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In esclusiva un passo di "Scalamara" |
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Così
finalmente mi decisi, presi quei risparmi che avevo conservato, andai alla
stazione di Sassari, chiesi quanto costava ad arrivare a Civitavecchia
dove mia Madre risiedeva, e mi fu risposto che – da Sassari a Olbia -
potevo fare il biglietto col treno e - arrivato a Olbia - dovevo fare il
biglietto sulla nave per Civitavecchia; così feci i miei conti e feci il
biglietto fino a Olbia, andai a casa di mia cugina e gli dissi che il
domani partivo, oramai ero deciso. A questo punto mia cugina non trovò
più nessuna obiezione raccomandandomi di stare attento poiché io stavo
ancora sotto la sua protezione, e che se qualche cosa sarebbe successo lei
ne avrebbe pagato che conseguenze; ma io capito che tutto ciò non era
vero poiché ero ormai maggiorenne e propenso nelle mie azioni - avevo
oramai l’età della maturità sia per legge sia per esperienza - e
soprattutto perché volevi raggiungere lo scopo della mia vita, cioè
cercare nell’ignoto e conoscere me stesso; poiché nessuno dei miei
parenti erano d’accordo della mia decisione, cioè che io partissi
incontro a mia Madre, comunque una ragione c’era... Così
un giorno -
fatto i miei calcoli
- andai alla stazione e feci il
biglietto fino ad Olbia; poi arrivato a Olbia dovevo fare il biglietto per
la nave per poter arrivare a Civitavecchia; e qui mi trovai in difficoltà
poiché, quando andai allo sportello per fare il biglietto per la nave, i
soldi non bastavano: a questo punto mi trovai in difficoltà ma oramai ero
deciso a non tornare più indietro; guardavo quella grande nave che mi
avrebbe dovuto portare via, non so quanti pensieri in quel momento mi
venivano per la testa, mi giravo e mi rigiravo intorno, vedevo intorno a
me una gran confusione, gente che andava e veniva; e così mi venne in
mente di approfittare che salisse un gruppo sulla nave per potermi
infilare in mezzo a loro, ma poi dovetti rinunciare a questa avventura
poiché mi accorsi che sul ponte della nave c’era una stretta
sorveglianza che faceva parte della nave stessa, e oltre a questi c’era
una schiera di carabinieri, così mi prese la paura di potermi avventurare
di quel proposito che mi avevo prefisso; intanto il tempo passava e più
in me subentrava l’angoscia di tornare indietro. E qui ricordo che nella mia inquietudine vidi arrivare nel porto delle camionette con dei carabinieri che fermavano vicino al ponte della nave; e qui con mia grande meraviglia vidi che, quando queste camionette si fermarono, in mezzo a loro c’erano anche uomini in borghese: alcuni di loro indossavano il tipico vestito sardo con la visiera in testa, altri invece portavano il vestito a strisce; ma la cosa che mi colpì di più fu quando, nello scendere dalla camionetta questa gente in borghese – erano tutti ammanettati, con i polsi stretti da una morsa di ferro e con le catene infilate nella morsa di ferro, congiunti l’uno con l’altro - li facevano salire sulla nave in fila per uno; saliti in cima alla nave venivano consegnati a l’altra pattuglia di carabinieri che io avevo visto prima, e intanto erano gli ergastolani che venivano portati in altre galere. Intanto
mentre osservavo il via vai di gente mi venne l’idea di
cercare i soldi a qualcuno, e così quella idea la misi subito in
atto; e guardando in faccia la gente vidi un passante con la valigia
andare verso la biglietteria: non persi tempo, andai vicino a questi, e
girandogli attorno per indovinare la sue indole e dopo avermelo scrutato
gli andai vicino dopo che mi accorsi che lui aveva già fatto il
biglietto, e gli dissi che dovevo prendere la nave per Civitavecchia e che
lì dovevo incontrare mia Madre che non vedevo da tempo, e aggiungermi i
soldi per poter fare il biglietto e che quando saremo sbarcati a
Civitavecchia attraverso mia Madre gli avrei restituito la somma. E questi
osservando l’indirizzo mi accorgevo che mi guardava con uno sguardo
strano, pensai subito che avrei trovato la persona giusta, ed a un certo
punto mi domandò come mi chiamavo, come si chiamava mia Madre e se ero
sicuro che dovevo andare a quell’indirizzo, e io risposi che era la
verità; ad un certo momento vidi la persona andare verso la biglietteria,
fare il biglietto consegnandomelo e dicendomi buona fortuna. Così insieme
salimmo le scale della nave ed arrivati sul ponte lui mi disse che doveva
lasciarmi perché doveva incontrarsi con delle persone, e augurandomi
ancora buona fortuna mi disse di non preoccuparmi della somma che lui
aveva speso per me. Così rimasi solo sulla nave [...] [...]
Ricordo che mentre camminavo subentrò in me un’ansia che ancora oggi
non so descrivere se era un’ansia di gioia o un’ansia di colpa per non
aver detto a mia Madre la mia venuta; ma poi pensavo oramai è fatta e
qualunque rimprovero od altro mi sarebbe capitato ero pronto ad
affrontare; finalmente arrivai al numero trenta, lì mi fermai guardandomi
intorno per assicurarmi se era la giusta via che mi avevano indicato, e
presto mi resi conto che ero proprio nel giusto numero civico. Ricordo che
era una stradina stretta con pochissime abitazioni che si salvarono dalla
distruzione delle bombe e tutt’intorno ancora macerie; comunque vidi un
portoncino e lì cercavo un nome una targa ma non vi era niente di ciò,
allora misi la mano vicino alla porta e mi accorsi che questa porta si
apriva nel spingerla in dentro, così quella porta che mi portò
nell’interno; e quando ci fui entrato vidi una ripida scala e, non
ricordo bene se a metà scala oppure in cima, vidi una persona inchinata
sui gradini alla quale stava pulendo. Fu un attimo: questa persona
sentendo la presenza –
cioè il rumore del portoncino che lei
avvertì
-
si voltò e lì mi accorsi che era mia Madre e lei con un urlo mi invitava
ad uscire fuori dicendomi: “Disgraziato, come hai fatto a venire qui?”
[...] SCALAMARA, Constantino Congiu –
prefazione di Vittorio Russo postfazione di Vivan Lamarque, Edizioni Intra
Moenia, Napoli |
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