Metodologie attive:

la geoelettrica

a cura di Carmen MILONE

Le metodologie geofisiche attive sono quelle che oggi vengono più usate per ricercare reperti archeologici. Tali metodi vengono qualificati come “attivi” perché si basano sull’immissione di energia nel sottosuolo da parte dell’uomo. Nel caso della geoelettrica (o metodo della resistività), viene liberata corrente nel sottosuolo e a seconda della diversa resistività dei corpi sepolti se ne può stimare la profondità e posizione. Questo metodo pur essendo molto preciso e facilmente applicabile, richiede molto tempo per l’esecuzione dei rilievi.
Un corpo è molto resistivo quando non si lascia attraversare dalla corrente elettrica perché ha un basso contenuto di acqua, contrariamente si dice molto conduttivo quando ha una buona percentuale di acqua. L’acqua infatti conduce bene la corrente essendo una molecola con due specie atomiche (l’ossigeno e l’idrogeno) a diversa elettronegatività.
Non a caso la geoelettrica è usata anche per individuare falde acquifere oppure per evidenziare eventuali perdite di percolato quando una discarica non è controllata.

Per quanto riguarda i reperti archeologici sepolti, essi di solito hanno una buona resistività: immaginiamo di trovarci a fare una ricerca in un sottosuolo prevalentemente argilloso.L’argilla per sua natura tende a trattenere l’acqua, per cui se in questo background geologico sono conservati muretti in travertino (il calcare è resistivo), possiamo immaginare che tipo di contrasto fisico forte potremmo studiare in un profilo. Allora questo segnale può aiutare sicuramente a riconoscere una presenza nascosta al di sotto del piano campagna.
Precedentemente si è detto che il tempo per compiere i rilievi è abbastanza lungo: in effetti per condurre un rilievo geoelettrico, è necessario disegnare una griglia sull’area di interesse e poi montare con cura dei picchetti da inserire nel suolo.I picchetti sono molti (data la lunghezza del profilo di decine di metri), di solito distanziati di 50 cm, e poi dopo averli fissati è necessario collegarli uno ad uno tramite pinzette con il cavo che condurrà la corrente (Figura 1).

Figura 1: Parte dello stendimento per un rilievo di geoelettrica

La configurazione dello strumento richiede altro tempo e affinché la corrente venga trasmessa a tutti i picchetti possono passare anche ore.I profili che si ottengono sono abbastanza fedeli alla realtà del sottosuolo e di solito si preferisce confrontarli con dei profili effettuati con il georadar, altra strumentazione geofisica di cui parlerò diffusamente in seguito nell’ambito di questa rubrica.
Per quanto riguarda l’uso della geoelettrica nei Campi Flegrei esso potrebbe ritrovare ampi consensi anche per il monitoraggio ambientale: il controllo di discariche, situazione della falda acquifera (Figura 2 e 3). In particolare potrebbe essere interessante compiere studi sull’area dell’acqua salmastra : cioè il luogo dove acqua dolce e acqua di mare si incontrano. E’ importante conoscere dove si miscelano così da poter fare un migliore uso delle acque potabili.

La geoelettrica può essere usata nei campi flegrei anche per scoprire testimonianze archeologiche: dato il territorio costituito prevalentemente da tufo così come i reperti archeologici, mi viene da pensare che il contrasto fisico non possa essere molto forte, però potrebbe essere molto accentuato se volessimo individuare cavità, acquedotti o tunnel. Concludendo, la geoelettrica può aiutare gli archeologi alla ricerca però richiede tempi un po’ lunghi per la conduzione dei rilievi.I profili che si acquisiscono sono intuitivi, per cui l’interpretazione è abbastanza immediata.

Figura 2: Rappresentazione di una discarica
(da www.harpo-group.com)

Figura 3: Rappresentazione di una falda
acquifera (in azzurro)
da www.torinoscienza.it