CARTOLINE
DAL CASTELLO DI BAIA
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CAMPI
LUGENTES: LA MORTE E L’ALDILA’ “Se vuoi conoscere il mio nome, anche questo dirò: mi chiamano Bettiniano”: così recita l’epigrafe, esposta a Baia, del segretario del ginnasio, venuto dalla Palestina a Puteoli per curarsi nelle acque di Baia dove morì. Nelle sale troviamo anche due esemplari di cassoni funerari, uno appartenente a un ragazzo di venti anni, M. Annius Eutichelis, ed un altro ad una bambina di otto anni, Popilia Clarilla, la cui epigrafe ci ricorda anche che il padre si fece seppellire insieme alla figlia.
Questi vanno ad aggiungersi alla bella statua conservata, pure nel Castello di Baia, che si vuole rappresenti Ottavia Claudia, figlia di Claudio e Messalina, nipote di Antonia minore, che stringe tra le dita una farfalla simbolo forse della vita/anima che le sfugge. Torna alla mente l’inquieta rappresentazione virgiliana dell’aldilà (VI° libro dell’Eneide) con le sue figure dolenti che si aggirano nei Campi del pianto: i bambini morti appunto insieme ai suicidi, a Didone ed Enea. Ma era ancora sufficiente la tradizionale pietas o Roma sembra anelare a qualcosa di altro che non la gloria mondana, legata alla grandezza delle azioni politico-militari e dei relativi monumenti, per ‘durare’ oltre la morte? Matura un’altra relazione tra la morte e l’aldilà: se ne osservano le tracce esteriori nel passaggio, nelle pratiche funerarie romane, dalla cremazione alla sepoltura, e nella diffusione dei culti di divinità come Osiride, Iside, Anubi, legate appunto al giudizio dei morti e all’aldilà, o come il Dioniso legato all’oltretomba che compare su uno dei sarcofagi esposti.
Un simile bisogno di salvezza non poteva essere soddisfatto dall’antico culto romano che, come scrive Santi Mazzarino (L’Impero romano), era divenuto pratica esteriore: la cultura di Roma, pur così radicata nel mondano, nella guerra come nei piaceri, si avventurava, allora, nell’incontro con l’Oriente e i suoi culti/dei. Le religioni orientali saranno poi rappresentate come cause e sintomi della decadenza della virile e proba civiltà romana, come un’infezione che viene dall’esterno a minare un corpo sano. Ma la relazione con popoli e territori orientali e non, posti ai confini dell’Impero, rivela, in realtà, quanto era radicato nel destino di Roma: la sua connaturata e febbrile tendenza a voler crescere sempre, a farsi Impero universale inglobando in sé popoli e culture: guardate a questo proposito, tra le statue esposte a Baia, l’altorilievo del barbaro prigioniero e l’altro con i polsi legati, i fregi, le armi. Di qui quella mancanza di pace che logorerà la città eterna; come in quei lenti e inesorabili smottamenti che, nel sottosuolo della storia, provocano la caduta degli imperi.
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