. Ora c’è una piazza intitolata a Michele Sovente, come è giusto che sia, con una lapide in cui ci si poteva risparmiare un po’ di retorica che non credo sarebbe piaciuta a Michele: ‘fulgido esempio etc.’: ma si sa i Sindaci hanno spesso più dimestichezza con la retorica che non con la poesia. Dunque, nei Campi Flegrei lo sciupio delle risorse umane, naturali e storiche, ancora prevale sulla sua valorizzazione; neanche lontanamente immaginabile appare al desolante spettacolo della politica flegrea, in cui un’amministrazione cade dietro l’altra, un Comune dei Campi Flegrei; una visione localistica, che contempla il proprio orticello credendolo il centro del mondo, impedisce di vedere come oggi potrebbe essere feconda l’invenzione di una simile convergenza. Già di fatto alcune funzioni, istituzioni, sono unite e richiederebbero una gestione comune: si doveva pensare ad un patto tra le comunità locali flegree essenzialmente finalizzato ad una crescita dello sviluppo economico, ad un miglioramento dei servizi, ad una migliore capacità di difendere e promuovere immagine e realtà del nostro patrimonio, coordinando e potenziando l’offerta turistico-culturale. La convenienza di tale progetto doveva essere sufficientemente persuasiva e richiedeva un intelligente progetto e processo politico-culturale unitario, capace di dar vita ad un nuovo soggetto politico-istituzionale che componga interessi e particolarismi, provando a superare le dannose frammentarietà, debolezze e beghe dei singoli comuni e gruppi di interesse flegrei. Ne poteva derivare la crescita di peso politico, economico, culturale, la possibilità di più forti relazioni con le altre regioni mediterranee, italiane, europee; la maturazione di un territorio che offra luoghi, passioni e occasioni per una vita migliore: la possibilità di consegnare ai nostri figli una realtà in espansione, un’esistenza più aperta e ricca della nostra, una buona eredità di cui andare fieri. Niente di tutto questo è accaduto e accadrà. Un intreccio perverso generato da pezzi di società incivile e di politica arrogante condanna questa terra: per stare all’attualità, da una parte cittadini ‘maleducati’ convinti che il bisogno e/o il possesso di proprietà private legittimi qualsiasi abuso e a fottersene di ogni legge e responsabilità verso la città; e dall’altra un eccesso di divieti e passaggi burocratici che ha finito con il favorire per anni l’abusivismo illegale, la richiesta di favori, la corruzione, ci ha condotto fino a queste belle scene natalizie con carabinieri e abbattimenti notturni. Ci vorrebbe una rinascita, a Pozzuoli come a Bacoli, un salto di qualità, simile a quello che è accaduto a Napoli (magari anche meglio, con sindaci e forze politiche meno ideologiche, assessori più competenti etc.): liberarsi di gran parte del ceto politico di centrodestra e di centrosinistra che ha in vario modo condotto a questo disastro. Ecco l’augurio che faccio innanzitutto a me stesso e ai flegrei: ritrovare la forza, il coraggio, il desiderio di ridare dignità alla vita e alla politica di questa terra.
 Nicola Magliulo


 comunicato stampa del CNR

Fluorosi a Ercolano,
un problema vecchio di 2000 anni

La patologia è endemica dell’area vesuviana, come risulta da una ricerca sugli scheletri degli abitanti di epoca romana condotta dal Cnr e dall’Università Federico II. Dovuta alla prolungata assunzione di fluoro naturalmente presente nelle acque e nei suoli, colpisce le ossa e affligge ancora oggi l’80% dei bambini in età scolare.

Gli abitanti dell’antica Ercolano? Soffrivano di fluorosi scheletrica, come quelli di oggi. Grazie a un’indagine multidisciplinare i ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Consiglio nazionale delle ricerche di Portici (Imcb-Cnr) e dell’Università 'Federico II' di Napoli hanno dimostrato come questa patologia metabolica dell’osso e delle articolazioni sia endemica dell’area vesuviana. Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘PLoS ONE’ (Public Library of Science), è coordinato da Pier Paolo Petrone del Museo di antropologia della 'Federico II', con Michele Giordano dell’Imcb-Cnr, Fabio Guarino e Stefano Giustino del Dipartimento di biologia strutturale e funzionale dell’Università.

All’origine della malattia invalidante, che colpisce decine di milioni di persone soprattutto in Africa, India e Cina, è l’alta concentrazione naturale di fluoro nelle acque e nel suolo, tipica delle aree vulcaniche. La ricerca ne rileva e descrive le caratteristiche nelle vittime dell’eruzione del 79 d.C., dopo aver passato in rassegna 76 scheletri appartenuti a una popolazione di età da 0 a 52 anni.

“Dall’esame delle peculiarità morfologiche, radiologiche, istologiche, chimiche, scheletriche e dentarie si è constatato un aumento significativo della concentrazione di fluoro con l’età e un correlato grado di lesione della colonna vertebrale e di altri distretti articolari” spiega Michele Giordano dell’Imcb-Cnr. “Per la determinazione del fluoro negli scheletri è stata adottata l’analisi di attivazione neutronica strumentale (Inaa). Una tecnica complessa, utilizzata presso lo University of Missouri Research Reactor, che ha rivelato livelli di fluoro da 2.000 a 11.300 ppm (parte per milione), indicativi dell’avvelenamento intra-vitam. I valori di fluoro più alti, maggiori di 9.000 ppm, si osservano negli adulti sopra i 40 anni, che rivelano una fase patologica molto grave, paralizzante, come quella osservata tuttora nelle regioni endemiche”.

Questi livelli sono a tutt’oggi presenti ed attivi, come risulta da test clinico-epidemiologici su un campione di bambini in età scolare dei comuni vesuviani, “che ha rivelato l’80% di fluorosi dentaria e caratteristiche cliniche di portata epidemica, quali dolori articolari, dermopatie, ipertiroidismo e contenuto di fluoro nel sangue superiore ai valori massimi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità”, come conclude Pier Paolo Petrone della 'Federico II.' “La comparazione dunque mostra per le popolazioni vesuviane un rischio permanente, non sempre valutato, anche perché le fasi iniziali della malattia sono mal diagnosticate”.


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 comunicato stampa

ARCHEOLOGIA ATTIVA,
ARRIVA LA RASSEGNA APERTA A TUTTI

Diciotto incontri per diciotto libri. Diciotto appuntamenti per parlare di archeologia e scienze umane nel cuore di Napoli. A presentare direttamente il proprio lavoro e a discuterne con il pubblico saranno gli autori, professionisti già affermati nel campo, ma anche nomi finora sconosciuti, tesisti, ricercatori e appassionati: finalmente tutti potranno presentare i propri lavori, condividendo con studiosi e amanti della materia il frutto prezioso di ricerche e anni di studio.

Il programma degli incontri è promosso da Archeologia Attiva, la prima libreria archeologica del Mezzogiorno, in collaborazione con il Gran Caffè Neapolis di piazza San Domenico Maggiore.

Una ghiotta opportunità per gli esperti e per tutti gli appassionati di storia, filosofia, antropologia e sociologia: un'occasione per confrontarsi su tematiche affascinanti con nomi di spicco come Carandini, Flores D'Arcais e Frediani, ma anche con chi è alla sua prima volta, spinto dalla voglia di rendere finalmente noto il proprio lavoro prenotando una data ad hoc per la presentazione.
Le date disponibili per presentare la propria monografia sono le seguenti: 9 febbraio, 9 marzo, 23 marzo, 12 aprile, 26 aprile, 3 maggio e 24 maggio.


Per saperne di più: 

www.archeologiattiva.com
archeologiattiva@gmail.com
081 0839474

 comunicato stampa

Premio Giornalistico Internazionale Campi Flegrei
e Premio Speciale "Campi Flegrei - Web, Blog e
Social Network"

Due premi per la valorizzazione del territorio. Al via le candidature.

L'Associazione "Diálogos per la comunicazione sociale" indice la prima edizione del "Premio Giornalistico Campi Flegrei". L'intento è premiare i giornalisti che con i loro servizi o articoli hanno promosso il turismo, la cultura, l'ambiente, la storia, l'archeologia, i beni culturali, l'enogastronomia, il sociale, lo sport, la scienza e il lavoro dei Campi Flegrei (Napoli, Pozzuoli, Quarto, Bacoli, Monte di Procida e zone limitrofe).

Al Premio Giornalistico possono partecipare i giornalisti stranieri e i giornalisti italiani iscritti all'albo dei professionisti, dei pubblicisti e i giornalisti praticanti con servizi o articoli pubblicati dal 1° gennaio 2009 al 31 marzo 2012 su testate giornalistiche regolarmente registrate. È possibile partecipare con articoli o servizi pubblicati su carta stampata (quotidiani, periodici), siti internet, tv, radio e fotogiornalismo.

È altresì indetto un Premio Speciale "Campi Flegrei - Web, Blog & Social Network" destinato a chi, attraverso internet, con siti web, blog e i social network, promuove il territorio flegreo. Quindi sono ammessi anche siti e portali non registrati come testata giornalistica.

La Giuria è composta da giornalisti, esperti di comunicazione, operatori culturali e rappresentanti del mondo della scuola, del lavoro e del sociale.

Il termine ultimo per la presentazione dei lavori è il 31 marzo 2012. Successivamente verrà comunicata la data della premiazione.

Tutte le informazioni sul sito www.premiocampiflegrei.it


 dal governo

“PINS – Ci stai contro la droga?”, slogan e
idee grafiche per un progetto di prevenzione

Il dipartimento per le politiche antidroga lancia il Concorso “PINS – Ci stai contro la droga?”, una raccolta di idee creative per la produzione di gadget (pins, spillette) da distribuire tra gli studenti e le associazioni sportive e di volontariato sul territorio nazionale, gli oratori e i centri di aggregazione dei ragazzi.

Il progetto ha l’obiettivo di sensibilizzare i giovani sull’importanza di uno stile di vita e promuovere il loro impegno nel produrre elaborati che possano contribuire alla prevenzione dell’uso di droghe.

Possono partecipare alla selezione singoli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, presenti su tutto il territorio nazionale, gruppi di studenti, intere classi appartenenti allo stesso Istituto o l’Istituto nel suo complesso.

Il Dirigente Scolastico di ogni Istituto interessato a partecipare, avrà cura di raccogliere dalle famiglie degli studenti partecipanti l’autorizzazione per la realizzazione degli stessi e la dichiarazione di consenso al trattamento dei dati personali degli studenti minori coinvolti, nonché sottoscrivere una Liberatoria al fine di autorizzare il Dipartimento all’utilizzo e diffusione degli slogan e delle idee grafiche prodotte dagli studenti.

Tutta la documentazione dovrà essere trasmessa al Dipartimento Politiche Antidroga via e-mail all'indirizzo dipartimentoantidroga@governo.it

I migliori slogan e le migliori idee grafiche saranno pubblicate sul sito del Dipartimento per essere votate.

Il concorso sarà attivo fino al 29 febbraio 2012 e prevede la selezione, da parte di un gruppo tecnico di lavoro composto da esperti e nominato dal Dipartimento Politiche Antidroga, di uno o più elaborati al mese tra quelli più significativi ed attinenti alla tematica proposta.

I materiali che avranno ottenuto il maggior punteggio sul web ed il miglior giudizio da parte del Dipartimento saranno utilizzati per creare nuovi gadget (“Pins”) da distribuire agli studenti durante il festival “Dire Giovani Dire Futuro”, che si terrà a Roma dal 9 al 12 novembre 2011, e, a partire da marzo 2012, da diffondere tra le principali associazioni sportive e di volontariato presenti su tutto il territorio nazionale. I nominativi degli studenti autori dei materiali e dei relativi Istituti Scolastici saranno pubblicati sul sito del progetto.


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 dal governo

“A lezione di Costituzione…!”, concorso per le scuole secondarie di secondo grado

Nell’ambito delle attività didattiche previste dal Progetto “Cittadinanza e Costituzione” il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’Associazione “Democrazia nelle Regole promuovono il concorso nazionale “A lezione di Costituzione…!”, destinato agli studenti dal I al IV anno delle scuole secondarie di secondo grado, statali e paritarie, con l’obiettivo di promuovere nelle giovani generazioni i principi della cittadinanza attiva e consapevole, basata sui valori della solidarietà, della partecipazione responsabile, della cooperazione, nonché della legalità e del rispetto delle regole.

I partecipanti al concorso dovranno, dopo aver analizzato i primi 12 articoli della Costituzione, elaborare uno script o uno stroryboard o un videoclip, utile alla realizzazione di uno spot sociale, sul seguente tema, tratto dall’art. 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Script e storyboard dovranno essere inviati in formato digitalizzato (file .pdf o .doc), mentre i videoclip potranno essere realizzati in qualsiasi formato video (.avi, .mpg, .mov, .3gp ecc.).

La documentazione deve contenere una descrizione dettagliata dello spot e delle sue finalità, oltre ad eventuali integrazioni grafiche.

Le scuole che intendono partecipare al concorso dovranno inviare entro e non oltre il 20 aprile 2012 gli elaborati con l’allegata scheda compilata in ogni sua parte al seguente indirizzo: «Concorso “A lezione di Costituzione” - Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca - Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione – Ufficio III - Viale Trastevere 76/A - 00153 Roma».

Un’apposita commissione (costituita da non più di tre componenti e un coordinatore, scelti d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’Associazione Democrazia nelle Regole) selezionerà gli elaborati che avranno interpretato in modo originale, creativo e significativo il tema del concorso. Il giudizio della commissione è insindacabile.

La premiazione avverrà in occasione della manifestazione “La Nave della Legalità”.

Ai vincitori sarà donata la pubblicazione “La Costituzione a misura del cittadino e dello studente e lo Statuto Albertino”.


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