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Questo articolo sarà letto
da Laura De Luca in una trasmissione di Radio Vaticana il 27 gennaio
prossimo. |
Gli avvenimenti tragici accaduti nel sud-est asiatico, sono venuti a
suggellare un anno davvero tremendo, in cui gli abissi del male radicale
compiuto da uomini (Beslan e non solo) e le conseguenze drammatiche di
catastrofi ‘naturali' si sono imposti prepotentemente con apocalittiche
manifestazioni. Tutto questo ci impone, insieme al relativo soccorso
possibile, una meditazione ancora più seria e rigorosa. Certo, l’agire
malvagio e distruttivo degli uomini è male ben più inquietante della
"innocente" crudeltà della Natura.
E tuttavia non solo per le ferite inferte dagli uomini ma - come ha
ricordato giustamente un monaco buddista - anche quando accadono queste
catastrofi naturali, occorre innanzitutto soccorrere materialmente le
vittime ma non dimenticarsi poi di curare l'agonia mentale di queste
persone e, aggiungo io, di noi tutti.
In questo senso appare utile interrogarsi sulle interpretazioni che
provano ad elaborare quanto accaduto. Tralascio qui di polemizzare con
il dogmatismo scientifico di scienziati che si credono perfetti
Pro-meteo (nome che etimologicamente significa: vedere prima,
anticipatamente); né provo ad approfondire l'aspetto pur essenziale
della povertà materiale e tecnologico-organizzativa di questi luoghi,
che ha facilitato e aggravato gli esiti catastrofici della tragedia.
Osservo intanto una certa ipocrisia nella scoperta della generosità di srilankesi e altri, che pur con la morte in casa hanno salvato, accolto
e donato quanto potevano agli occidentali: in realtà, quando vengono nel
nostro paese, persone di queste o altre popolazioni sono stimate
soprattutto in quanto ‘servono’ alla nostra economia, alle nostre
famiglie, o si assimilano alla nostra identità culturale e al nostro
modo di vivere, mentre raramente si privilegia la loro umanità.
Ma veniamo alle reazioni e interpretazioni che vogliono sistematizzare
l’accaduto. Dopo il recente maremoto, ho letto o ascoltato con
disappunto le riflessioni di alcuni alti prelati e di qualche filosofo.
Cominciamo a discutere le tesi dei primi.
Per alcuni uomini di Chiesa il progetto d'amore divino contemplerebbe un
senso nascosto che spieghi e comprenda ciò che ai nostri occhi appare
incomprensibile. Qualcuno si è perfino spinto a ripetere vecchie
teodicee, a rispolverare antichi provvidenzialismi, a parlare del bene
che in ogni caso si potrà trarre anche da queste vicende terribili per
l'umanità (certo che da ogni cosa si può trarre del buono, ma intanto
solo per i sopravvissuti, e tra questi ci sono poi quelli colpiti più
duramente, e così via). Qualche altro ha parlato di eventi contingenti,
come se il negativo prodotto dai fenomeni naturali, o dal male commesso
dagli uomini, non sia strutturalmente presente nel creato; come se la
misura del dolore patito dall’umanità non fosse già da sempre colma.
Se dopo le manifestazioni del male radicale umano, o dopo simili
catastrofi naturali, si trattasse solo di decidere se accettare che il
male sia strumento del bene, che il dolore sia utile all’economia del
Tutto, le lacrime di uno solo dei bambini asiatici ammutoliti
basterebbero a farci restituire il biglietto d’ingresso in divine
armonie così ancora concepite.
A me pare che emerga invece, anche in queste circostanze, la necessità
di un altro cristianesimo che non predichi, rassicuri, consoli in
un modo umano troppo umano; di un cristianesimo scandaloso che non
produca un senso tappabuchi, un senso che risponde alle tragedie del
mondo troppo "sensatamente". Può essere che individui e comunità vogliano, o
non siano capaci che di risposte che soddisfino il bisogno di
rassicurazione e consolazione; ma il cristianesimo non può edulcorare il
suo essere scandalo e follia agli occhi del mondo.
L'intellectus fidei deve invece mostrare come si dia logos adeguato solo
ponendosi in ascolto e interrogando l'inquietudine dell'estrema
invocazione di senso che prorompe nel grido: Padre, perché mi hai
abbandonato?; come a tale e tanta sofferenza possa ‘corrispondere’ solo
l’amore che resiste nell'abbandono della Croce, la follia
dell'incarnazione, l'insensatezza dell'agape, i paradossi della fede
cristiana, la Gloria dell'onnipotenza del Padre.
Venendo invece alle meditazioni filosofiche intorno a tali questioni,
qualche filosofo ha ricordato che l'uomo non è il centro della terra,
che la natura non è dominata dalla tecnica come sognavamo, che dobbiamo
imparate ad essere decentrati ed umili: verità anche sagge o parziali, a
volte banali.
L’uomo è un essere la cui natura è di non avere una natura determinata
come quella animale, nel bene e nel male, nel suo farsi angelo o bestia, Hitler e Francesco di Assisi: non si può uscire da questa
indeterminatezza, e ci si rende solo la vita più facile, non si compie
un atto di umiltà rimuovendo questa che costituisce la specificità della
nostra natura.
Dovremmo ripensare all’uomo kantiano che, come in successivi pensieri e
versi leopardiani, di fronte alla grandezza tremenda di certi fenomeni
naturali esperisce l'incondizionatezza della ragione e la nobiltà
dell'uomo, senza dimenticare la fragilità misera del nostro corpo
spazzato via.
Certo che, sia un virus o un'onda anomala, a quel Altro con cui siamo in
relazione è inutile chiedere pietà
quando ci assale; esso ci ricorda che gli individui non hanno salda
radice e dimora sulla
crosta terrestre. Ma il senso stesso del non essere più l’uomo scopo
ultimo e centro della terra e dell'universo, dovrebbe essere ripensato
in un modo non debole o debolista. La piccolezza e precarietà della
condizione umana non cancella infatti l'inquietudine iscritta
nell'anima, il nostro essere quel luogo straordinario dove lo
spettacolo dell’apparire del mondo e degli enti si mostra in tutta la
sua enigmaticità provocando stupore e terrore. Anche la filosofia
dovrebbe reinterrogare la nostra relazione con l'Essere senza cercare
sensatezze e rassicurazioni umane troppo umane: ripensare l'apeiron del
vecchio Anassimandro, l'indeterminatezza, l'assenza di senso dell'Essere
prima che si addolcisse nel Bene platonico. Ma l'apeiron che ci sovrasta
ed avvolge, e ci appare come privo di fondamento, proprio in quanto tale
non può escludere, e resta aperto alla possibilità di un'appartenenza
all'Uno più profonda di ogni violenza naturale e umana. La radice del
nostro essere qui e ora comunque non ci appartiene, e potrebbe anche far
segno ad un Essere inviolabile, all'esperienza di una Bellezza e di un
Amore che non si corrompono, e non ad un divenire che annienta.
Chi non può, vuole stare in questo luogo rischioso, tra angoscia e
gioia, non potrà che costruire miti e dogmi, raccontare favolette,
gettare ponticelli sugli abissi, emettere lamentazioni: ma l'unica cosa
che potremmo evitare è vivere e morire da servi che non teorizzano (nel
senso del coro tragico) i
colpi che si abbattono su di loro; mentre, invece, dovremmo pensare non
solo la nostra esistenza individuale, ma quella delle comunità e
dell'umanità intera come sospese - per mano di sempre incombenti
catastrofi frutto del male radicale umano o di sconvolgimenti naturali –
a quella heideggeriana possibilità dell'impossibilità dell'esistenza che
è la morte; e, insieme, nell’angoscia per essa, smetterla di crederci
padroni di alcunché, e aprirci a quella possibile appartenenza ad una
Vita liberata da ogni morte.
Nicola Magliulo
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