La geoarcheologia nei Campi Flegrei

a cura di Carmen MILONE

Dopo una descrizione geofisica dei Campi Flegrei, vorrei esporre l’importanza delle metodologie geofisiche in archeologia. La geofisica, infatti, oltre ad essere un valido mezzo per spiegare le dinamiche del sottosuolo, può diventare uno strumento utilissimo per rilevare delle strutture archeologiche ancora sepolte, mediante l’analisi e l’interpretazione di variazioni di parametri fisici. L’osservazione e la descrizione geologica dei siti è necessaria per un’indagine geofisica in quanto dall’interpretazione di contrasti dei parametri fisici delle litologie con quelli di una struttura sepolta è possibile dedurre la presenza di un’eventuale struttura archeologica.

Figura 1: Parte della colonna cronostratigrafica.
I periodi evidenziati sono quelli che interessano la geoarcheologia.

Siccome è anche importante capire perché devono essere fatte certe prospezioni geofisiche, si rende necessario esporre le problematiche archeologiche del sito. La geoarcheologia nasce, infatti, dall’affiancamento della archeologia alle discipline delle Scienze della Terra per riferirsi ai periodi geologici più recenti del Quaternario, dal Pleistocene superiore all’Olocene, ma raramente il Pleistocene medio (Figura 1).

La ricerca archeologica si serve così dei concetti e dei metodi delle Scienze della Terra per poter ritrovare testimonianze della storia di una civiltà. Molte applicazioni geoarcheologiche (le tecniche non invasive della geofisica) possono essere condotte nell’area dei Campi Flegrei. Infatti quest’area è stata fin dall’antichità un luogo prediletto per la generazione umana, basti pensare alla natura vulcanica del sito: la presenza di zolfo ed azoto rendono questa terra molto fertile. La presenza del mare rendeva il clima più mite e grazie ad esso, la popolazione poteva comunicare più facilmente con il mondo esterno. In realtà sono gli stessi motivi per cui oggi quest’area è così popolata.

Sin dall’antichità quest’area ha accolto famose colonie greche e e centri romani come Pozzuoli, Baia, Cuma, Miseno. Nell’Alto Medioevo a causa di un abbassamento del suolo, causato dal bradisismo, questa zona fu invasa dagli acquitrini per cui fu rapidamente abbandonata. Tuttavia dopo una serie di bonifiche, le terre di questa zona furono sede di un’intensa attività agricola che ancora oggi riveste un ruolo di grande importanza per le zone più interne.

Oggi le aree di grande interesse archeologico dei campi flegrei che testimoniano l’esistenza di importantissime civiltà sono:

Figura 2: Serapeo di Pozzuoli

  • Pozzuoli - città conquistata dai romani, i resti archeologici più importanti sono quelli in stile corinzio dedicati al tempio di Augusto e resti di due anfiteatri uno di età repubblicana, uno risalente all’età dei Flavii. Di notevole importanza sono anche la Piscina Cardito e la Piscina di Luciano che rappresentano due grandi serbatoi idrici. Inoltre sorgono maestosi i resti del tempio di Giove Serapide (Figura 2) nel golfo di Pozzuoli, l’antico maercato (o macellum). Infine lungo la via Campana è famosa la necropoli costituita soprattutto da tombe a camera.

Figura 3: Antro della Sibilla

  • Cuma - antica colonia greca, ricordiamo il Capitolium e l’Antro della Sibilla del III sec. a. C. costruite in tufo (Figura 3). Qui si insediarono anche i romani infatti antichi resti di questa civiltà sono il tempio di Apollo e il tempio di Giove.

  • Bacoli - colonia romana, ritroviamo molte testimonianze di serbatoi idrici quali le Cento Camerelle e la Piscina Mirabilis. Di età imperiale (I- IV sec d. C.) sono le terme romane di Baia. Molti resti di sontuose ville romane li ritroviamo a Miseno, ritenuto dagli antichi la sede dei Campi Elisi. Di età Augustea si evidenziano sulla costa i resti di un antico porto militare e di un teatro.

Le metodologie geofisiche

I resti archeologici suddetti, sono in prevalenza costituiti da tufo giallo e da laterizio in quanto gli antichi costruttori si servirono del deposito naturale più abbondante: l’ignimbrite campana. Inoltre queste antiche popolazioni furono abili nel costruire cunicoli sotterranei soprattutto a scopo idrico per servirsi della risorsa “acqua”. Una struttura archeologica può essere quindi rappresentata anche da un vuoto che può essere o un cunicolo o una tomba spesso riempito da sedimento a seguito di fenomeni deposizionali. Le indagini geofisiche si servono di tutti questi parametri per scoprire una struttura ancora sepolta. La maggior parte di queste metodologie è infatti capace di rilevare un “vuoto” ancor prima che inizi lo scavo archeologico mediante l’analisi di contrasti fisici.
Le tecniche geofisiche, opportunamente integrate, possono rendere molto più semplice la pianificazione di scavi archeologici (ad esempio evitando una zona più vulnerabile o individuando future aree di scavo), con evidente risparmio di tempo e denaro. Le più importanti applicazioni delle metodologie geofisiche sono:

  • il supporto alle operazioni di scavo;

  • la segnalazione e la rappresentazione in carte tematiche di cavità;

  • la rappresentazione in carte tematiche a grande scala delle aree archeologiche;

  • la conservazione di strutture sepolte.

Siccome i resti archeologici hanno un grande valore intrinseco, il loro scavo deve essere controllato affinché non subiscano dei danni. Alcuni metodi geofisici segnalano la presenza di lineamenti di oggetti e di strutture sepolte in modo non distruttivo e veloce permettendo di costruire modelli bidimensionali e tridimensionali delle strutture archeologiche. A seconda della metodologia che viene usata, potranno essere investigate porzioni del sottosuolo più profonde o meno profonde.

I metodi geofisici vengono classificati come passivi o attivi (Figura 4) a seconda che venga sfruttata la variazione di un campo naturale associato alla terra (es. campo gravitazionale o campo magnetico) o che venga immessa energia all’interno del sottosuolo (es. energia elettromagnetica).

Figura 4: Schema che indica le due categorie di metodi geofisici, nella colonna di destra viene indicato il parametro fisico a cui la metodologia geofisica è sensibile.