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Davanti a me è caduto il cielo |
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INTRODUZIONE
L’Italia dei luoghi comuni ha tra i suoi argomenti principe l’idea del
carcere come di un confortevole hotel in cui delinquenti della peggior
specie scontano anni, spesso troppo ridotti, per i crimini commessi. Ma
le carceri italiane sono ben altro: sovraffollamento intollerabile,
presenza di un’altissima percentuale di detenuti in attesa di giudizio,
alta incidenza di tossicodipendenti ed immigrati, tra cui detenuti che
non hanno soldi per gli avvocati, per comprarsi merci di prima necessità
etc. Si confonde la giusta esigenza di severità e certezza della pena
con la condizione generale e reale dei carcerati; si ricade in polemiche
stagionali su indulti ed indultini o sulla costruzione di nuove carceri,
e non si riescono ad immaginare modi alternativi di scontare le pene che
contemplino la detenzione solo per quella minoranza di reclusi
socialmente pericolosi.
C’è un ricordo di cui vado un po’ fiero: quando, vent’anni fa, andai a
ficcarmi negli scantinati del carcere di Pozzuoli per analizzare le
cartelle cliniche – che temo siano ancora lì – delle recluse del
manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, trovando alcuni casi
incredibili di cui ho poi scritto nel libro: I luoghi del male,
voluto dal prof. Vincenzo Montella e dall’equipe del Centro di igiene
mentale di Pozzuoli (http://digilander.libero.it/nicolamagliulo).
In questo servizio pubblichiamo la lettera di una giovanissima
internata. UNA LETTERA DAL MANICOMIO Il 14 luglio del 1968 faceva il suo ingresso nel Manicomio giudiziario di Pozzuoli, una ragazza di nome Immacolata. Di lì a qualche settimana avrebbe festeggiato, tra le mura del manicomio, in compagnia di donne adulte e malate di mente, il suo diciassettesimo compleanno. La preziosa ottusità della censura carceraria ha conservato nelle pieghe della cartella clinica, una lettera scritta da Mimma e indirizzata al fratello:
Mio caro fratellino, sono rimasta tanto contenta della tua attesa lettera. Mi prometti sempre di venire e non vieni mai; perché fai sempre così? Non vuoi più bene alla tua sorellina? Io non so di preciso quando vado a casa, il direttore mi ha detto che mi ci manda solo per sette giorni e deve venirmi a prendere la mamma. Non credo che mi lasciano venire con te a casa. Io sto bene. così spero di te. Le giornate le passo cantando e meditando nei momenti di pausa; va bene che questo non è il posto adatto per meditare, ma in fondo potrebbe anche esserlo. Non temere, non mi annoio, anzi trovo sempre qualcosa da fare; c’è parecchia gente interessante ed io mi diverto a studiarla, squadrarla, giudicarla; seppure con poca precisione, riesco a trarne un giudizio mediocre Anche qui a Napoli fa freddo e non vedo l'ora di tornare a casa per rifarmi un po’ le ossa; anche la mia sventura è finita, se così si può chiamare: finita, sotterrata. Non prendertela se ti ho chiamato bidonista, ero solo un po’ nervosa: dici che vieni e non vieni mai; spero che almeno per dopodomani, come hai promesso, sarai qui perché, caro 'fratellino, mi serve della roba: una sciarpa, uno scialle, un cappellino di lana e una calza a brache e due o tre stecche di Kent lunghe. Mi piacciono quelle lunghe perché hanno un bel sapore. Perciò vedi fratellino , devi venire presto e subito! Perché altrimenti mi troverai come uno scheletro e scrivimi, scrivimi più spesso, scrivimi di più; qui il tempo non passa mai senza la tua posta; sei l’unica persona che voglio bene fuori di questo mondo così triste e lugubre. Se non scrivi io piango e sono proprio come un funerale; ho bisogno di te, delle tue lettere così belle, così tanto affettuose. Non ti preoccupare per la linea: sono nel fiore della gioventù e sono uno scheletro; a parte gli scherzi, sono molto dimagrita, ma spero di tornare subito a casa, così almeno potrò rifarmi… Ti lascio con la penna ma non con il cuore che spera di rivederti al più presto. Ti bacio caldamente sul viso, la tua cara sorellina. 28 novembre 1968 POESIE DAL CARCERE
UN RACCONTO AUTOBIOGRAFICO
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