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Noi abitiamo tra e su crateri vulcanici,
nella cosiddetta Caldera flegrea.
Non solo gli uomini ma anche la Terra ha le sue depressioni: si chiamano
appunto caldere. Anche la Terra soffre di sbalzi umorali, è un
po’ ciclotimica: si esalta, esplode con le eruzioni vulcaniche e
poi si deprime. Negli intervalli che separano le fasi acute, sa regalare
anche lunghi periodi di equilibrio e stabilità, di quiete. Naturalmente
bisogna non cullarsi troppo sulla pace raggiunta perché in brevi attimi
di tempo tutto può essere spazzato via; non sprecare il tempo che separa
le vite individuali e delle comunità dal pericolo passato e da quello a
venire, sempre possibile.
Ma come è noto, nei suoli vulcanici, proprio lì dove la distruttività si
è manifestata con più forza e radicalità, il suolo è fecondo,
particolarmente ricco e generoso, e può generare frutti preziosi, purché
si sappia coltivarli. Qui, nella ex cava di tufo di via Risorgimento,
deposito anch’esso di materiale eruttivo emesso dal vulcano che ha il
suo centro in via Bellavista, si sta consolidando un buon esempio di
utilizzo positivo di una depressione e di un suolo vulcanico: ci sono
gli alberi più comuni e piante più rare, con i loro nomi fantastici che
non si conoscono e che sarebbe bello imparare, e perfino un orologio di
Linneo. Dall’anno scorso, in primavera, fioriscono qui anche opere
d’arte che si arrampicano e dispongono spontaneamente lungo le pareti di
questa cava di tufo.
Lentamente, troppo lentamente, dopo tanti anni di attese, finalmente i
beni straordinari della nostra terra vengono valorizzati: si pensi in
primo luogo al Rione Terra o al Castello di Baia. Ma, insieme all’opera
di completamento dei lavori di tutela e valorizzazione dei beni
culturali flegrei, tutt’altro che esaurita, manca una vita
culturale adeguata ad una zona ricca di un tale patrimonio e che vanta
una Storia antica così prestigiosa.
Le manifestazioni culturali che si svolgeranno nella ex cava di tufo di
via Risorgimento costituiscono un tentativo nella giusta direzione: far
diventare questi beni, ed il territorio intorno a essi, luoghi
pulsanti di ricerca, espressione e divulgazione culturale, in relazione
con la parte più attiva e qualificata del mondo universitario,
artistico, culturale.
Problema, certo, non solo flegreo: da tempo un esperto attento come
Salvatore Settis chiede di potenziare quei servizi (guida e
assistenza didattica, fornitura di sussidi cartografici, audiovisivi ed
informatici, organizzazione di mostre) che vengono normalmente
esercitati negli Stati Uniti e in Francia dallo staff interno dei musei;
insiste sulla necessità di motivare funzionari e personale in genere
della pubblica amministrazione, delle Soprintendenze come degli enti
locali, favorendo e ampliando la permeabilità tra queste istituzioni e
le Università, anche con contratti ed incarichi temporanei per docenti
universitari da ‘impiegare’ appunto presso Soprintendenze e musei per
migliorare la presenza di specialisti in campi determinati.
Per i Campi Flegrei un buon uso della globalizzazione deve compiersi
innanzitutto attraverso la promozione di relazioni culturali e
turistiche, aperte da un lato all’Europa mediterranea e dall’altro a
quella centro-settentrionale, in primo luogo a quei tedeschi che amano e
conoscono come pochi il nostro territorio.
La nostra terra è stata ed ancora è per tanta parte res nullius,
sottoposta ad un assalto devastante: leggi, norme, pianificazioni da
sole, non sorrette da un rinnovato ethos, da un progetto di alto
profilo, da uomini responsabili, non possono invertire questo scempio.
Dovremmo fare un salto di qualità che preveda, tra l’altro, come suo
prerequisito essenziale, la possibilità di giungere ad un Comune dei
Campi Flegrei: idea particolarmente emarginata nell’attuale dibattito
politico e culturale. Forse una visione ancora paesana, che
contempla il proprio orticello credendolo il centro del mondo, impedisce
di vedere come oggi potrebbe essere feconda l’invenzione di una
simile convergenza. Già di fatto alcune funzioni, istituzioni, sono
unite e richiedono una gestione comune: resta da avviare il processo.
Si può pensare ad un patto tra le comunità locali flegree
essenzialmente finalizzato ad una crescita dello sviluppo economico, ad
un miglioramento dei servizi, ad una migliore capacità di difendere e
promuovere immagine e realtà del nostro patrimonio, coordinando e
potenziando l’offerta turistico-culturale. La convenienza di tale
progetto dovrebbe essere sufficientemente persuasiva e richiede che si
ridisegni una nuova forma urbis radicata nella memoria e
proiettata verso una renovatio: un intelligente progetto e
processo politico-culturale unitario, capace di dar vita ad un nuovo
soggetto politico-istituzionale che componga interessi e particolarismi,
provando a superare le dannose frammentarietà, debolezze e beghe dei
singoli comuni flegrei.
Ne potrebbe derivare la crescita di peso politico, economico, culturale,
la possibilità di più forti relazioni con le altre regioni mediterranee,
italiane, europee; la maturazione di un territorio che offra luoghi,
passioni e occasioni per una vita migliore: la possibilità di consegnare
ai nostri figli una realtà in espansione, un’esistenza più aperta e
ricca della nostra, una buona eredità di cui andare fieri.
In questo senso avremmo non poco da riflettere e imparare da una
relazione verso il nostro antico passato che non si limitasse ad uno
storicismo datato, o ad una venerazione acritica e fine a se stessa
delle antiche glorie, e che Nietzsche definiva storia antiquaria.
Guardiamo a due temi cruciali per l’epoca contemporanea: la costruzione
di società multietniche, e il problema di quale Politica e Impero siano
adeguati al governo del nostro mondo.
Dovremmo in questo senso ricordare, ad esempio, che non solo il grano
egiziano transitava a Puteoli, ma, con esso, dei e culti.
Matvejevic, nel suo bel libro sul Mediterraneo, distingue le città
mediterranee in città con il porto e città-porto, come le antiche
Cuma e Puteoli: dai rispettivi porti dipendeva non solo lo
sviluppo e il declino economico delle città, ma anche l’apertura ad un
rapporto con altri popoli che era all’origine della formazione di
antiche comunità multietniche. Come ha scritto recentemente Massimo
Cacciari, riflettendo sull’Impero romano in relazione ai nuovi problemi
posti dal nostro tempo: “Crescere è trasformarsi. Crescere sempre
implica il sapersi trasformare in relazione alle novità che si
presentano, all’occasione che si manifesta…Trasformarsi significa perciò
rinnovarsi. L’eternità di Roma non esprime statica capacità di durata,
ma la dura fatica per il suo perenne rinnovarsi. Renovatio esige la
civitas augescens…Nulla più della presenza di tanti <<dei ospiti>> (e
non esuli!), attesta la potenza universale romana…la civitas augescens
allargherà progressivamente il diritto di cittadinanza fino a
comprendere, con la Constitutio Antonina, pressoché tutti i liberi
residenti nei confini dell’impero”.
Non possono anche i Campi flegrei, che dell’Impero romano sono stati
luoghi di primaria importanza, essere capaci di far vivere, di darsi
sedi, istituzioni, momenti permanenti di ricerca, produzione,
discussione, divulgazione intorno a questi temi?
Ma provare a crescere e guarire dai nostri mali, implica la
capacità di andare più a fondo, di aprire il nostro esserci ad un
altro sguardo, un altro ascolto: la possibilità di pensare
ed esperire una dimensione gratuita, una Sorgente per le nostre
esistenze, in quell’istante in cui poeticamente abita l’uomo,
in cui splende l’incanto della Bellezza, della luce, dei colori della
nostra terra aperta sul mare – come evidenzia anche la traccia della
nostra manifestazione. Fonte che sola rende possibile sopportare e far
divenire meno banale la prosa del nostro quotidiano produrre e
discorrere; che ci chiama a liberarci da un arredo urbano infestato
sempre più dalla monnezza, da una convivenza dai tratti ‘incivili’,
dal ricatto della delinquenza; e che ci invita a nutrire non solo le
pance ma anche i cuori e le menti.
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