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Di
poeti flegrei veri, significativi, se ne ricordano pochi. Soprattutto di
poeti non chiusi in bozzetti provinciali e aperti alla grande cultura e
in contatto con rilevanti figure di artisti ed intellettuali.
Non
originario della nostra terra, eppure ad essa fortemente legato per
averci lavorato e vissuto, e per averla messa in versi, è Elio Fiore.
Scopro casualmente questo poeta e la sua storia flegrea grazie alla
segnalazione di Raffaele Mirabella, che di Elio Fiore è amico. Fin
dalla lettura dei suoi primi versi mi rendo conto, per
l’emozione
che regala la loro bellezza,
che si tratta di un poeta di prim’ordine; ne ho poi la conferma quando
vedo che due dei suoi libri hanno le prefazioni di Mario Luzi (da cui
l’aveva mandato Sibilla Aleramo), e del cardinale Martini.
Elio Fiore ha lavorato nei Campi flegrei: “Ho
lavorato in una fabbrica metalmeccanica, nei luoghi deputati
dell’Eneide di Virgilio, dal 1961 al 1966”, scrive di sé in nota a
“Con pochi scarti di lamiere forate”
(mi accorgo, mentre scrivo, che Word mi sottolinea come estranea al suo
vocabolario, la parola metalmeccanica: si è davvero conclusa un’epoca!…).
Fiore, ricorda Mirabella, venne assunto come impiegato
all’Olivetti, grazie all’interessamento del poeta Ungaretti che lo
segnalò ad Adriano Olivetti. Lavorò dapprima ad Ivrea e poi venne a
Pozzuoli, dove rimase nel periodo prima indicato: “Vivevo ad Arco
Felice (Pozzuoli) - scrive nella nota a L’eterno
mio morire tra gli uomini
- e nel 1964 corressi le bozze del mio primo libro”; quel
“Dialoghi per non morire”, uscito nel’64. Non solo. Diversi testi
poetici di Fiore cantano i Campi flegrei, la natura, la storia e il mito
di questa terra, la sua sacralità: Baia che abbaglia – come scrive in
Arco Felice - e “ i garofani rossi sulle finestre… gli archi
di grazia/ gusci e colori sulle spiagge di sassi e miti…”. Quella
sovrabbondante bellezza che ha generato: “…l’ozio dei Campi nei
secoli”.
Ma in Fiore si respira anche la dimensione sociale e
politica del tempo; si maledicono “i venefici gas delle
industriose disumane tane” come scrive ancora in Arco
Felice.
Si traduce in versi la condizione operaia della Olivetti, di
quella fabbrica dalla bella architettura, disposta su un impianto a
forma di croce, progettata dal sogno, generoso e colto di Adriano
Olivetti, contraddetto dalla catena di montaggio, dai tanti incidenti
dimenticati. Raffaele Mirabella li ricorda come qualcosa che non ha
ricevuto alcuna giustizia, neanche quella del ricordo, e ne porta nella
carne la testimonianza avendo perso un dito; così come ricorda della
multa che gli venne fatta perché leggeva mentre lavorava: non perché
non producesse, ma per l’incontrollabile anomalia che questo gesto
rappresentava.
In
Fiore cresceva, in quegli anni, l’insofferenza per questa condizione;
avrà una crisi personale, un periodo difficile, non lo fanno lavorare:
“non mi danno lavoro… forse non mi
danno lavoro per stancarmi?” scrive in <<Fammi
udire dalla tua bocca il suono del futuro (Virgilio)>> e si
avverte la degradante umiliazione di questo essere resi superflui; ma
gli operai (i miei operai, come
scriveva in alcuni suoi versi), ricorda Mirabella: “in particolare
alcuni tra noi, che vivevano la bella stagione di un impegno che ci
porterà a contatto con figure di primo piano nel panorama politico e
culturale del tempo, gli restammo sempre vicini”.
La parte migliore di
queste generazioni condivise una sensibilità, uno stato d’animo
forte, intenso, di rivolta per l’ingiustizia di donne e uomini
sventrati nelle loro esistenze, un provare a condividere e liberare la
vita offesa di bambini, donne e uomini sfigurati, tormentati, dalla
guerra, dai lager e poi, nelle fabbriche, dalla catena, da veleni e
rumori, dalla faccia meno presentabile del capitalismo, che pure, per
altri versi, si avviava a diffondere un benessere senza precedenti; un
tentativo di restituire le voci di uomini stritolati dai dispositivi
feroci del secolo passato. Scuola di moralità concreta, tradita
e persa nella sconfitta di ideologie e ‘socialismi reali’, nella crisi e morte di ogni verità, nella radicale trasformazione
dovuta al trionfante sviluppo economico e tecnologico.
Fiore,
appunto, dovette cominciare a sentire gli scricchiolii, e ad accorgersi
che la speranza di poter riprendere la storia in mano diveniva sempre più
improbabile, che gli operai erano stati sconfitti; divorzia dalla
rivoluzione già negli anni sessanta; “Hanno vinto i padroni, me ne
andrò… Il nemico ora s’annida nella fabbrica e non credo in nessuna
rivoluzione…” scrive in <<O Baia maledetta, o perfide acque (Sesto
Properzio)>>.
Ma
non smette per questo di lottare: l’invocazione non tace, ma si fa
grido profetico, che si rasserena, col passare del tempo, solo nella
fede e nell’attesa del Dio che ha portato la sofferenza nella sua
carne. “Chi perde, vince, mi dico, mentre scorgo le mura sprofondare
nell’acqua…” scrive, nello stesso testo poetico prima citato;
attraverso questa sconfitta, Fiore ritrova la verità, che è al cuore
del messaggio cristiano-paolino, della forza della debolezza, dei deboli
che proprio in quanto tali sono i veri vincitori.
La sofferenza, senza più
l’orizzonte primario dell’appartenenza e del riscatto politico-ideologici,
si fa dolore puro, irreparabile, che, tuttavia, espia le colpe altrui,
apre al perdono, attende di essere redento: “Signore, ascoltaci: i
fanciulli sono il tuo sorriso, e queste madri morte per i vivi, che
asciugano il sudore chiaro ai figli, aiutale, che sappiano, come il
dolore da te sarà formato nella pietà di un universo canto” <<Astro
incarnato nell’umane tenebre (Giuseppe Ungaretti)>>.
Nel
’66 Fiore torna a Roma, in quel Portico d’Ottavia, ghetto ebraico
dove era nato nel 1935 e abitava con la sua famiglia cattolica quando, a
otto anni, assistette a quella deportazione nei campi di concentramento,
operata dai nazisti, di 2091 ebrei, che avrebbe segnato la sua vita e la
sua opera: ciò renderà, in lui, per sempre, vivo e insopportabile ogni
dolore del mondo. In ogni strage consumata nella Storia, per Fiore la
ferita si riapre, ritorna il trauma, si ripete quel 16 ottobre del
’43: “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce della memoria,
nel fragore del Tevere cresce la pietà, viva dal 16 ottobre 1943.
Quando il mio piede innocente fu bagnato dal sangue dei giusti
d’Israele. Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…(“Qualcuno
cantava e il canto si è spento” dedicato a Neruda). E ritorna il
dolore di ogni madre, di cui è icona la sequenza nella famosa scena del
mitragliamento, recitata dalla Magnani, in Roma città aperta, che Fiore
ricorda di aver visto girare e che canta nella sua poesia “Anna
Magnani”. Una Pietà che si reincarna sempre nei versi dedicati da
Fiore alla madre ebrea come alla vietnamita, e che fanno tornare alla
mente la madre di Useppe nella Storia della Morante.
E
non a caso è ancora materna la figura che ispira il suo volumetto di
poesie, uscito nel ’92 ed intitolato Myriam di Nazareth. Ma anche
quando, come in questo testo, l’intonazione e il verso si fanno più
intensamente e puramente ‘religiosi’, con esplicite venature
rilkiane, mai ci si astrae dall’antica radice della sua esperienza
vissuta-cantata: “Myriam in questo antico Ghetto, eternamente lordo di
sangue di David…(Assunzione di Myriam in cielo)”.
Per
questo la testimonianza in versi di Fiore non è solo il documento
storico di un’epoca archiviata, passato remoto; ciò che ancora dà a
pensare, ciò che ancora non tace, è il suo grido contro il grande
massacro della Storia. Fiore non ha ancora chiuso i conti con essa, ma
li ha spostati su di un altro piano:
sempre invoca e attende giustizia, ma non più dal giudizio del
tribunale della Storia bensì da quello di Dio. Sta lì, tra la Storia e
l’eschaton, senza alcuna pacificata conciliazione o fuga dal mondo,
fermo nell’attesa, resa attiva dalle sue raffiche di versi, che scenda
la pace vera. Che torna ripetutamente nei suoi versi, spesso in ebraico
: Shalòm.

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